sabato 4 dicembre 2010

Telemetro, Tachimetro, ma anche Cronometro

di Luciano Zambianchi

Orologio del periodo ellenistico, 1° secolo avanti Cristo


Foto 1


Uno dei tanti problemi che ha chi si specializza in qualche raccolta o in qualche attività (non oso dire in qualche collezione) è che amici e parenti per le feste ed i compleanni gli regalano sempre oggetti relativi alla sua passione, senza pensare che in quello specifico settore lui ha già tutto quello che gli interessa, rispetto a ciò che loro possono trovare sul mercato, e che quasi sempre i venditori, anche quelli specializzati, hanno competenze limitate rispetto alle sue. Nel mio caso da questo regalo prevedibile, che qualche volta ti fa desiderare di ricevere una “cravatta”, si salva solo Ornella che senza condividere a pieno le mie “passioni” è però così intelligente da prendere nota dei miei desiderata e quindi riesce ogni volta a sorprendermi piacevolmente. Una eccezione c’è stata lo scorso mese quando ho ricevuto da un’amica un regalo che, pur essendo un orologio, ha aumentato la mia curiosità e arricchito la mia “immaginazione”. Si tratta nientemeno dell’orologio di suo padre (foto 1) che mi ha donato dietro solenne promessa che avrei cercato di scoprirne la storia, il produttore, e che avrei cercato di farlo vivere di nuovo. Apparentemente l’orologio funzionava ma ad una più attenta osservazione ho scoperto che una ruota era addirittura tagliata a metà (foto 2), che la rimessa del telemetro funzionava saltuariamente, che tutta la macchina aveva bisogno di una radicale revisione,  non solo di una superficiale pulita. Ho detto la rimessa del telemetro perché  questo

Foto 2
è il primo orologio che mi capitava con la scala del telemetro ed il tachimetro, non con il cronometro come è d’uso; oltre a questo si trattava di un monopulsante, una bella complicazione che aumenta la rarità del pezzo. Non avevo idea a che cosa potesse servire un telemetro da polso e così mi sono messo a studiare, anche per scoprire il produttore ed il possibile anno di produzione. Intanto la funzione telemetro si basa sulla differenza di velocità tra la luce ed il suono. Si fa partire il meccanismo quando si vede un lampo e lo si ferma quando si sente il tuono. Veniva usato in artiglieria dagli osservatori che individuavano la distanza tra la loro postazione ed i cannoni nemici proprio nel modo che ho descritto, lo stesso poteva essere usato per capire se un bombardamento, o più semplicemente un temporale stava avvicinandosi o allontanandosi. 
Foto 3
Questa funzione fa pensare anche all’uso in meteorologia. Ho cercato dalla mia amica tutte le informazioni su suo padre e l’idea che me ne sono fatta è che lui usasse l’orologio specialmente per capire il percorso dei temporali. Ho anche un’idea sulle ragioni del suo acquisto e sul periodo di questo acquisto: probabilmente ha scoperto questo tipo di orologio frequentando dei suoi amici che negli anni Venti lavoravano in un aeroporto militare. Molto diverso è il percorso che ho dovuto fare per individuare il produttore del movimento e la marca dell’orologio; sul fondello della cassa una traccia: - Acier inoxydable – (foto 3). Il fondello pulito a specchio è stato poi segnato a mano da centinaia di cerchi che producono un bel gioco di diffrazione luminosa. Si capisce che i cerchi sono stati fatti a mano dai piccoli difetti di allineamento. La cassa in acciaio ha le astine delle anse (quelle su cui va montato il cinturino) incastonate direttamente nella cassa, il diametro esterno della cassa è di 40 mm con la tolleranza di 1 centesimo di millimetro (un lavoro artigianale o svizzero). Il movimento è di quelli che si estraggono dopo aver rimosso la lunetta ed il vetro, il quadrante in smalto vetrificato è di 34,5 mm ed è fissato da due perni. Sul quadrante in rosso è riportata

