mercoledì 27 aprile 2011

Le mie Tartarughe

Di Ornella Tessitore 
Foto 1


Foto 2


Da qualche anno sono molto interessata al mondo indiano ed in particolare alle antiche credenze di origine bangladese, così mi è capitato di leggere che alcuni indiani raccontarono all’antropologo Geertzì la reazione di un inglese quando essi gli dissero che il mondo poggiava su una piattaforma che si trova sulla schiena di quattro elefanti, i quali a loro volta erano sostenuti dal dorso di una tartaruga. L’inglese, da buon razionalista, chiese su che cosa poggiasse allora la tartaruga. “Su un’altra tartaruga”, gli risposero. “E questa allora su che cosa poggia?” “Ah, Sahib, sotto ci sono tante tartarughe!”. Questa storia mi ha molto divertito pensando alla faccia dell’inglese che prefigurava un mondo in bilico traballante su un numero indefinito di tartarughe (foto 1). E venne il giorno in cui, per una fortunata serie di coincidenze, anche noi ci ritrovammo ad ospitare una colonia di tartarughe diverse per età e dimensioni. Fino ad allora gli unici animali con cui avevo condiviso una parte della mia vita erano stati uno splendido Collie e un bellissimo gatto nero simile ad un persiano, e devo confessare che avevo sempre ritenuto che solo cani e gatti potessero essere considerati animali domestici.
Le tartarughe che avevo avuto fino a quel momento erano esemplari inanimati, di vari materiali, che avevo iniziato a collezionare sin dal tempo della mia permanenza universitaria a Siena, con relativa frequentazione della contrada della Tartuca (foto 2). Mi sono affezionata immediatamente a quei piccoli carri armati che hanno iniziato a circolare sul nostro terrazzo, osservando i loro comportamenti per imparare a conoscerli e anche per assegnare i nomi di battesimo a quelli che ancora non ne avevano. E già, perché una delle prime cose che abbiamo fatto è stata quella di spiarle, con discrezione, per scoprirne i caratteri e quelle differenze che ci avrebbero permesso di trovare i nomi adeguati.

Foto 3

A dire il vero, osservarle per ore è una cosa che continuiamo a fare anche adesso (a tre anni dal loro arrivo) e le nostre amiche ci ricambiano mostrando di riconoscerci e di avere fiducia. A differenza di tre anni fa, non si ritirano nel carapace quando le accudiamo: si lasciano accarezzare sotto il collo, ci vengono incontro quando usciamo in terrazza ed hanno con me un rapporto diverso da quello che hanno con Luciano. Non sono disturbate dalla nostra presenza neppure nei momenti più intimi: ho potuto vedere Leopoldina scavare il nido e deporre le uova, e lo stesso ho potuto fare anche con Rosina e Colomba (che abbiamo chiamato così perché ha sul carapace certe abrasioni che sembrano disegnare la coda di una colomba). Anche in quei momenti ho potuto osservare i diversi caratteri, Leopoldina è scrupolosa nella scelta del luogo e molto attenta nel cancellare le tracce del nido, passandoci e ripassandoci sopra. Rosina e Colomba sembrano più frettolose, forse dipende dal fatto che sono più giovani. Ho nominato per prima Leopoldina perché a lei è legata una scenetta a cui ho assistito durante una deposizione: mentre la nostra amica stava sforzandosi per far uscire e sistemare nel nido le sue uova (foto 3, 3a) ha incominciato a piovere violentemente, Luciano che la stava fotografando ha preso un ombrello ed è rimasto mezz’ora immobile a proteggere la “mamma” dall’acquazzone.


Foto 3a

La cosa mi è piaciuta e mi ha divertito. Ho fotografato con il mio telefonino la scenetta, che poi ho mostrato agli amici a spiegazione degli “acciacchi” lamentati da Luciano. Fino a due anni fa tra le nostre ospiti le femmine adulte erano solo tre, ed anche per questo abbiamo deciso di tenere le loro uova al calduccio in una incubatrice in modo da controllare il sesso dei nascituri e riequilibrare la quantità di femmine nella nostra piccola comunità. Mamma mia! che emozione quando è nata la prima piccolina (foto 4)! Poco prima che si liberasse del tutto dal guscio dell’uovo che la conteneva l’ho presa in mano con estrema delicatezza: una piccola pallina da ping pong con gli occhietti ancora chiusi e pezzettini di guscio ancora incollati addosso. La prima piccolina che abbiamo chiamato Ada non era perfetta, aveva la testolina piegata verso sinistra e un numero spropositato di placchette sul carapace. Sembrava anche un po’ in difficoltà con le gambine. A proposito, le gambette delle tartarughe esercitano un fascino particolare, con tutte quelle piegoline, e un po’ grassocce, mi fanno pensare alle gambe dei neonati: è una cosa irresistibile fare il solletico ai piedini delle mie bimbe. Quando ho tenuto in mano Ada, guardandola ho provato l’irresistibile desiderio di proteggerla, lei che per le sue imperfezioni aveva maggior bisogno di affetto. Non avrei mai creduto di poter pensare una cosa simile! Per i venditori di tartarughe i difetti che io riscontravo sono tutti pregi che impreziosiscono le bestiole, rendendole come pezzi unici, da vendere a caro prezzo, come se fossero rarità. Per me ognuna delle bimbe è un pezzo unico, ognuna ha il proprio carattere, la propria unicità, che le rendono individui vivi, parte integrante della famiglia.


Foto 4

Gli amici si stupiscono perché le riconosco tutte. A proposito, abbiamo stabilito di assegnar loro i nomi in ordine alfabetico (rispettando il tempo di schiusa delle uova) e con un numero di lettere definito dall’anno di nascita: tre lettere per la prima covata (2009), quattro per la seconda e in seguito aumenteremo il numero delle lettere. Abbiamo usato solo nomi femminili, anche se avremo la certezza del loro sesso solo tra 5 o 6 anni, e tra quelli possibili abbiamo dato la preferenza ai nomi delle nostre amiche, cosa che continueremo a fare. La mia preferita fra le piccole è Flo (foto 5). È una furbacchiona che si accorge di essere la prediletta. Quando metto la mano nello spazio dove vivono, quasi tutte si avvicinano e dopo un po’ cercano di mordere le mie dita: Flo no, lei si avvicina, piano piano comincia a salire sulle mie dita e quando raggiunge il palmo della mano appoggia la testina nell’incavo fra le dita e si addormenta.


Foto 5

Questo sempre ogni volta che le avvicino la mano. Flo è proprio speciale anche come aspetto: è l’unica del suo gruppo ad indossare un pullover a V, o meglio, io chiamo maglioncino il carapace delle piccoline e Flo è l’unica che ha sotto il collo una apertura che ricorda la scollatura di un maglione a V (foto 6). Ma non ci sono solo le piccole tra le mie preferite. Quando esco sul terrazzo per accudire le tartarughe più grandi comincio a chiamarle per nome e subito sento uno smuoversi di foglie e di qualcosa che si agita e come un carro armato vedo arrivare Elena di corsa: ma chi l’ha detto che le tartarughe camminano lentamente? Parte sparata magari dal gazebo in fondo al terrazzo solo perché sente la mia voce e arriva di corsa, poi si piazza davanti a me e mi guarda, mi sale sulle scarpe e mi viene appresso appresso e quando metto la lattuga nel posto dove mangiano, lei non si ferma e continua a seguirmi. Per coccolarle mi porto dietro qualche cibo che so essere di loro gradimento, a seconda delle diverse preferenze, perché Pietro ama le mele, Elena i pomodori e un po’ tutte si contendono i fichi.


Foto 6

Cerco di non dare troppo da mangiare, so bene che, come per noi, le cose che piacciono di più sono quelle che fanno più male. A volte le imbocco ed è uno spasso vedere quando strappano a morsi i pomodori senza sbagliare mira e schivando le mie dita. Mentre Elena mi segue, Paride si precipita seguito magari da Pietro o da Aurelio (foto 7) e, a ruota, da Colomba o Rosina che vengono di corsa a vedere che cosa si stanno perdendo, in un attacco di gelosia. Le piccole dovrebbero essere tutte femmine e ne hanno le caratteristiche: quando le accarezzo come se niente fosse allungano il collo e cercano di mettere in bocca le pietre dei miei anelli, come se davvero fossero attratte dai gioielli e dai monili; devo aggiungere che il carattere delle piccole non è solo positivo, spesso siamo vittime dei loro dispetti. Quando a volte ci assentiamo dalla mattina, le svegliamo un po’ più presto del solito: beh! ci guardano storto e, per un po’, non ci danno confidenza (foto 8). Quando poi rientriamo ci fanno trovare qualche disastro: a volte hanno spostato la loro casetta o rovesciato il contenitore con l’acqua, come ragazzini capricciosi.


Foto 7

Si dice che le femminucce siano più curiose, e questo è vero anche per le nostre piccoline: una notte ho trovato Gea che era andata nella cassetta accanto alla sua per vedere che cosa erano quelle palline piccoline munite di zampe, che da un po’ vivevano lì accanto. Poi, tranquilla, si è addormentata nella cassetta delle sorelline. Flo invece ha scavalcato il bordo della sua cassetta e ha fatto il giro della cucina lungo tutto il perimetro, poi, quando è arrivata verso la metà della superficie che stava esplorando, si è fermata, come se stesse pensando, e quindi di corsa, senza indecisioni, ha percorso la stanza in diagonale ed è rientrata nella sua casetta. Le differenze emergono in ogni momento, anche quando le prendo in mano: Gea si mette con le zampine di dietro dritte dritte come uno sciatore durante un salto, Flo invece si aggancia e si tiene stretta al palmo della mano come se al posto delle zampette avesse una sorta di molle con cui stringe le mie dita.


Foto 8

Ogni volta che passiamo davanti alle loro cassette tirano su la testa e allungano il collo. se parliamo si girano a guardarci e seguono i nostri discorsi, come se volessero interloquire. Di fatto le nostre tartarughe non sono mute e quindi non mi stupirei se tra qualche anno ci rispondessero. Ho scoperto che le nostre piccoline squittiscono, non a volume altissimo, ma si sentono. Chiedo scusa di questo tartarughilogio, capisco benissimo che posso sembrare un poco fissata, anch’io avrei pensato così leggendo queste cose qualche anno fa. Ma fidatevi, non è così!