Foto 4
all’esterno la scala telemetrica (da 0 a 20 Km) con la scritta TELEMETRE, subito sotto una scala in nero (da 0 a 60) con divisioni ben leggibili fino ad un ventesimo di secondo, un contatore dal lato della corona indica i minuti cronometrati (fino ad un massimo di 30). Al centro del quadrante una spirale in rosso forma una scala tachimetrica. Per liberare il meccanismo basta allentare la vite che tiene il perno di carica ed estrarlo, poi basterà allentare la vite che fissa il movimento al castello. Anche qui nessun segno, sulla platina di lato al ponte del bilanciere è inciso il numero 48, di solito da quelle parti la Longines e la Zenith incidevano il calibro del movimento, questo indizio potrebbe rivelarsi determinante infatti il diametro del movimento, senza la cassa, è di 35 mm, la dimensione standard di un movimento  molto usato  agli inizi degli anni ‘30,  il famoso  LANDERON 48  (foto 4).  Anche 

Foto 5
Longines, Universal e l’esercito italiano con Ita 48 in quegli anni studiano le possibilità del calibro 48.  Per fortuna gli orologi monopulsante hanno avuto una produzione limitata nel numero di pezzi e nel tempo, quindi ho potuto restringere il periodo della ricerca agli anni che vanno dal 1915 al 1940. Gli anni tra il 1915 e il 1925 sono quelli suggeriti dal quadrante smaltato e vetrificato, mentre gli anni dell’autarchia fascista (tra il 1936 e il 1940) giustificano la nascita del movimento Ita 48 (1936) commissionato dalla Regia Marina alle officine Panerai, e la totale assenza di firme sul quadrante, ma anche sul movimento. Sempre tra il 1915 e il 1940 venivano usati i pulsanti ellittici e non quelli cilindrici (foto 5). A questo punto ho provato ad usare un sistema diverso da quello seguito fino ad ora: invece di analizzare l’orologio ho deciso di paragonarlo, almeno per il movimento, ad altri di cui ho le immagini, il risultato è sorprendente: si tratta di un movimento Valjoux 8 (un gran bel movimento! Monopulsante 18000 Ah, forse in quegli anni interamente assemblato dalle officine Panerai) inserito in una cassa prodotta in modo artigianale in un unico esemplare (o in una tiratura limitatissima) negli anni ‘20. Ecco il confronto tra i due movimenti (foto 6-7). La foto 7 mostra l’orologio di cui stiamo cercando il produttore; la 6 mostra il retro di un “esemplare unico” (come è scritto sul quadrante) di un cronometro monopulsante anni Trenta della Steinfeld & Sohne in cui sulla platina dietro al quadrante c’è l’indicazione “valjoux 8”. In entrambi i casi gli orologi misurano quattro centimetri di diametro (una misura molto grande rispetto alla produzione dell’epoca) e la somiglianza tra i movimenti è evidente. Anche questa volta il mistero è risolto. In realtà ci sarebbero ancora tre domande a cui è doveroso rispondere, magari brevemente: 
 
Foto 6
1) Quale è la storia del movimento Valjoux ? Il meccanismo nasce nel 1901 per iniziativa dei fratelli Reymond che fondano una fabbrica, la Reymond Freres SA, nel territorio della Vallée Joux. Nel 1929 l’azienda prende il nome di Valjoux SA e nel 1942 la famiglia Reymond viene estromessa e l’azienda diventa la Ebauches SA. Per la sua robustezza e qualità il meccanismo viene apprezzato e adottato dalle migliori case svizzere (Rolex, Audemas Piguet, Patek Philippe, Vacheron Constantin ed altre). Nel 1976 la sovietica Poljot compra dalla Ebauches SA la linea di produzione del Valjoux 7734 (uno dei calibri più famosi) che diventa Poljot 3133. In Svizzera continua la produzione della linea Valjoux 80 e Valjoux 90.
2) Come è possibile che manchi un intero settore della ruota dei minuti? In realtà il “guasto” è derivato da una antica riparazione non proprio a regola d’arte: si devono esser rotti alcuni denti della ruota e così l’orologiaio ha tagliato un settore e saldato (a stagno, sono ancora visibili i residui) un nuovo settore senza denti mancanti. Con il tempo e con l’uso il pezzetto sostituito della ruota si è staccato ed è andato a fermare l’orologio. Anche alcune viti inserite a forza, e non del giusto calibro hanno contribuito alla rottura.
3) Come ha fatto il padre della mia amica a sentenziare l’impossibilità di una riparazione? La ruota rotta, il quadrante segnato, la necessità di una completa revisione (la rimessa incideva sul funzionamento del cronometro), il vetro ingiallito e rigato, il fatto che il primo orologiaio a cui l’aveva affidato non fosse riuscito a risolvere il guasto, hanno contribuito a mandare in pensione il vecchio cronometro nella scatola dei bottoni. Tutto questo nonostante la mia amica trovasse quell’orologio un oggetto magico, presente nei suoi ricordi di bambina.

Foto 7
Ora il quadro è completo, chi ne volesse sapere di più potrà usare queste informazioni come base per seguire in Internet e sulle numerose biografie cartacee il suo filo d’Arianna.

Didascalie:
Foto 1: L'orologio del padre della mia amica
Foto 2: La ruotina della lancettaa dei minuti del cronometro (rotta)
Foto 3: Il fondello della cassa lavorato a specchio
Foto 4: Il movimento Landeron 48
Foto 5: Il monopulsante è ellittico
Foto 6: Il movimento Steinfeld & Sohne di cui ho trovato la storia
Foto 7: Il movimento del nostro orologio misterioso

(Foto Google 4 e 6 di dominio pubblico, le altre sono dell'Autore. Click per ingrandire. Mac: ulteriore ingrandimanto da tastiera)


giovedì 2 dicembre 2010

Storia di IWC 3a parte

Cascata del Reno a Sciaffusa
Siamo giunti alla fine della nosra biografia della IWC. Nello spazio che mi rimane vi confiderò un segreto che non avevo ancora rivelato. Vi dissi che, avendo smarrito il mio orologio, avevo pensato di comprarmi, in Svizzera, un altro bell'orologio in acciaio, da spenderci sopra un centinaio di franchi svizzeri, vale a dire 50 o 60mila lire, alle quotazioni di quei tempi (1980). Poi, invece, avendo visitato i migliiori negozi di Lucerna, di Zurigo e di Winterthur, mi innamorai del'IWC Yacht Club II in acciaio e oro, che di franchi ne costava 3.600. Somma che non avevo in tasca. Ma la necessità aguzza l'ingegno, e mi recai in una sede della Kantonal Bank di Lucerna, ed insieme al direttore scoprimmo che nella sede di Winterthur c'era un conto intestato a mia figlia, sul quale potevo esercitare la mia patria potestà. Detto fatto, mi feci dare 5.000 franchi, ed andai a soddisfare il mio desiderio. Essendo quell'anno il 25mo anniversario del mio matrimonio, in seguito comprai, sullo slancio, lo stesso modello in oro massiccio per mia moglie, ed una versione sportiva per mia figlia, che poi rimborsai. Approfittando dello spazio che mi rimane, pubblico l'unica fotografia esistente del fondatore dell'IWC, cioè dell'uomo dal cognome più comune, e dal nome più unico che raro in tutta l'America, e cioè di Florentine Ariosto Jones. Ed anche la foto di uno dei suoi stabilimenti che attingevano la forza motrice dal Reno, che avrei dovuto pubblicare già nella prima puntata, ma lì per lì non la trovavo. E poi, al posto di un paio di foto di orologi del passato, che facevano parte delle puntate pubblicate otto anni fa dalla rivista Chrono World, pubblico un paio di modelli attuali che forse vi interessaeranno maggiormente. Ciao ciao