Didascalie
Foto 1: Bronzo indiano con tartarughe sovrapposte.
Foto 2: Una parte della mia collezione, poi ci sono le monete e i francobolli.
Foto 3: Leopoldina scava la buca per deporre le uova.
Foto 3a: Leopoldina depone le uova che sistema una ad una nel nido.
Foto 4: Ada la nostra prima nascita.
Foto 5: Flo (la sesta nata) al suo primo compleanno.
Foto 6: Flo ha sul piastrone una scollatura a V.
Foto 7: Aurelio, un maschio di circa un chilo e mezzo.
Foto 8: Undici piccole ad un mese dalla nascita.


(Tutte le foto sono dell'autore. Click per ingrandire)


Mary Poppins




Walt Disney assai presto ebbe la percezione del tempo che fuggiva e del poco che ancora gli restava da vivere, ed era ossessionato dall’idea di sistemare le cose in modo che, dopo la sua morte, la ditta rimanesse nelle mani della sua famiglia. Di gloria Walt Disney ne raccolse molta, e la maggiore gli provenne da quella Biancaneve e i sette Nani che fu fermamente osteggiata da tutti i suoi familiari, amici, tecnici, maestranze, consiglieri e…. chiunque altro. Ma non dal suo banchiere. Nell’articolo Il Duce e Biancaneve raccontai che Walt Disney, rimasto senza quattrini, montò tutto il materiale già girato ed allestì una proiezione in banca, sperando che la finanza gli concedesse fiducia e danaro per portare a termine l’opera. Raccontai che il banchiere rimase silente per tutta la durata della proiezione, mai diede segno di entusiasmo e di approvazione.
Amadeo Giannini, Bank of America


Che silenziosamente lo accompagnò alla porta, ed accomiatandosi disse: “Credo che questo film incasserà un sacco di quattrini”. Il che significava che gli concedeva tutto il credito necessario. Ed alla fine dell’articolo, per confermare gli stretti legami che, quasi per un segno del destino, legavano Biancaneve all’Italia, raccontai che, tra le centinaia di ragazze selezionate, la gara per la voce di Biancaneve fu vinta da Adriana Caselotti, figlia di un illustre insegnante di canto italiano. Per pura distrazione dimenticai di dire chi era il banchiere che aveva finanziato Biancaneve, determinando la svolta decisiva nella vita di Walt Disney e nella storia della cinematografia. Era Amadeo Pietro Giannini, l’italiano nato a San Josè di California, fondatore della “Bank of America”, conosciuto da tutti come “Il Banchiere d’America”. E va detto che la Bank of America seguitò ad appoggiare Walt Disney per tutta la sua vita, anche dopo la morte di Giannini nel 1949. La vita di Walt Disney, pur con tutta la fama ed il rispetto da cui era circondato, non fu priva di amarezze e dispiaceri. Probabilmente era troppo rigido. Forse farei meglio a tornare indietro e cancellare il “probabilmente”. Sì, era troppo rigido, e questa rigidità lo portò a vette insuperabili nell’empireo dell’arte, ma lo dilaniò interiormente. Ruppe ogni legame d’amicizia con Katherine Hepburn quando seppe che si vedeva con Spencer Tracy prima di aver ottenuto il divorzio da suo marito. Fu in lotta continua con gli ebrei che governavano le cinque maggiori case cinematografiche, ed erano proprietarie della quasi totalità delle sale cinematografiche, detenendo così il monopolio assoluto nella distribuzione. Negli stabilimenti della Walt Disney ci fu un unico dipendente che mantenne il suo posto per oltre quarant’anni. Era l’unico negro che varcasse i cancelli degli studios, e la sua mansione era quella di lustrascarpe. Ma indubbiamente, tra le vicende familiari e quelle aziendali, quella che gli recò il maggior dolore e che lo spinse fino alle soglie dell’abbandono fu lo sciopero dell’inizio degli anni 40. Non poteva concepire che i “suoi figli” gli si voltassero contro, lui che aveva fatto ogni sacrificio per assicurare loro le migliori condizioni di lavoro possibili! Però tra le istanze degli scioperanti c’era anche la questione delle vacanze pagate, e questo significa quanto arretrate fossero, in America, le provvidenze in favore dei lavoratori. Per lo meno rispetto ai lavoratori italiani.

Biografia di riferimento di Mark Eliot



La sua rigidità si nota chiaramente nei suoi personaggi femminili, che volle addrittura archetipi di una moralità adamantina. E qualcuno troverà paradossale che proprio i suoi personaggi più rigidi, Biancaneve e Mary Poppins, balzassero nelle posizioni di testa delle classifiche delle donne più attraenti. Con il voto non solo dei più piccini, ma anche dei grandi. La cosa, però, non deve stupire, perché si trattava (e tuttora si tratta) di donne in partenza dotate di un’inequivocabile avvenenza, cui l’aura di moralità e riserbo giovavano almeno quanto atteggiamenti sguaiati ed ammiccanti avrebbero loro nociuto. Evidentemente Disney, con tutte le sue fissazioni, i suoi complessi e le sue debolezze, conosceva però il pubblico, e sapeva benissimo che i bambini, le famiglie e le persone perbene avrebbero posto le sue eroine in una categoria superiore. In definitiva tutta la sua produzione era rivolta verso il sano intrattenimento famigliare, e doveva puntare sull’assenso, non sulla censura delle numerose organizzazione tutelari della pubblica moralità. Ma il genio di Walt Disney consisteva nel non lasciarsi soggiogare dal conformismo, e fece emergere dal conformismo storie scintillanti, divertenti, emozionanti, dinamiche ed all’avanguardia dei ritrovati tecnici in tema di colore, musica ed effetti speciali.

Il sogno di Mary Poppins
Negli anni 60 Walt Disney compie sessant’anni e sente, fisicamente e psicologicamente, l’approssimarsi della fine. Raccoglie ancora successo con One Hundred and One Dalmatians (La Carica dei 101) ed un rifacimento di Fantasia. Con quest’ultimo raccoglie una critica forse eccessivamente benevola, ma non un successo di botteghino. Svaniva il sogno di un trionfale ritorno sulle scene di Mickey Mouse. Barcollando come un pugile suonato, Walt Disney si sente come afferrato e sospinto a risalire ancora una volta sul ring dei suoi passati trionfi. Ripercorre le tappe della sua carriera e cerca, invoca, implora l’intervento di una fata benefica che sia la madrina della sua ultima impresa. E prima s’’accende una tenue lucetta, che si rafforza, e poi esplode in un barbaglio accecante in cui si materializza la figura di una singolare bambinaia inglese di nome Mary Poppins

P.L. Travers


Da anni ed anni Disney conosceva il testo originale della novella di P.L. Travers Mary Poppins, la storia di una magica bambinaia (sarebbe più giusto dire istitutrice, ma il testo originale parla di una nanny. Completamente errata la traduzione in governante, che deve occuparsi dell’ordine e della pulizia in casa. Per ragioni di assonanza con nanny si accetta l’appellativo di tata), di una bambinaia, dunque, che ristabilisce il sentimento di amor paterno in una ricca dimora, in cui il papà, ricco e grasso, mostra un cuor di ghiaccio nei confronti dei suoi due deliziosi figlioli. Spesso la moglie di Walt, Lillian, leggeva ad alta voce questa serie di racconti per far addormentare la figlia Diane, ed in varie occasioni madre e figlia avevano chiesto a Walt di trasformare il libro in un film. L’autrice australiana, che risiedeva normalmente a Londra, durante la guerra s’era trasferita in America per evitare i bombardamenti. Sapendo che abitava a New York, mandò il fratello Roy a trattare con lei. La Travers respinse le proposte di Roy, come aveva fatto con altri cineasti, perché considerava il cinema “un’arte volgare”, specie per quanto riguarda i film prodotti ad Hollywood. Negli anni seguenti Disney rinnovò i suoi tentativi di acquistare i diritti cinematografici di Mary Poppins, ricevendo reiterati rifiuti. Finalmente Walt decise di agire personalmente, e andò a trovare la Travers a Londra, ove era ritornata dalla fine della guerra. E, miracolo!, alla Travers questo Disney (Walt, non Roy) piacque: intelligente, affascinante e molto persuasivo. In breve, lui la convinse che lui, e solo lui, era colui che poteva trasformare il libro in un fillm giusto. E per chiudere la trattativa accettò le due condizioni poste dall’autrice: che il libro non fosse trasformato in un cartone animato, e che a lei rimaneva il diritto di approvare il copione. Naturalmente Walt Disney se ne infischiò, di queste condizioni: A parte certe disposizioni del Ministero della Guerra (al tempo della guerra), in tutta la sua storia gli studios della Disney mai avevano dovuto sottostare a simili condizionamenti. Dopo aver visionato alcuni stralci del film, la Travers chiese la riedizione di diversi brani. Ed allora Disney spiegò alla scrittrice che aveva il diritto di approvazione sul copione, non sul film (!).


Julie Andrews in teatro (My Fair Lady)


Julie Andrews: la donna superiore
Dopo aver cestinato una lunga lista di stelle candidate al ruolo di protagonista, Walt Disney venne a vedere Julie Andrews a Broadway nella produzione del musical Camelot, e fu immediatamente conquistato dalla grazia e dalla bellezza dell’attrice, talché, il giorno dopo, le offrì formalmente la parte. Con molta gentilezza, ma con altrettanta fermezza, ella rifiutò. Prima di Camelot, Julie Andrews aveva trionfato nella versione teatrale di My Fair Lady, in cui aveva conquistato, nella parte di Eliza Doolittle, oltre all’entusiasmo del pubblico, una quantità enorme di premi, trofei, riconoscimenti…. Quando dal teatro si trattò di realizzare il film, Jack Warner la rifiutò, e Julie Andrews, inglese, si convinse di non aver nessun futuro nella cinematografia americana. Per maggior ironia, il rifiuto di Jack Warner era motivato dal fatto che la Andrews non aveva quella carica di sensualità necessaria alla parte di ragazza di strada che seduce Higgins, per la quale fu scelta Audrey Hepburn (il professore di fonetica Henry Higgins, protagonista maschile, fu Rex Harrison tanto sulla scena quanto sullo schermo). Bene, Julie Andrews non aveva abbastanza carica sensuale? Era proprio l’ideale per Walt Disney che, con la sua irresistibile parlantina, la convinse ad accettare la parte.