Florentine Ariosto Jones



Strana vicenda, quella della IWC! Nasce come una filiazione dell’intraprendenza industriale americana, sembra voler cambiare il mondo elvetico con i suoi macchinari trasportati da oltre oceano ed impiantati in un cantone non orologiero come quello di Sciaffusa, poi, con lo scorrere dei decenni, si elvetizza più degli stessi figli di Gugliemo Tell e viene a far parte del nucleo più esclusivo della nobiltà manufatturiera di questo paese. E, reciprocamente, il cantone, che dovette pur assistere alle prime disastrose vicende aziendali della IWC, finì per adottare la ditta inizialmente americana come la sua figliola prediletta. Per i nativi, essa è la “Watch” di Sciaffusa, e sono fieri che sulla cassa di questi orologi sia inciso il marchio di qualità “Probus Scafusiae”. Ma in che senso ho parlato di elvetizzazione della ditta? Ebbene, in numerose biografie aziendali da me redatte, per esempio quelle di Vacheron Constantin o di Breguet, c’è la descrizione della carriera di un orologiaio (nel senso di “Maestro Orologiaio”, cioè di “Uhrmacher”), la quale comincia con l’apprendistato e finisce con un esame di laurea costituito dalla fabbricazione di “un capolavoro” interamente progettato e costruito dal candidato. Ebbene, non un singolo personaggio della “Watch”, ma la ditta stessa, nel suo evolversi e divenire, si è considerata come l’apprendista solerte che guarda e impara, per poi passare, non appena cominciano a sussistere solide basi di natura aziendale, alla fase creativa, alla progettazione e fabbricazione in proprio di un capolavoro che, a livello di ditta di fama mondiale, non può essere che una sfida assoluta quale la produzione di un modello “grande complication” (in cui “grande” va pronunciato alla francese, cioè “gran” con la “n” nasale). Orbene, nella serie di articoli dedicati a Patek Philippe, abbiamo visto come l’orologio più complicato attualmente esistente è il “calibro 89” che, nella sua categoria, è praticamente imbattibile. E quale sarebbe la sua categoria? Quella degli orologi “da taschino”, e vien da ridere a pensare che un taschino possa contenere un orologio la cui cassa d’oro, da sola, pesa più di 500 grammi, e l’orologio stesso supera di gran lunga il chilogrammo. Si tratta, in realtà, d’un orologio la cui destinazione primaria sembra essere il caveau di una banca, o quantomeno la vetrina corazzata di una struttura espositiva (giro di parole per dire “museo”). Ebbene, nella puntata precedente abbiamo visto come nella produzione di orologi da taschino della IWC, figurino diversi modelli, esteticamente molto belli. Ma l’ambizione alle soglie del 2000, dalla IWC pienamente realizzata, è veramente ai confini più remoti della realtà: la fabbricazione di un “grande” (da pronunciare alla francese) che più grande non si può, da polso (dicesi ”da polso”)! Ebbene, direte, esiste una tradizione IWC in “grandi orologi da aviatore” consistente nel mettere un cinturino ad orologi da taschino (dopo ne riparleremo), ma non è questo il caso: il “grande” IWC da polso è un elegantissimo orologio, di facile utilizzazione, che chiunque può esibire senza spirar aria di museo viaggiante. Le illustrazioni parlano chiaro. Ma il nostro libro di riferimento, che si intitola appunto “Grande Complication della IWC” è talmente dettagliato, talmente specifico, che è praticamente impossibile farne una sintesi senza rivelare una penosa disparità tra l’articolo conciso che si può ricavare e lo splendido originale, il cui autore, Manfred Fritz, ha lavorato per oltre cinque anni a fianco dei progettisti, coadiuvato da squadroni di fotografi e disegnatori per render conto della minima vitarella. Ripeto che il libro, edizione Stemmle, è disponibile in una ottima traduzione italiana, e da solo costituisce una vera e propria enciclopedia per l’amante di orologi, indipendentemente dalla propria marca preferita, e quindi rimandiamo gli appassionati alla lettura di questo raccomandabilissimo volume. Ma un saggio ve lo vogliamo comunque dare, e del “grande complication” da polso tratteremo un aspetto abbastanza insolito, quello della suoneria.