Dick van Dyck, Julie Andrews e i due bambini

Di ritorno a Hollywood, Disney nominò Bill Walsh come produttore del film, e prevalse sul suo antico collaboratore Ub Iwerks (co-creatore di Topolino) nello sviluppo di nuovi effetti visivi che avrebbero consentito al film di apparire contemporaneo, ma con un’anima classica (il tocco magico del miglior Walt Disney). Quando la produzione ebbe inizio, Walt divenne ossessionato da Mary Poppins, prodigando un impegno senza precedentil in tutta la sua carriera. Impose ad ognuno di eseguire i minimi dettagli esattamente come lui li voleva, non importa quanto tempo e denaro costassero. Ed i risultati si videro sullo schermo. Walt Disney, in virtù della perfetta fusione tra animazione e riprese dal vivo, trasformò la serie di episodi non strettamente connessi in cui consisteva il libro in una rappresentazione unitaria della natura della fantasia infantile. “In Mary Poppins Walt creò un mondo dove l’identità, la felicità, l’espressione e la soddisfazione erano determinate soltanto dalle gioie della libertà fisica. Un mondo, come Mary spiega a Mr. Banks (il grasso banchiere padre dei due bambini), dove nulla ha bisogno di essere spiegato” (Mark Eliot). Il film ebbe la sua prima rappresentazione ad Hollywood nel Grauman’s Chinese Theater il 27 agosto 1964, e fu accompagnato da una critica entusiasta e da un grosso successo commerciale. Al suo lancio iniziale Mary Poppins raccolse la fenomenale cifra di 45 milioni di dollari, che a quel tempo rappresentava il sesto maggior incasso tra tutti i film mai prodotti. Nella corsa ai premi Oscar, delle tredici nomination raccolte cinque si concretarono in un trionfo: Montaggio del Film, Colonna Musicale Oriiginale, Canzone (Chim-Chim-Cheere), Effetti Speciali e Migliore Attrice: Julie Andrews. Bella rivincita dell’attrice inglese sulla rivale Audrey Hepburn, che aveva anch’essa ottenuto la candidatura come Eliza Doolittle in My Fair Lady. Lo stesso Jack Warner, produttore di My Fair Lady, ammise di aver votato per Julie Andrews.
Walt Disney morì un anno e quattro mesi dopo, ed i biografi possono rallegrarsi concludendo che morì contento. Il trionfo di Mary Poppins gli aveva consentito di ripianare abbondantemente la situazione finanziaria della sua Casa cinematografica e di dar inizio ai grandiosi lavori di edificazione del “suo” California Institute of the Arts, che fu poi denominato Cal-Arts. Che si erge a fronte ed in contrapposizione al Cal-Tech, una delle massime Università scientifiche del mondo, onore e vanto di tutta la California. E forse Walt Disney veramente morì contento, perché quando ormai sembrava ttroppo tardì, sentì di nuovo il sangue scorrere a torrenti nelle sue vene. “Sapeva “ che questo suo ultimo film era la sua opera massima. E tornò ad essere il Walt Disney migliore, cioè il peggiore: autoritario, ostinato, intrattabile, maniacale, megalomane, chiuso al dialogo, alla concertazione, all’accordo e al compromesso. Solo fidente nel suo divino ed infallibile intuito di padre di tutti i bambini della Terra.

NOTA: pur avendo osservato scrupolosamente tutte le regole d'utilizzazione, il film di "Mary Poppins" da noi pubblicato a suo tempo è stato cancellato per infrazione alle norme sui diritti d'autore. Pubblichiamo questo link affinché i nostri lettori, che hanno posto "Mary Poppins" al vertice delle loro preferenze, possano provvedere a collegarsi con una fonte attendibile. Buona visione.

http://www.youtube.com/watch?v=NCoFDMOrC8k&feature=fvsr

(Foto Google di pubblico dominio. Click per ingrandire)

sabato 23 aprile 2011

Shirley Temple: tanti auguri, "Riccioli d'Oro"

Shirley Temple
Il 23 aprile 1928, e cioè un anno e cinque giorni prima di me, nasceva a Santa Monica di California Shirley Temple, la bambina prodigio che negli anni 30, gli anni della Grande Depressione americana, deliziò grandi e piccini di tutto il mondo, facendoli ridere con le sue risatine, e facendoli piangere con le sue lacrime. E commuovendoli tutti con le sue vicende di orfanella, di povera milionaria misconosciuta e maltrattata, che anche nelle situazioni più tragiche e senza speranza, manteneva la sua fiducia nella giustizia e nella lealtà e mai abbandonava la sua speranza, la sua certezza in un destino mgliore. Però, cari lettori, non dovete pensare che io voglia fare la biografia di una santa: Shirley Temple era un’attrice di incredibile abilità scenica, una volpona della recitazione. In gergo, parlando di grandi attori o artisti lirici, si cita il termine di animali da palcoscenico, e Shirley Temple va annoverata tra i maggiori animali dello schermo cinematografico, accanto a Charlie Chaplin, a Walt Disney e….non saprei dire altri. I suoi compensi erano maggiorissimi (!) di quelli di Greta Garbo, e pare che solo Cary Grant guadagnasse di più. Ma va tenuto conto che la sua carriera di stella del botteghino si spense improvvisamente a 12 anni, col suo ultimo successo The Little Princess (La Piccola Principessa). Naturalmente ci furono successive sporadiche apparizioni, alcune delle quali sono sicuramente degne di menzione, ma il tornado Shirley Temple finì lì. Come, dove, perché? Shirley Temple era figlia del funzionario di banca George Francis Temple e di sua moglie Gertrude Amelia Krieger, casalinga. I genitori di Shirley erano di origini tedesche, olandesi ed inglesi. Al tempo della nascita di Shirley, erano già nati due suoi fratelli: John Stanley e George Francis jr. La madre, qui o là in internet ho letto che aveva avuto precenti teatrali, o per lo meno ambizioni andate deluse, e tali ambizioni riversò sulla figliolina gioiello. In effetti la madre, oltre ad aver dato alla luce la bambina Shirley, fu la creatrice del fenomeno interplanetario di Sherley Temple “Riccioli d’Oro”.
Mae West

Fu estremamente intelligente, perché a tre anni la mandò alla Menglin’s Dance School di Los Angeles ad imparare il ballo, il canto e la recitazione. Poi la fece scritturare alla Educational Pictures, una società che produceva men che mediocri filmetti di bambini da una o due bobine (che era una misura americana per denotare cortometraggi e lungo metraggi) col patrocinio di società produttrici di cereali e merendine. Nel 1933 la Educational Pictures provvidenzialmente fallì e la piccola Shirley firmò per la Fox Films. Da questo momento apparve in piccole parti e, sempre per piccole parti, veniva prestata alla Paramount e alla Warner Bross. Ma nel frattempo la mamma di Shirley aveva creato il suo capolavoro: Shirley aveva i capelli castani e lisci, e la madre trasformò la sua testolina in una selva di riccioli biondi, e cioè in 56 boccoli che ogni mattina pettinava, avvolgeva e lucidava. La bambina così cosmetizzata era diventata assolutamente irresistibile. Più della maestosa Mae West, più della misteriosa Marlene Dietrich. In pratica la madre aveva trasformato la sua bambina in una piccola Mary Pickford, la fidanzata di tutti, l’attrice amata in tutto il mondo non solo dagli uomini d’ogni età, ma da tutte le madri che si auguravano questa moglie per i loro figli. In aprile del 1935 il film Stand up and Cheer! ruppe gli argini: la Fox riconobbe il fascino di Shirley e cominciò a pubblicizzarla prim’ancora dell’uscita del film nelle sale, ed in breve la bambina divenne il simbolo del sano intrattenimento di tutte le famiglie.

Mary Pickford

Il suo compenso balzò a 1.250$ la settimana e sua madre ebbe anch’essa 150$ come pettinatrice di sua figlia. Cifre con cui si potevano acquistare aerei da battaglia e navi da guerra. A quel tempo il New York Herald Tribune pagava 1.500$ gli articoli mensili di Margherita Sarfatti firmati da Mussolini, mentre un giornalista professionista guadagnava (ca.) cento volte meno. Un disegnatore impiegato presso la Walt Disney nel 1940 prendeva 17$ settimanali. Il 28 dicembre 1934 uscì nelle sale il film Bright Eyes, che fu il primo film girato su misura per Shirley Temple, ed in cui il suo nome appariva sopra il titolo del film. Questo è il punto dove volevo arrivare: dopo i primi esperimenti, i cineasti si convinsero che la bambina non andava inquadrata in una routine prestabilita. Era talmente brava, talmente esperta che la cosa più intelligente da fare era quella di lasciarle fare le cose che le venivano per istinto, e di costruire una trama attorno ad esse. All’inizio di questo articolo ho dichiarato di essere un coetaneo di Shirley Temple. Con ciò intendevo dire che tutto quello che avevo intenzione di scrivere su di lei non proveniva solamente dalla consultazione di pubblicazioni varie, ma anche da ricordi personali. In Italia non si è mai avuta un’idea delle vere dimensioni della Grande Depressione americana, detta anche crisi del 1929, o grande crisi, o anche crollo di Wall Street. La crisi, comunque, è associata al crollo della borsa valori di Wall Street del 24 ottobre 1929 (giovedì nero), cui fece seguito il definitivo crollo di borsa del 29 ottobre (martedì nero). In Italia il regime dirigistico e totalitario di allora, dichiaratamente anticapitalistico, non trovò difficoltà ad imporre efficaci contromisure a tale disastro per evitare l’assalto agli sportelli bancari e la chiusura delle fabbriche. In America, invece, l’intonazione liberistica ad oltranza del loro statuto costitutivo, impediva l’attuazione immediata di provvedimenti governativi, per cui la crisi, oltre che ad assumere dimensioni catastrofiche, si protrasse nel tempo e fu provvista di efficaci dispositivi di difesa solo a seguito dell’elezione, nel 1933, del presidente Franklin Delano Roosvelt. Era il cosidetto “New Deal”. Shirley Temple, assieme ad altri valorosi attori di Hollyvood, fu chiamata ad infondere ottimismo negli strati popolari, in modo da aiutare la ripresa dalla crisi. In Italia, dunque, mancò questa aureola eroica attorno al visino della bimba, ma brillò maggiormente l’aureola dei suoi riccioli d’oro. Se dovessi inserire Shirley Temple nella mia classifica delle attrici cinematografiche italiane, sicuramente la collocherei alla testa, o accanto, ad uno schieramento formato da Alida Valli, Isa Miranda, Elsa Merlini, Anna Magnani e Sofia Loren. Forse sbaglierei la sua collocazione, ma non sbaglierei dicendo che la bambina di Hollyvood sicuramente guadagnò infinitamente di più di tutte e cinque le attrici italiane messe insieme. 