Il Grande Complication da polso, esemplare della prima
serie del 1990 tirata in soli 50 esemplari

Il suono del Grande Complication
Sono pochi gli elementi di un orologio che volendo, ed anche effettuando gli investimenti necessari, non si possono copiare o riprodurre. Alcuni componenti della suoneria appartengono già da tempo a questa categoria: in certe leghe metalliche, per esempio, si cela il segreto di una compensazione termica ottimale. Oppure, per citare un esempio più vicino a noi e tuttora attuale, il materiale con cui è realizzato lo scappamento dell’IWC “Ingenieur” (l’orologio meccanico più insensibile del mondo ai campi magnetici) viene scrupolosamente custodito dalla manifattura come segreto di produzione. Fin dall’inizio del XX secolo, tuttavia, la maggior parte dei produttori di orologi complicati disponeva, accanto agli altri reparti, anche di un laboratorio più piccolo e più riservato. Il maestro orologiaio lo apriva al mattino e lo richiudeva a chiave la sera, personalmente. Tranne che a pochi collaboratori, l’ingresso era vietato a chiunque. In quei locali, infatti, venivano sviluppati i componenti che, senza una precisa conoscenza dei materiali e dei metodi di fabbricazione impiegati, non è assolutamente possibile riprodurre, per lo meno non con lo stesso risultato: si tratta dei gong degli orologi a ripetizione. Su questo argomento specifico fino ad oggi è stato scritto ben poco. Il segreto della fabbricazione di un gong dotato di un bel suono, veniva di solito trasmesso oralmente, tanta era a quei tempi la paura (forse non infondata) che due orologi da taschino di un determinato prestigio, potessero suonare allo stesso modo. Del resto, non è proprio nel suono che sta l’incomparabile, personalissimo fascino dell’orologio a ripetizione?La maggior parte di questi laboratori avevano chiuso i battenti verso l’inizio del secolo scorso, quando “l’orologio che suonava” aveva temporaneamente perso la guerra dichiaratagli prima dalla luce elettrica, poi dalle cifre luminose. La tradizione si era così perduta, e questo ha significato per la IWC dover cominciare tutto da capo. Due giovani orologiai, Robert Greubel e Gion F. Letta, entrambi particolarmente impegnati nello sviluppo del “Grande”, hanno iniziato le loro ricerche dagli archivi. Sono seguite visite a colleghi, colloqui con fabbricanti di pianoforti e con musicisti, nonché con tecnici del suono ed esperti di metallurgia; le loro indagini però non sono state infruttuose. Una delle pochissime testimonianze scritte sulla produzione dei gong descrive così il processo: “I migliori gong sono fatti in un sol pezzo di metallo, ovvero il piede e la molla sono un tutt’unico. Per il gong va usato acciaio inglese Huntsman, che bisogna prima ammorbidire. L’acciaio va piegato partendo dal centro, in modo da conferirgli una forma arrotondata verso il piede. Bisogna quindi cominciare a limare il gong partendo dalle due estremità fino a che le molle non hanno un diametro di 1,78 mm circa. Si può poi cominciare a tranciare gli orli e arrotondare le molle con la lima. Il gong va infine passato attraverso una trafila temprata, che bisognerà costruire da sé, fino a raggiungere un diametro di 0,94 mm...”Ecco che cosa nascondevano agli occhi dei curiosi gli antichi maestri, nei loro laboratori. In quel documento si sono trovati alcuni cenni sulla tempra e sull’intonazione del gong mediante la famosa quanto difficile levigatura triangolare del piede, cioè dell’estremità da inserire nel blocco di fissaggio del gong stesso. I concetti descritti si adattavano perfettamente agli orologi da tasca di una volta, con pareti relativamente sottili e gong di grandi dimensioni. Ma anche per la realizzazione di gong molto più piccoli destinati al nostro orologio da polso è stato possibile trarre alcune conclusioni assai utili; presto però i due tecnici si resero conto che il problema maggiore non era quello di far nascere nel Grande Complication un suono soddisfacente, bensì quello di farlo “uscire” dall’orologio. Su questo punto anche i fabbricanti di strumenti musicali consultati non hanno potuto essere d’aiuto: essi infatti hanno a che fare abitualmente con strumenti costruiti soprattutto in funzione dell’ottimizzazione e della propagazione del suono. Ben poco delle loro tecniche, quindi, si dimostra applicabile ad un orologio da polso con una cassa di platino tanto massiccia da agire sul suono come un autentico silenziatore. Per un mese intero, Greubel ha lavorato nel suo tempo libero ad un gong con sezione di 0,6 mm circa, secondo un vecchio procedimento tramandato nel documento: blocchetto e molla in un pezzo unico. Quando però il pezzo così faticosamente realizzato venne montato nella platina della ripetizione e saldamente ancorato nella cassa finita, azionando il cursore esterno non scaturì che un suono assai flebile. A questo punto il team che già da anni stava lavorando allo sviluppo del Grande Complication ebbe un nuovo sussulto d’ambizione. Una cosa infatti era chiara a tutti: non si manda sul palcoscenico una primadonna senza voce. Gli esperti decisero quindi, secondo la tipica filosofia IWC, di “reinventare” il gong dell’orologio a ripetizione. A questo scopo vennero riesaminate tutte le basi teoriche della formazione del suono. Quando l’aria viene fatta vibrare ad una certa frequenza, le vibrazioni si manifestano all’organo ricevente, ossia all’orecchio, come “suono”. Nel nostro caso specifico, le “emittenti” dell’oscillazione periodica dell’aria sono i due gong percossi dai martelletti del meccanismo della ripetizione. Essi trasmettono innanzitutto le loro vibrazioni alle particelle d’aria circostante sotto forma di onde a diversa frequenza. Ma i gong possono anche entrare direttamente in vibrazione con altre parti del movimento o della cassa, cui sono collegati attraverso blocchetti di fissaggio.