Shirley ed il tip-tap con Bill Bojangle Robinson
La quale bambina di Hollyvood accanto alla sua valutazione puramente artistica, acquisì anche una caratura istituzionale: fu lei a consegnare la statuetta dell’Oscar a Walt Disney per Biancaneve, assieme alle sette statuette in miniatura in rappresentanza dei sette nani. E fu accanto al produttore Darryl F. Zanuck nel ricevere a Hollyvood Vittorio Mussolini per trattare la produzione di film americani a Cinecittà. In onore di Shirley Temple in Italia fu prodotta una bambola Lenci che la riproduceva in tutto lo splendore dei suoi Riccioli d’Oro. Naturalmente tutto il resto del mondo era già pieno di oggetti del merchandising attorno a Shirley Temple: vestitini, pigiamini di seta, saponette, giocattoli e bambole. Ma le bambole Lenci erano un’altra cosa. Fatte né di coccio, né di celluloide, né di pezza, bensi di un panno di feltro toscano di nome “Casentino”, più frequentemente detto, però, “Panno Lenci”. Erano bambole modernissime, di taglio spigliato e avveniristico, molte delle quali disegnate dal pittore Marcello Dudovich. Accanto ai personaggi delle favole e delle tradizioni, rappresentavano anche illustri personaggi tratti dall’attualità, come l’imperatrice negra di Parigi: Josephine Backer, un bambolotto nero con lo storico gonnellino di banane. Come l’attrice di varietà Mistinguette, e come Marlene Dietrich in persona, con le gambe accavallate e le calze di seta in bellavista. Marlene Dietrich, essa stessa era collezionista di bambole Lenci. Non mancava l’archetipo hollywoodiano di Mary Pickford. Personaggi della lirica come Violetta e Madame Butterfly. E tanti negretti, negrette e cinesini, a dimostrare che la società italiana era cosmopolita ed aliena ad ogni forma di razzismo. Per un vero miracolo, e contrariamente alle rigide regole hollywoodiane, Shirley Temple girò molte scene duettando con artisti negri, come i famosi tip-tap assieme a Bill “Bojangle” Robinson. Volevo anche dire che possedere una bambola Lenci era un vero tratto distintivo, un lusso che pochi potevano permettersi. Mio padre non poté comprarsi la Topolino quando costava 6.000 Lire, però riuscì a regalare una “Bella Spagnola” a mia sorella maggiore.
E prima di abbandonare il riferimento con l’Italia, mi viene in mente un parallelo tra Shirley Temple e la più grande attrice teatrale di tutti i tempi: Eleonora Duse, nata nel 1858 e morta nel 1924. La cui carriera fu talmente coronata dal successo conquistato nei teatri di tutto il mondo, da dimenticare che essa fu una vera inimitabile bambina prodigio, un vero esempio unico in tutta la storia del teatro. Figlia di attori, sin dalla nascita venne incorporata nella loro compagnia di giro, ed a quattr’anni esordì ufficialmente nella parte di Cosetta nei Miserabili di Victor Hugo. Ma il fatto straordinario ed irripetibile, messo in ombra dall’enorme fama che poi l’accompagnò, fu che nel luglio del 1872, a quattordici anni, la stessa età di Giulietta, a Verona, la città stessa di Giulietta, recitò nell’Arena la parte di Giulietta in Giulietta e Romeo di Shakespeare.
Shirley Temple babola Lenci

Una simile impresa era preclusa a Shirley Temple, che a dodici anni abbandonò la carriera di bambina prodigio e si iscrisse alla scuola media. Arrivata ad una certa età, la bambina non si trasformò in una signorina ma, come diciamo nella nostra lingua, non divenne né carne né pesce. E pensare che un altro bambino prodigio, Mickey Rooney, seguitò a fare la parte del ragazzino fino a 35 anni! Comunque, conclusa la carriera di bambina prodigio, Shirley Temple non rimase senza far niente. Si diede alla politica, vinse qualche elezione e ricoprì cariche importantissime come rappresentante USA alle Nazioni Unite, ambasciatrice in Ghana e poi, nel periodo più caldo della guerra fredda, in Cecoslovacchia. Quello che mi consola è sapere che Shirley Temple ha seduto nel consiglio d’amministrazione di importanti istituzioni e società come The Walt Disney Company, Del Monte, Bank of America, The Bank of California, Bancal Tri-State, Fireman’s Fund Insurance, The United States Commission for UNESCO…….il che significa che la sua gloria cinematografica non fu che un episodio introduttivo alla sua vita vera, e non un paradiso perduto. Va detto che lei fu per quattro anni consecutivi prima nella classifica degli incassi negli anni 1935, 1936, 1937, nel 1938 e precipitò al quinto posto nel 1939. Nell’autunno del 1972 le fu diagnosticato il cancro del seno. Fu operata, e dopo l’operazione fu una delle prime donne al mondo ad annunciare apertamente alla radio, alla TV ed ai giornali: “Ho avuto il cancro al seno e sono stata operata”. Tanti auguri, Riccioli d'Oro, e buon proseguimento.



(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

giovedì 7 aprile 2011

Aimi Kobayashi: primadonna assoluta

Aimi Kobayashi in un quadro di Margaret Wiierzbicka

Quando assistiamo al fenomeno di un genio infantile, inconsciamente siamo soggetti ad uno spontaneo condizionamento: che cosa farà da grande? Ora Aimi Kobayashi si avvia a compiere 16 anni: sin dalla sua prima apparizione in pubblico, e cioè all’età di tre anni, le sue esecuzioni sono state impeccabili, e dopo poco sono state talmente perfette, talché io ho potuto asserire che, quegli stessi pezzi, non tutti estremamente facili, nessun pianista ben affermato li avrebbe potuto eseguire meglio, e nell’articolo “Aimi Kobayashi: il do diesis di Dio”, portavo come esempio l’Improvviso op. 90 n. 2 in mi bemolle maggiore di Schubert eseguito all’età di anni 7. Ebbene, di questo Improvviso posseggo l’esecuzione principe di Dinu Lipatti, il prodigioso pianista rumeno morto nel 1950 all’età di 33 anni la quale, per le prime 84 battute, dà l’idea di essere la migliore esecuzione possibile. Alla battuta n. 85 il brano, che consiste in un vorticoso ma dolce susseguirsi di terzine scorrevoli come le acque di un fiume, giunge al cosiddetto episodio centrale, con melodia squillante affidata ad accordi. Da questo punto in poi l’interpretazione di Lipatti sembra ancora sublime, ma il confronto con Aimi Kobayashi mostra che il maestro rumeno cade in preda a sentimentalismi, ad accentuazioni, ad indugi, ancorché fugacemente accennati, ma, sempre nel confronto, chiaramente distinguibili. Ciò vale nel confronto tra l’esecuzione di Aimi e quella di qualsiasi altro grande maestro. All’inizio ognuno di loro sembra potersi imporre dall’alto di una classe inarrivabile, ma all’arrivo della battuta n. 85 devia dalla retta via ed esibisce i propri personalismi. Aimi, invece, va avanti imperterrita, si attiene strettamente allo spartito. Sembra essere impervia ad ogni emozione, ed invece la sua esecuzione è altamente emotiva. Sembra ricacciare da sé ogni lusinga passionale, ed invece la sua esecuzione è la più appassionata, romantica, a volte goliardica, a volte eroica, in ogni caso vigorosa e squillante. Cosa che le riesce perché dall’intelligente decodificazione dello spartito ella estrae la quintessenza dell’anima schubertiana e non s’accontenta finché non perviene all’interpretazione vera. Franz Schubert è l’aedo dell’intero romanticismo tedesco, ed anche Aimi Kobayashi lo è. Parliamo di una bambina di sette anni.

Aimi e le variazioni di Beethoven 


“Nel cor più non mi sento”
Ed ora parliamo di una bambina di cinque anni che esegue le sei variazioni di Beethoven sull’aria di Paisiello “Nel cor più non mi sento”, dall’opera “La Molinara” (o “La bella molinara” come dicevano ai miei tempi). Beethoven deve essere rimasto fulminato da quest’aria, che andò in scena a Napoli nel 1788, ovviamente con l’opera “La Molinara”, e quando la conobbe, nel 1795, compose le variazioni. Che siano passati solo 8 anni dalla prima dell’opera, al suo arrivo alle orecchie di Beethoven non deve destare alcuna meraviglia, perché dal 1792 Beethoven si era trasferito a Vienna, città che, dal punto di vista culturale, per gli italiani era diventata quella che fu Roma nei confronti dei greci, e cioè un polo d’attrazione irresistibile. La corte di Vienna fa incetta di letterati, musicisti, impresari e compagnie di canto. Apostolo Zeno, Goldoni, Metastasio, Lorenzo da Ponte, Salieri….ed all’imperatore non basta più neanche Mozart: vuole Domenico Cimarosa, che però è tenuto ben stretto da Caterina di Russia. Beethoven era già venuto qualche anno prima a Vienna e, si dice, ebbe un’audizione da Mozart. Il quale, invece di dargli lezioni, gli disse: “Siete talmente bravo che non ne avete bisogno!” Errore fatale: Beethoven era talmente bravo in ogni settore della musica strumentale da far dimenticare la sua inesperienza nel canto, specie nel canto corale. In effetti non si sente la mancanza di un Beethoven operista, e la saltuaria esecuzione del suo Fidelio è più un avvenimento mondano che artistico, però il sinfonista ad oltranza (com’ero io da giovane, assieme ad un pugno di miei amici) col tempo si accorge che la parte corale della Nona è strozzata ed isterica nel coro, e sfiora la stonatura nell’aria del tenore: “Froh, wie seine Sonnen…” (Marcia Turca). Quanto alle sue due Missae, basta confrontarle con quelle di Mozart e col Requiem di Verdi per ridimensionarne la portata. E pensare che l’enorme popolarità di Beethoven proviene proprio dalla irresistibile melodia dei cantabili delle sue sonate e delle sue sinfonie! Beethoven si trovava a vivere in una città in cui la moda dell’italianismo sfiorava la follia. L’imperatore imponeva al suo popolo le opere di Lorenzo da Ponte musicate da Mozart (Don Giovanni, Le nozze di Figaro, Così fan tutte) che furono capite solo dopo, molto dopo, quando si cominciò ad eseguirle anche in tedesco. E sfiora il paradosso il fatto che l’imperatore rimproverasse la prolissità delle Nozze di Figaro (“Troppe note, signor Mozart!”), e andasse poi in brodo di giuggiole per un’altra opera italiana, “Una cosa rara”, composta su libretto di Lorenzo da Ponte dal compositore spagnolo Vicente Martin y Soler (che veniva comunemente chiamato Martini), opera interminabile, ancora più lunga delle Nozze di Figaro. Giuseppe II fu talmente entusiasta di quest’opera che, al termine della sua esecuzione in teatro, si portò a corte l’orchestra e i cantanti e, dopo cena, se la fece rieseguire per intero. D’altra parte anche Haydn, padre della musica tedesca, compose quattordici opere teatrali tutte in italiano.

Beethoven nel 1796


È comunque impossibile che un compositore profondamente sinfonico, strumentale e …tedesco come Beethoven sfuggisse al fascino della musica italiana, che rappresentava ufficialmente la “cultura primigenia” (persino Wagner veniva ad inebriarsi di musica primigenia in Italia), ed ecco quindi le deliziiose variazioni sul tema di Paisiello. Questo brano è molto eseguito specie dai principianti, perché di difficoltà non trascendentale. Ed è prediletto anche, dai grandi pianisti che, quando lo eseguono, dall’alto della loro maestria, vogliono mostrare “come va eseguito”, impregnandolo di birignao, quel tono affettato e pretenzioso di chi le cose le fa, non sul serio, ma alla maniera di... La piccola Kobayashi esegue queste variazioni alla... maniera di Aimi Kobayashi: decisa, veloce, stagliata, imperterrita e, soprattutto, sonora. Sì, sonora. Da quando esistono documenti delle sue esecuzioni musicali, cioè da quando aveva tre anni, ciò che stupisce è la sua sonorità, intesa come quantità e ampiezza del suono prodotto. Ed anche: come ambienza, spaziosità, intensità o, più semplicemente: volume. Volendo rispiarmiarsi tutti questi aggettivi, si può dire che Aimi Kobayashi suona più forte. La sua mano sinistra sembra quella di un gigante, che produce bassi sismici ed implacabili.
All’inizio di questo paragrafo ho parlato di una bambina di cinque anni, ma, guardando bene, quando ha suonato queste variazioni, Aimi cinque anni ancora non li aveva. Tutti i dati relativi all’infanzia di Aimi non sono stati raccolti in tempo reale, bensì sono stati riscostruiti molti anni dopo. C’è voluto tutto l’amore e tutta la pazienza di Romilly Hambling per far ordine e chiarezza in tal materia. Costui è uomo dai molteplici interessi ed ha più di un blog su Internet. Uno di questi è di carattere naturalistico ed è dedicato all’osservazione e alla protezione dei gufi, civette e barbagianni nella cosiddetta “Landa Boscosa” (Weald) del Kent, il cui indirizzo è: http://www.godsownclay.com. Ma il sito di maggior importanza per noi è quest’altro:http://www.godsownclay.com/Equipment/aimi_kobayashi_1.html si tratta di un sito dedicato completamente ad Aimi Kobayashi, ai suoi concerti, alle sue incisioni ed agli articoli giornalistici che parlano di lei. Tra questi ultimi ci sono anche gli articoli di Famiglia Moderna, di cui è riportato l’indirizzo, e che è per noi fonte di tanti nuovi lettori specie dagli USA e dal Giappone. Ebbene, secondo Romilly Hambling, Aimi Kobayashi ha ufficialmente eseguito le variazioni di Beethoven sul tema “Nel cor più non mi sento” di Giovanni Paisiello nel corso della competizione PTNA (Piano Teachers’ National Association) in data luglio/agosto 2000. Ed essendo Aimi nata il 23 settembre 1995, in quella data aveva ancora quattr’anni. Accanto a queste variazioni ho incluso una mazurka ed un valzer di Chopin suonati da Aimi nel corso del suo concerto di Nagoya, quello in cui aveva suonato la sonata Waldstein di Beethoven. La particolarità di queste riprese, di cui sono detentori dei diritti Paul Lewis, Romilly Hambling e la stessa Aimi Kobayashi, è quella di essere state effettuate, contemporaneamente, da una e da quattro telecamere. Quella da una telecamera è concentrata specialmente sull’espressione emotiva di Aimi, quella da quattro telecamere è invece concentrata sulla tastiera e quindi sul movimento delle dita.


Consacrazione
In definitiva l’esecuzione delle variazioni “Nel cor più non mi sento” della quattrenne Aimi Kobayashi sembra una lezione di Maria Callas alla Julliard School di New York, quando andava ad insegnare ai tenori come si canta il Lamento di Federico, e fa pensare alla leggenda di Gesù Bambino che andava a disputare nel Tempio con i sapientoni. Non essendo edotto sui primi anni, anzi sui primi mesi, o meglio: sulle prime ore di vita di Aimi Kobayashi, mi domando come, dove e quando abbia imparato a suonare il pianoforte, visto che le sue prime apparizioni sono quelle di un maestro, non di una piccola allieva. Evidentemente questa bambina è di origine divina. Ma io, in precedenti scritti, ho espresso anche il dubbio che il suo accesso alla completezza di donna, l’insorgere in lei della passione, potesse indebolire, facesse vacillare, la sua certezza interpretativa. Avrei potuto dare una risposta immediata a questo interrogativo, se solo avessi avuto la visione completa del quadro di cui mi veniva fornito solo un frammento. Il frammento era l’esecuzione del notturno op. 20 in do diesis minore, che ho trattato nell’articolo: “Il do diesis di Dio”. Allora sapevo solo che l’esecuzione era avvenuta il 29 ottobre 2010. Poi venni a sapere che si trattava di un bis concesso nel corso di un concerto di cui non avevo alcuna contezza. Nel corso dei successivi cinque mesi, a piccole dosi per volta, sono venuto a sapere che un altro bis di quello stesso concerto era costituito da una esecuzione “dantesca” dello studio, sempre di Chopin, op. 10 n. 4, e sempre in do diesis minore. Mi accorsi che su YouTube appariva un tempo del concerto n. 2 di Chopin, eseguito da Aimi Kobayashi il 28 ottobre 2010. A poco a poco il concerto n. 2 di Chopin si concretizzò in due distinte pubblicazioni, di cui una buona per essere ripresa. Poi è apparsa l’esecuzione del notturno op. 20 in do diesis minore come bis del concerto del 28 ottobre, per cui ci sono state due diverse serate musicali con lo stesso programma e con gli stessi bis. E sistemando questi dati nelle loro giuste caselle, vien fuori che io ho esposto un quesito la cui risposta era stata data il giorno precedente. La risposta al mio quesito e, più in generale, alla domanda di rito: “Che cosa farà da grande?” è riposta nell’esecuzione di Aimi Kobayashi del concerto n. 2 per pianoforte e orchestra di Chopin, un avvenimento musicale che non credevo possibile. Ed in effetti questo avvenimento non era materialmente possibile neanche nel miglior posto nella sala da concerto, neanche al posto del direttore d’orchestra. I microfoni e le telecamere hanno rivelato, anzi hanno radiografato ogni palpito dell’esecuzione, cui non è possibile dare un resoconto sintetico. Si potrebbe dire che ho passato invano i primi 82 anni della mia vita, ma non è vero. In questo periodo di tempo ho accumulato una esperienza ed una sensibilità che mi permettono di dire che mai una esecuzione concertistica era stata in tal misura determinata dal valore del solista. Per fortuna quanto dico non è frutto del sogno di una notte di mezza estate, ma è una realtà documentata. Ed ognuno può esprimere il suo giudizio. Ma vi avverto: se avete un amico hacker, cioè capace di scaricare da internet anche ciò che non è legalmente scaricabile, scaricate indelebilmente questo concerto, che può essere cancellato da YouTube in ogni istante secondo il desiderio e il diritto di chi ne detiene il legale possesso: anche quando sarà pubblicato, presumibilmente dalla EMI, il disco di questo concerto, questa registrazione televisiva che mandiamo in rete ha un valore assolutamente insostituibile. Non solo e non tanto per il suo significato storico, ma per il suo incalcolabile valore intrinseco: un suono super High Fidelity ed una visione super High Definition per una vicenda irripetibile: una bambina prodigio appare improvvisamente sotto le spoglie di una donna superiore e fa adesso quello che farà da grande.