Il Big Pilot's Watch Perpetual Calendar, 2010
Se un gong è più lungo dell’altro, alla percussione del martello esso produrrà vibrazioni con un periodo più lungo, e quindi con un tono più basso rispetto al gong più corto. La lunghezza necessaria affinché il suono non risulti eccessivamente acuto viene ottenuta modellando il gong come un cerchio, da collocarsi fra il movimento e la parete interna della cassa. Tutti gli sforzi vennero perciò concentrati sul potenziamento della sorgente sonora, cioè del gong. La strada di impiegare gong più grandi, che avrebbero prodotto un suono più forte, non si rivelò percorribile: le dimensioni della cassa non potevano infatti essere alterate, e la forza di percussione dei martelletti poteva venir aumentata solo in misura molto modesta. Senza esitazione si cominciò quindi a porre in discussione la validità del tradizionale gong in acciaio, e i tecnici dell’IWC si misero alla ricerca di un nuovo materiale. Con un intenso lavoro artigianale, e con attrezzi speciali, fu costruito quello che probabilmente fu il primo gong in zaffiro per orologi. Una volta montato, però, il suono si rivelò cristallino, ma decisamente troppo fievole perché le caratteristiche di vibrazione dello zaffiro sono decisamente inferiori a quelle dell’acciaio. Un altro materiale, la ceramica, si rivelò deludente per via del suono troppo cupo. L’équipe dei ricercatori cominciò a prendere in considerazione l’affascinante proprietà delle campane tubolari: un cilindro aperto che, dal punto di vista fisico, non fa entrare in vibrazione soltanto l’aria che lo circonda, ma anche quella nel suo interno. L’esperimento con un tubicino di 0,6 mm in bronzo fosforoso, purtroppo, non fornì che un trascurabile aumento del volume d’ascolto: le dimensioni di questa campana erano troppo ridotte per ottenere un miglioramento apprezzabile. Dopo tutti questi tentativi, durati molti mesi, una cosa era ormai chiara: bisognava concentrare gli sforzi non tanto sulla sorgente, bensì sul modo di far uscire il suono dalla cassa. Ma saltiamo un’altra geremiade di penose situazioni, e veniamo alla miracolistica soluzione del problema: un bel giorno Lothar Schmidt entrò in un negozio di giocattoli di Sciaffusa ed acquistò due carillon da pochi soldi per bambini. Arrivato in azienda, li smontò pezzo per pezzo per risolvere, analizzando un esempio concreto, l’enigma del suono di un giocattolo di plastica: fortissimo quando la cassa è chiusa e appena avvertibile, anche a poca distanza, quando il carillon è allo scoperto. La dimostrazione pratica e le leggi dell’acustica gli dettero la spiegazione: il gong in vibrazione (o, in quel caso, la linguetta del carillon) ha bisogno in primo luogo di uno spazio chiuso sufficientemente grande intorno a sé, la cosiddetta camera di risonanza, a cui trasmettere le proprie vibrazioni. Le vibrazioni dell’aria, a loro volta, vengono amplificate dalle pareti della cassa, il cosiddetto corpo risonante o cassa di risonanza, e ritrasmesse all’aria circostante. Applicato al Grande Complication questo principio significa: le leggi della fisica non richiedono la comunicazione diretta fra la camera di risonanza e l’aria esterna, ma impongono che la cassa, o una parte di essa, trasmettano le vibrazioni dell’aria interna a quella esterna… Naturalmente le vicende della suoneria del Grande Complication da polso della IWC, nel libro di Fritz, proseguono per molte pagine ancora, e ciò vi dà un’idea dell’analitica vastità dell’opera. Ma che fare, a questo punto, più di avervene raccomandato la lettura diretta? Passiamo invece alla più recente creazione sciaffusiana, del resto profondamente legata ad una delle sue principali specialità.