Frederik Chopin (Francesco Hayez)

Il mistero dell’origine
La Kobayashi introduce nel pianismo un nuovo paradigma: quello dell’amante dell’autore. Io paventavo che l’insorgere in lei della passione potesse indebolirla sotto forma di sentimentalismi, e di conseguenza indugi ed incertezze nell’esecuzione che lei, invece, sin dalla nascita, ha sempre condotto con impavida determinazione. Ed invece devo riconoscere che l’insorgere della passione l’ha trasformata in una dinamo emotiva. La sua tecnica, fuori discussione, è veramente un dono divino che la mette in grado di suonare quel che vuole come vuole. Ed ella sfrutta integralmente la sua sovrana podestà della levità del tocco: il pianoforte è un dispositivo meccanico che produce suoni entro due limiti costituiti dall’impulso minimo necessario per passare dal silenzio all’emissione del suono più tenue, al massimo impulso necessario a produrre il suono più forte. Ella spinge il suo fraseggio sino al limite (e sembra superarlo) del suono più tenue e lo sposa con la sua arte più sottile: quella del legato. Ella lega anche lo staccato, anche le pause. Una nota, un accordo tenuto, che sembrano aver esalato l’ultimo respiro acustico, Aimi li riprende e li riporta in vita. Il suo eloquio, la sua dizione, sono ricchissime di sfumature, di nuances, di fremiti e sussurri, e non mancano di confluire nel grido di passione e d’esultanza. Chiude gli occhi e si lascia trasportare dal dialogo interiore. In tale viaggio sentimentale, in tal emotivo rapimento. ella stringe a sé, sul suo soffice seno appena spuntato, il sembiante dell’amante, mentre le sue mani tessono la più dolce delle poesie.
Le sue mani, le sue dita, sembrano quelle gommose di un geko, la lucertolina che s’arrampica sulle pareti e s’addormenta sul soffito della stanza. Come le dita di Valentina Lisitsa sembrano sfiorare i tasti senza toccarli, le dita di Aimi Kobayashi sembrano mai rompere il contatto con la tastiera, e questo è il segreto della continuità della sua perorazione. Ma non è solo il cuore che le batte in petto ad alimentare la sua azione: nella sua testolina una zampillante fonte montana distilla sinapsi ignote al resto del mondo ed alimenta il suo albero della conoscenza. Quand’ero bambino, presso la parentela, i conoscenti ed il vicinato io ero considerato un genio, e mi rammarico di non aver domandato, quando potevo, perché. Adesso il perché mi appare abbastanza chiaro. Sapevo leggere e scrivere prima di andare all’asilo, e leggevo libri di trecento pagine. Tutto merito di nonna Adele, che non mi ha mai regalato né un giocattolo né un dolcetto, ma mi portava al Teatro Reale dell’Opera a vedere il Barbiere di Siviglia, mi insegnava il francese, mi faceva studiare il pianoforte, mi regalava libri, ma innanzitutto, mi aveva regalato una scatola contenente tanti cartoncini con tutte le lettere dell’alfabeto, maiuscole e minuscole, stampate e corsive. E così, giocando, scrivevo e leggevo. Credo che se avessi avuto sempre al mio fianco nonna Adele, la mia vita si sarebbe sviluppata in maniera diversa. Ed indubbiamente Aimi ha mostrato il suo talento precoce ed ha trovato al suo fianco il devoto giardiniere che l’ha fatta crescere, fiorire e fruttificare. Forse la sua storia familiare è presente nei siti internet in giapponese, ma in quelli in lingua inglese si legge solo quando è nata ed in quale prefettura, dopodiché segue l’elenco, interminabile, dei concerti dati e dei premi vinti. Ma chi ha soffiato sul focherello attizzato dalla sua prima scintilla e l’ha tramutato in un inarrestabile falò? Bene, prima o poi lo sapremo.

Il giorno decisivo
Nel frattempo il massimo (ed unico) vero informatore sulla vita e la carriera di Aimi Kobayashi rimane Romilly Hambling con i suoi vari blog su internet. Ove è riuscito già a pubblicare la recensione del paio di dischi di Aimi incisi dalla EMI per il solo mercato giapponese, comunque acquistabili presso le grosse agenzie tipo Amazon. Ebbene, ripeto, io mi sono posto tanti interrogativi su Aimi la cui risposta è tutta contenuta nel concerto chopiniano tenuto il 28 ottobre 2010 (con una coda nel giorno successivo) a Tokyo, nella sala da concerto dell’istituto femminile Shouwa con la Yomiuri Nippon Symphony Orchestra diretta dal maestro Kimbo Ishii Eto in cui venne eseguito, oltre che ad una sinfonia di Dvorak, il Concerto n. 2 di Chopin e, come bis il notturno n. 20 in do diesis minore e l’Etude op.10 n.4. Come ho già accennato, mi ci è voluto un bel po’ di tempo per collegare i brani, apparsi in ordine sparso su YouTube, alle date. Ebbene, io e la cricca dei miei amici di gioventù avevamo sempre relegato i concerti di Chopin nel limbo, ed andavamo in brodo di giuggiole per i concerti di Bethoven eseguiti da Arturo Benedetti Michelangeli. Non era una scelta sbagliata, dati i tempi (anni 40 e 50), in cui la nostra fame di musica classica veniva soddisfatta dai concerti all’Adriano e a Santa Cecilia ma, prevalentemente, dall’ascolto radiofonico. Il quale era generossissmo nei programmi di musica classica sinfonica, strumentale ed operistica ma, acusticamente parlando, era quello che era: limitato nella banda passante, limitato nella dinamica ed affetto da continui disturbi atmosferici. A parte il fatto che chi aveva un vero e proprio orecchio musicale riusciva ad ascoltare e capire tutto quello che c’era da ascoltare e capire anche attraverso le gracchianti apparecchiature di quell’epoca (senza TV, senza stereo e senza modulazione di frequenza), evidentemente la musica di Beethoven, marziale e travolgente, emergeva meglio di Chopin. E comunque non si poteva certo dire che tra noi giovani ci fosse disprezzo e disistima nei confronti di Chopin, tanto e vero che, a clamorosa smentita di quanto detto finora, il brano che ci galvanizzava e che ripetevamo fino all’esaurimento nei nostri concerti fischiettati era la Mazurka op. 68 n. 2 di Chopin, elegiacamente eseguita da Arturo Benedetti Michelangeli.



In questo brano, miracolosamente reperito su YouTube, si può ammirare il Maestro bresciano nella sua rigida compostezza, talché ci si domanda come potevano i comandi del cervello raggiungere mani e dita senza alcun movimento apparente. Invece Aimi Kobayashi si agita, si sposta da destra a sinistra, si alza e si abbassa, anzi si lascia cadere sulla tastiera per produrre i suoi fortissimi. Poi abbassa la sua testolina fino a sfiorare la tastiera per estrarre dal silenzio i suoi pianissimi che più piano non si può. Mi piacerebbe riavere tutta la strumentazione e la camera ad acustica controllata che avevo ai tempi in cui pubblicavo la rivista Audiovisione per eseguire analisi spettrali sull’emissione dei suoni di Aimi, la cui formantica (sruttura spettrale di un suono nella fase iniziale di formazione del fronte d’onda. Questo termine non si trova su nessun dizionario, neanche sul Battaglia e neanche sul New Oxford American Dictionary, ma in articoli che trattano l’acustica del tocco ho trovato un termine che credo perfettamente equivalente: transitorio d’attacco) è di impareggiabile dolcezza, come se fosse dovuta all’interferenza costruttiva delle sole armoniche d’ordine pari. Prima di andare avanti su questa strada, sarà bene che io controlli che cosa si sa su questo argomento. Al momento quello che si può affermare con certezza è che Aimi Kobayashi, più o meno istintivamente, esercita un forte controllo sul tocco, che è diventato una sua caratteristica peculiare se non esclusiva. Ogni suo accordo, arpeggio o singola nota è sempre sotto il dominio della sua capacità espressiva. La prima volta che sono stato in Francia, m’è sembrato che lo zucchero fosse più dolce, il sale più salato, l’acqua più fresca ed il vino più inebbriante. Lo stesso dicasi per un brano musicale suonato da Aimi: se i singoli suoni fossero organismi viventi, si troverebbe che i suoni di Aimi presentano una sensazionale biodiversità. Questo l’ho constatato, per esempio, nel confronto con il titano del pianismo femminile: Martha Argerich, che dalla sua giovinezza fino ai nostri tempi ha sempre suonato mostrando un vollto serio, corrucciato, a volte malevolo e come sospettoso che qualcuno venisse a saccheggiare le sua miniera di diamanti. E deformato da un empito volitivo. Laddove Aimi Kobayashi, col suo visetto di animaletto disneyano, si ritrae in se stessa, si astrae dal mondo e se ne va dove va la sua fantasia, il suo pensiero, lasciandosi cullare “sull’ali dorate”. Il suono di Martha Argerich è rigidamente determinato e preciso. Quello di Aimi Kobayashi è duttile e malleabile come l’oro. Martha Argerich compie integralmente il suo dovere. Aimi Kobayashi esprime tutta la sua gioia di vivere. Ritorniamo per un istante all'esecuzione di Arturo Benedetti Michelangeli della mazurka op. 68, n.2: un  lettore di YouTube mi precede nel dire: “Se togli l’audio e guardi, sembra che non stia facendo nulla, è lì, muove appena le dita, eppure fa tutto e molto di più”. Nella frase precedente il lettore aveva detto: “I pianisti bravi non sono quelli che si agitano, ma sono quelli che eseguono i pezzi più estremi con paurosa semplicità”. Sembra vero, ma non è: i pianisti bravi sono quelli che danno, come possono, tutto quello che hanno nell’anima. Mia moglie, che l’ha vista più volte in concerto, dice che Clara Haskil sembrava un passerotto dalle ali spezzate che a mala pena si teneva in equilibrio sulla tastiera, che svolazzava penosamente, e non si sa dove traeva le forze per suonare come suonava. Quanto ad Aimi Kobayashi, nel suo moto perpetuo non c’è nulla di esibizionismo. Tutti vedono che la bambina si stringe e s’allarga, si alza e si abbassa col suo corpicino, per essere presente in tuti i punti della tastiera e dei pedali ove il suono viene formato, forgiato e modellato. Ella segue un’arcana coreografia, si trasla in un’altra dimensione in cui le lunghezze cambiano a seconda della tensione emotiva, ed in cui il tempo non è metronomico ma viene colto a chicchi e a grappoli. In Aimi Kobayashi tutto l’organismo è chiamato alla produzione del suono. Quando nel concerto n. 2 la pianista, dopo l’introduzione orchestrale, inizia la sua parte, le due mani discendono unite dalla parte alta della tastiera, quella dei suoni acuti, alla parte bassa, quella dei suoni gravi. Ivi giunte, la mano sinistra rimane abbandonata priva di sensi sulla tastiera, mentre la destra s’invola in un aereo solfeggio. Durante il quale la mano sinistra riprende i sensi e si autosostiene con suoni prelevati direttamente dal silenzio. È così che viene costruito il legato continuo “a la Kobayashi”, che può essere faticosamente descritto a parole, ma che risulta evidente dalla visione, dove non ha bisogno di essere spiegato ai profani che spontaneamenta lo intuiscono. Il suono della Kobayashi è congenitamente audiovisivo. Gli antichi amanti dell’Alta Fedeltà non possono chiudere gli occhi ed immaginarsi che ella suoni veramente nel loro salottino. Per ascoltare veramente Aimi Kobayashi bisogna vederla suonare.


Attenzione: per evitare inceppamenti, fissare la definizione non oltre 480p
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Prima donna assoluta
Chi aspetta ancora un po’ per emettere un giudizio definitivo su Aimi Kobayashi, e che seguita a porre l’interrogativo: “Bisognerà vedere che cosa farà da grande”, è completamente fuori strada. Dal concerto del 28 ottobre 2010, che è materia di questo articolo, a tutt’oggi, Aimi Kobayashi ha vinto la 12th International Chopin Piano Competition in Asia in January 2011 nella “Division C”, cioè aperta a tutti, senza limiti d’età (le altre categorie avevano limiti d’età a 15 e 22 anni). Un vero e proprio campionato mondiale, ed Aimi Kobayashi entra nell’albo d’oro come la più giovane vincitrice. Contemporaneamente Romilly Hambling riporta il giudizio di due acquirenti (musicisti) del secondo CD di Aimi Kobayashi edito dalla EMI inizialmente per il solo mercato giapponese. Il disco (HQCD), intitolato “Aimi Kobayashi” contiene due sonate di Beethoven (Patetica e Appassionata) e le Kinderszenen (Scene Infantili) di Schumann. I due musicisti hanno giudicato con indifferenza le due sonate, ma hanno asserito che le Kinderszenen sono “Una cosa al di fuori di questo mondo”. Il giudizio sulle sonate non concorda col giudizio entusiastico dato dai critici sulle sue esecuzioni in concerto. In compenso il giudizio sulle Kinderszenen concorda col mio pensiero. Cioè che Aimi è una vera dinamo emotiva che si esalta col sentimentalismo. Che diventa una sua arma invincibile (quando io temevo che fosse un pericolo in agguato). Aspettiamoci quindi che Aimi esegua l’intera opera omnia di Schumann, e poi seguiti con Schubert, Mendelssohn e completi la sua panoramica su Chopin. E se scoprisse una vena di romanticismo nelle 555 sonate classiche di Domenico Scarlatti suonato, invece che col clavicembalo, con tutta la squillante sonorità di uno Steinway? Questo esperimento è già stato tentato con pieno successo da Christian Zacharias, rivelando un compositore nuovo, fresco, dinamico, da rispolverare e da mandare in scena, come ha fatto la Callas che ha riportato alla luce vecchie opere cadute ma non sepolte nell’oblio. E come la Callas veniva eletta e riverita come “Primadonna Assoluta”, così pensiamo che Aimi Kobayashi sia matura per adornarsi dello stesso titolo.

(Fototitolo: www.paintingsbymargaret.com, le altre: foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

giovedì 17 marzo 2011

Banzai Nippon


Il monte Fuji, simbolo del Giappone

Questo pianeta è fiero del suo popolo migliore: il Giappone. Se il Giappone cede, cederà l’intero pianeta, praticamente senza nessuna ulteriore capacità di difesa contro l’instabilità introdotta dalle attività umane. Il Giappone vincerà questa sua battaglia e tutte le battaglie successive, ma vincerà a nome proprio e non a nome del resto del pianeta. Il Giappone ha virtù che gli altri paesi non hanno, tra cui quella di un razionalismo che trascende ogni altra qualità. Adesso tutto il mondo ha visto come i giapponesi, di fronte alle calamità che mai, prima d’ora, s’erano abbattute in tal misura sul mondo, (talché aggettivi come “biblico” e “apocalittico” vengono a perdere tutto il loro significato), si sia comportato in maniera estremamente composta ed ordinata, quasi con indifferenza e sprezzo del pericolo. In realtà ognuno di essi ha eseguito al millimetro le istruzioni ricevute sin dalla nascita. Ognuno di loro conosceva il regolamento, e l’ha applicato, ma un conto è eseguire il regolamento in una cerimonia dimostrativa di fronte alle autorità, al pubblico festante ed al suono della banda cittadina. Ed un altro conto è quello di eseguirlo nel momento della fine del mondo. Io spero che se il nostro pianeta sarà ulteriormente provato da queste terribili prove, almeno i giapponesi sopravvivano per riaccendere la vita nelle generazioni future. Alla fine di questa vicenda si conteranno le perdite, e qualsiasi sia il loro ammontare, se i giapponesi non avessero applicato il loro regolamento le perdite sarebbero state il quadrato, il cubo, l’ennesima potenza di queste.

L’accoglienza
Non ricordo quando per la prima volta sono stato in Giappone, se nel ’78 o ’79 o prima. Ricordo il mese: aprile. E tra quei giorni di aprile ivi trascorsi c’era anche il 28, che è la mia festa. E qualche giorno prima o dopo c’era anche la festa del loro imperatore Hiro Hito. Per cui trovai un Giappone in festa, ed in piena fioritura delle azalee e dei rododendri. La stranezza della belleza giapponese m’aveva colpito prima ancora di atterrare: dal cielo si vedevano le culture a terrazze del riso, ed il terreno era conformato in maniera diversa da come lo conoscevo. Il terreno delle risaie che conoscevo io, nel nord Italia, era in in pianura, con le mondine che avanzavano a schiere e cantavano.

Risaie di montagna
Il campo di riso era come un lago, mentre qui il campo di riso era come una cascata che si frange e rimbalza sui fianchi di una montagna. La fugace visione dei campi di riso verticali mi aveva comunque comunicato una fulminea impressione: quella del terreno, del territorio, delle culture agricole trasformate ed elevate al livello di una creazione artistica. Quella di un panorama che non fa da sfondo ad un’opera d’arte (come, per esempio, nella Gioconda di Leonardo), ma che è opera d’arte di per sé. Dopo quella prima impressione, tal concetto si è in me rafforzato quando in Europa, in Italia, in Svizzera, vedo la bellezza delle cime innevate, dei fiumi che fluiscono maestosamente, dei laghi che ribrillano i bagliori di un tramonto, accanto ai filari delle vigne che ammantano i fianchi di una collina e digradano in elaborate terrazze. Ma lì. In Giappone, ogni elemento della natura che ci circonda è preso come elemento essenziale di un’opera d’arte. Le oleografie (chiamiamole così) giapponesi sono canoniche nel mostrare il giardino ideale con la sorgente zampillante, il corso d’acqua e lo stagno, con il loro ponticello, e sulla proda la piccola foresta di bambù. E l’albero abbarbicato e contorto dal vento….Tutti questi elementi dello stereotipo si traducono in una realtà che  si attua nell’ambito dello spazio disponibile: dal paio di metriquadri di un atrio ricavato in una minuscola locanda alle distese fiabesche dei giardini imperiali di Katsura (Kyoto). Ma che si sintetizzano in un singolo vaso di fiori, in un singolo mazzo di fiori, in un singolo fiore, come mostrano l’arte del Bonsai, e l’arte dell’Ikebama.

Pittura tradizionale giapponese

Eravamo uno stuolo di giornalisti europei invitati in Giappone dalla Matsushita (o Panasonic). Io, direttore e propretario della rivista Audiovisione, ero stato da loro selezionato a rappresentare l’Italia (negli anni successivi l’invito fu esteso, a turno, a tutte le altre riviste tecniche), ed all’atterraggio il loro comitato d’onore mi circondò e mi sobbarcò di un pomposo omaggio floreale. Rimasi imbarazzato e commosso, ma non volli sbarazzarmi di quel mazzo di fiori, e me lo portai appresso finché non fummo alloggiati in albergo. Ero esilarato da quell’omaggio, probabilmente offertomi come il più anziano della compagnia. Ero già stato numerose volte invitato in Europa e in America dalle più rinomate ditte di “Alta Fedeltà” e di elettronica d’intrattenimento, ero già stato principescamente accolto e lussuosamente alloggiato, ma mai mi era stato offerto un mazzo di fiori. Ed arrivati all’albergo, nella mia stanza trovai un regalo per il mio compleanno: una bottiglia di brandy Suntory (da pronunciare “Suntory”) ed una scatola di legno contenente un bellissimo vaso di porcellana. È inderogabile caposaldo dell’etichetta giapponese offrire regali di modesto valore venale ma pomposamente impacchettati. Come per il semantico McLuhan “il mezzo è il messaggio”, così per i giapponesi l’oggetto è l’involucro, non il contenuto. Anni dopo venni a trascorrere due e o tre settimane di vacanze a Tokyo, e ad un certo punto mi trovai a corto di quattrini. Telefonai a mia moglie chiedendo di inviarmi una certa cifra, e qualche giorno dopo la banca mi avvertì che c’era un messaggio per me. Recatomi in banca, mi fu offerto un cestino di vimini intrecciato, contenente un pacchetto confezionato in carta di seta con tanto di sbuffi e nastrini. Ci scambiammo ampi sorrisi, e solo dopo aver soprassato diversi isolati osai aprire il pacchetto, che conteneva il rotolino di yen tanto sospirato.