Da Vinci Perpetual Calendar Digital Date-Month, 2010

Il grande orologio da aviatore
Il primo oggetto volante della storia, l’aeroplano dei fratelli Wright, percorse 50 metri in circa 12 secondi. Ciò avvenne nel 1903, ma già pochi anni dopo l’aviazione aveva fatto segnare tali progressi da richiedere l’ausilio di una orologeria di precisione, come precedentemente la marineria aveva richiesto dei cronometri speciali per risolvere “il problema della longitudine”. L’approccio di IWC all’Aeronautica risale al primo “orologio speciale da aviatore” del 1930: quadrante nero, lancette fortemente contrastate e luminose nell’oscurità, lunetta girevole di vetro con un indicatore luminoso e di una minuteria di facile leggibilità, ma sprovvista del quadrante dei secondi. Il movimento a carica manuale dell’IWC calibro 83, utilizzato per questo ricercatissimo orologio, noto anche col nome di Mark IX, era già fornito di un dispositivo antiurto e collaudato a temperature estreme. Il Mark X, prodotto dal 1940, ne costituiva una variante adatta alle esigenze militari, ma non unicamente destinata all’Aviazione, con un calibro identico, oggi ambitissimo pezzo da collezione. Arriviamo alla seconda guerra mondiale, che pretendeva gli orologi migliori, e quasi tutti i produttori svizzeri di prestigio si attrezzarono per rispondere ad una massiccia domanda. Per la Luftwaffe, l’armata aerea tedesca, la IWC fabbricò un orologio da aviatore sovradimensionato e concepito in funzione delle esigenze militari: un modello noto semplicemente col nome di “Grande IWC”. Da questo strumento ci si attendeva una precisione nettamente superiore a quella degli orologi di bordo. Le qualità cronometriche di ciascun esemplare erano sottoposte a minuziosi controlli da parte dell’osservatorio nautico tedesco di Gesundbrunnen presso Dresda. Per questo modello d’eccezione la IWC utilizzò il movimento per orologi da taschino modificato calibro 52 SC (con secondi al centro), costituito da un prezioso movimento a ponti dorati, bilanciere bimetallico a vite e regolazione di precisione a collo di cigno, fabbricato nella sua versione di base da oltre 40 anni. Per la prima volta la IWC dotò uno dei suoi orologi di una cassa interna in ferro dolce allo scopo di proteggere il movimento dai campi magnetici.