Traghetto Blue Star degli anni '70
Concezione del lavoro
Comunque, la prima vera, grande, inaspettata sorpresa col mondo giapponese la ebbi quando una mattina il “Mainichi Daily News”, il giornale che quotidianamente ci veniva recapitato nella nostra stanza d’albergo, recava articoli allarmistici ed ampia documentazione fotografica sull’imminente sciopero dei traghetti che minacciava di paralizzare il traffico dei pendolari, e quindi di paralizzare l’attività degli uffici, dei negozi, delle agenzie della capitale. Come contromisura impiegati, operai e funzionari si stavano attrezzando per il pernottamento negli uffici e nei posti di lavoro in modo da non interrompere l’attività. Le foto ritraevano l’allestimento di giacigli provvisori negli uffici, cucine di fortuna ed altro. Come è costume in Giappone (ed in Svizzera), lo sciopero, minacciato come inevitabile, all’ultimo momento fu scongiurato, ma se si fosse tenuto, la città l’avrebbe vanificato con le sue contromisure.
Come ho detto, questo viaggio riservato ai giornalisti specializzati nel settore elettronico, era organizzato dalla Matsushita, la ditta elettrotecnica più grande al mondo (per lo meno allora). Gli intrattenimenti ed i seminari tecnici venivano intramezzati con le visite in fabbrica. Fummo portati ad Osaka e visitammo uno stabilimento per l’allestimento delle casse acustiche. I vari componenti da assemblare giungevano con un montacarichi, ove una squadra di operai erano pronti ad accoglierli. Questi operai non erano vestiti da operai tradizionali, ma sembravano un gruppo sportivo in allenamento, con tanto di magliette, pantaloncini e scarpe da tennis. Appena arrivava un carico di componenti, essi erano pronti ad afferrarli, inserirli negli appositi ricettacoli, porgerli alla portata di un compagno di lavoro che con la chiave inglese serrava i bulloni e girava le viti. Un lavoro vertiginoso svolto all’insegna di una ben congegnata coreografia ergonomica. In pochi secondi il prodotto veniva confezionato, imballato, etichettato e spedito ad una destinazione determinata dal computer. Durante uno di questi cicli operativi, avevo notato un operaio (o meglio, un atleta) che, con particolare slancio, scattava in azione ed animava il resto del gruppo. Si distingueva per avere un nastro rosso che gli cingeva il capo. Domandai se fosse il caposquadra o comunque un elemento emerito del gruppo, e che cosa significasse quel nastro rosso. La risposta fu: “No, quello è in sciopero”.

Ammasso globulare di azalee a Tokyo
Giardini e fioriture
Arrivai dunque a Tokyo nel periodo della festa dell’Imperatore, della festa mia, della fioritura dei ciliegi e della fioritura delle azalee e rododendri. Come appassionato di floricoltura, molte cose in teoria già le conoscevo, ma non ero preparato a vederne la spettacolare dimostrazione pratica. Una pianta cui dedicavo particolare attenzione è sempre stata l’azalea assieme al suo fratello maggiore: il rododendro. Sapevo dai libri che il clima adatto a queste piante era quello caldo e umido che in Italia, o per lo meno a Roma, non c’è, perché qui, quando arriva il caldo ad aprile e a maggio, smette di piovere. Quindi nel nostro clima le azalee e i rododendri sono quello che sono, ed i migliori esemplari vanno ricercati nelle serre. Comunque, nel nostro piccolo, le azalee in vaso esposte verso Pasqua sulla scalinata di Trinità dei Monti, a cura del Comune di Roma, una certa figura l’hanno sempre fatta.

Azalea bonsai

Ma come il piccolo astronomo dilettante rimane stupefatto a guardare da un vero osservatorio astronomico le galassie globulari, così a Tokyo rimasi annichilito ad osservare i giganteschi ammassi globulari delle azalee in piena terra spuntare nei giardini pubblici. Sì, quello è il loro clima: ad aprile invece di andarsene vengono le piogge. Inoltre, forse neanche in Inghilterra, nei reali botanici giardini di Kew, è possibile trovare giardinieri provetti quanto i giardinieri giapponesi. In ogni località giapponese in cui mi sono recato, le piante, i prati, gli alberi, i fiori sono coltivati con perizia ed eleganza inimitabili. Gli ammassi globulari di azalee di cui parlavo, sono ottenuti piantando decine o centinaia di esemplari uno accanto all’altro, di varia tonalità cromatica, e poi potando a palla tutto l’ammasso. Quello che i giapponesi fanno in grande, lo fanno anche in piccolo, ed in effetti, tornando in patria, portai con me un bonsai Kuro Matsu, e cioè un “Japanese Black Pine” (pino nero giapponese), mentre il cuore lo lasciai nel giardino pensile di Mitsukoshi, accanto ad una piccola azalea in pieno fiore del costo di 12 milioni di lire. I giapponesi sono capaci di creare un giardino zen sistemando su un vassoio sabbia e sassolini. In grande, quello che ho visto nei giardini di Katsura, la residenza imperiale di Kyoto, non ha riscontro in tutto il resto del mondo. 

Katsura, residenza imperiale a Kyoto
Pur trasudando una civiltà d’antichissima data coeva con la nascita del mondo, ben poche vestigia si sono tramandate nel tempo, perché i giapponesi hanno sempre anteposto al marmo il legno. E così, nel grande parco di Katsura, gli edifici che emergono dalle acque sono, appunto, in legno ben cigolante, in modo che nessuno potesse furtivamente inoltrarvisi senza essere notato. Dalle immagini si vede il trionfo dello stereotipo estetico, filosofico e naturalistico tradizionale giapponese.


Una geisha a Kyoto
Le geishe
A Kyoto il nostro gruppo fu intrattenuto in maniera principesca: accanto alla visita di Katsura, con relativa cerimonia del tè, e ad escursioni varie, la parte elettrizzante era costituita dal trasferimento, di sera, nel grande locale da ballo dal nome di “Bellamy”, una sala a due piani (platea e galleria) con una orchestra di quaranta elementi. Il nostro posto era in galleria, sistemati attorno ad eleganti tavolinetti, circondati da stormi di ragazze (ma sembravano bambine) adibite alla nostra cura (intensiva). Il loro compito era quello, teorico, di eseguire ogni nostro desiderio. In pratica esse prevedevamo, prevenivano e catalizzavano ogni nostro desiderio, facendoci pervenire una bottiglia di champagne dietro l’altra ed altre bevande rare, intramezzate da piattini di sushi ed altre delicatezze che non ricordo.  Quello che ricordo è che ci attorniavano da presso e non ci facevano mancare il calore di fruscianti carezze. Poi venne la celebre cantante, accolta da salve di applausi. Applausi che divennero addirittura disruptivi quando attaccò: “Ciao, ciao Bambina” e nel brusio chiaramente si distingueva la parola “Canzone”. Così seppi che in Giappone le canzonette si chiamavano “Hits”, ma quelle italiane si chiamavano “Canzoni”.

Govane apprendista geisha


Se a Kyoto fummo intrattenuti in modo principesco, a Tokyo il nostro intrattenimento si poteva classificare, ma solo a posteriori, addirittura “regale”. Fummo portati in un locale di geishe, che si esibivano su un palcoscenico in danze col ventaglio ed in escuzioni musicali col koto (a sei o otto corde, non ricordo). Trattasi di una sorta di cetra stativa, cioè che non viene portata a braccio ma va appoggiata ad un tavolo o al suolo, un antichissimo strumento giapponese indelebilmente legato ad ogni opera letteraria classica. Infatti, negli anni successivi, l’ho trovato più volte citato nella lettura del “Genji monogatari”, l’opera di mille pagine, scritta nell’anno mille in caratteri kana dalla dama di compagnia della corte imperiale Fujiwara Fuji, in arte Murasaki Shikibu. Poi fu servita la cena, ed ognuna delle geishe venne a sedersi accanto ad ognuno di noi. Quella sera ero burbero e non gradii quella vicinanza. Poi, nei giorni successivi, seppi quanto veniva a costare l’intervento delle geishe ad un ricevimento ed ammutolii. Le geishe sono donne rispettabilissime, che, prima di raggiungere la qualifica, si sottopongono ad anni ed anni di durissimo tirocinio nelle loro accademie di formazione. Esse rappresentano il massimo giapponese in tema di eleganza e distinzione. Il loro abbigliamento, la loro acconciatura ed il trucco non possono (nel senso di: non devono) essere oggetto della minima critica se non di esplicita stupefatta ammirazione. La loro presenza in qualsiasi tipo di cerimonia ne determina il rango in maniera univoca: una festa con dieci geishe ha una caratura doppia di una festa con cinque geishe.

La danza del ventaglio
Ad Osaka il ricevimento riservatoci fu addirittura imperiale, nel senso che in una lussuosa immensa sala di non so quale Grand Hotel erano presenti non solo una quantità sterminata di geishe, ma anche due sculture in ghiaccio, alte almeno sette metri, una raffigurante un airone, l’altra raffigurante una pagoda a cinque piani. Mentre noi ci divertivamo a mangiare, a bere, e a suonare un grande Steinway da concerto. Le due sculture gocciolavano ed all’alba si sarebbero completamente liquefatte. Qualcuno di noi provava nostalgia per le affettuose ragazzette del Bellamy.

Banzai Nippon
In definitiva “Banzai Nippon” significa semplicemente “Viva il Giappone”, ma con alcune specificazioni. Innanzitutto il nostro “Viva” sottintende l’estensione “Viva a lungo” e, nel caso del “Banzai”, quel “a lungo” si può valutare attorno a “Diecimila Anni” come minimo garantito. Perentoriamente, nell’ora del terremoto, dello tsunami e della minaccia nucleare, il Giappone conferma di essere il miglior popolo della Terra. La sua cultura, di cui ho provato a dare una piccola rappresentazione, è equamente distribuita in tutti gli strati della popolazione senza zone di accumulazione presso determinati strati sociali e senza zone di esclusione in altri strati. La delinquenza in Giappone è molto bassa, e mostra una certa accentuazione nel settore minorile. Non è un dato inquietante, innanzitutto perché è dovuto allo stato di sforzo che determina il comportamento scolastico, caratterizzato da un altissimo tasso di competività, di cui parlerò in qualche altra occasione. Il fatto, poi, che il tasso di delinquenza si abbassa passando nelle fasce adulte d’età, significa che il fenomeno di delinquenza giovanile, anzi: infantile, è transitorio.

Il ponticello è il cuore del giardino formale giapponese (Katsura)
Quanto alla delinquenza vera e propria, essa presenta un aspetto paradossale: la Yakuza agisce in piena visibilità, la sua sfera d’interessi si esercita prevalentemente sugli appalti per le opere pubbliche, e prevale addirittura sulle forze dell’ordine nell’assicurare alla società giapponese ordine e sicurezza nei confronti della delinquenza spicciola. In primis essa tiene la società esente dallo spaccio della droga. Se la serata con gli amici si è troppo prolungata e siete rimasti senza più un goccio di birra, se avete una procace figliola di dodici anni, mandatela pure di notte a cercare un bar aperto: la Jakuza vi assicura che la vostra bambina non correrà nessun pericolo. Ebbene, i giapponesi ce la faranno a ricacciare indietro la minaccia del disastro nucleare. In caso contrario, non varrebbe la pena di aspettare l’uscita del prossimo numero di Famiglia Moderna.
Marino Mariani

(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)