Portuguese Yacht Club Chronograph, 2010

L’aviatore 2002
l Mark XI è stato senza dubbio il più celebre fra gli orologi da aviatore della IWC, che lo produsse a partire dal 1948. Il modello fu principalmente destinato alla Royal Air Force (visto che la Luftwaffe non esisteva più). Relativamente piccolo, e di aspetto poco appariscente, il Mark XI, dotato di tre lancette (ore, minuti e secondi), è diventato negli anni un vero e proprio oggetto di culto. Il Grande Orologio da Aviatore, presentato quest’anno, si è immediatamente imposto come una delle star delle recenti rassegne elvetiche. Si tratta di un esemplare che va certamente incontro ai desideri di un orologio prettamente maschile, aggiungendo, all’intonazione militare, delle dimensioni notevoli capace di farlo risaltare anche in quest’epoca d’orologeria extra-large: il diametro della sua cassa in acciaio è infatti di ben 46 mm (la larghezza, compresa la grande corona, va oltre i 51 mm, e l’altezza anse comprese supera i 55 mm) e lo spessore di 16,8 mm. Ma la grandezza non è solo nelle dimensioni: le tradizionali doti di precisione, affidabilità e resistenza alle sollecitazioni estreme che hanno reso celebre la casa vi si ritrovano al massimo grado. Davvero un bell’omaggio alla prestigiosa storia della IWC, e un “regalo” prezioso ai tanti estimatori della maison di Sciaffusa…
Marino Mariani

Antico stabilimento IWC azionato dalla forza motrice del Reno

(Foto Google di pubblico dominio. Click foto per ingrandire. Mac: ulteriore ingrandimento da tastiera)

martedì 30 novembre 2010

Valentina Lisitsa: l'Appassionata

di Marino Mariani

Clara Wieck Schumann

Donne primeggianti nel campo dell’arte, invece che nelle virtù dell’economia domestica, ce ne sono sempre state, anche se non numerose. La prima di esse fu la somma poetessa Saffo, lodata e idoleggiata da tutti, compreso l’ironico e disincantato poeta romano Catullo che si provò ad imitarla (“Ille mi deo par esse videtur…”), e la virtuosa Cornelia madre dei fratelli Gracchi, che fu la prima donna latina a scrivere opere in prosa invece che in versi: avanti a lei si fermava il corteo dei Littori, i portatori del Fascio, che al suo cospetto si irrigidivano nel saluto romano a mano tesa, come di fronte ai consoli, ai senatori e ai generali vittoriosi. In inghilterra la fama e la popolarità del bardo nazionale William Shakespeare sono contese in primis da Jane Austin (Emma, Orgoglio e Pregiudizio…), nonché dalle sorelle Charlotte, Emily ed Anne Brontë (Jane Eyre, Cime Tempestose…). In Italia Grazia Deledda dovette interrompere gli studi alla quinta elementare, perché gli usi e costumi dell’Isola (Sardegna) malvedevano una donna che frequentasse la scuola invece che coltivare la vita domestica. Comunque Grazia Deledda, spalleggiata da Mussolini, si rivalse vincendo il premio Nobel, con grave scorno di Benedetto Croce e degli altri suoi denigratori. Ma la più grande fu la nobile signorina Fujiwara Fuji, che, entrata nella corte imperiale giapponese come dama di compagnia, col nome di Murasaki Shikibu scrisse, nell’anno mille, un romanzo di mille pagine intitolato “Genji Monogatari”, la storia di Genji, il principe splendente: L’interesse destato da quest’opera nell’ambito della corte e della nobità era tale che, pare, l’imperatore in persona consigliò (ordinò) di omettere la morte di Genji, che troppo dolore e costernazione avrebbero destato nel pubblico che ansiosamente seguiva il procedere dell’opera. Di questo libro posseggo le traduzioni in inglese dall’originale giapponese in caratteri Kana di Edward Seidensticker e di Royall Tyler, che insieme all’opera omnia di Jane Austin, e a quanti più libri di Grazia Deledda ho potuto trovare (quasi tutti), costituiscono il cuore della mia letteratura favorita, che leggo e rileggo con infinito amore. Ma dal titolo avrete capito che, invece, voglio parlare delle donne pianiste, e la più celebre del passato fu Clara Wieck, che nell’800, e per una sessantina d’anni, riempì dei suoi successi le cronache di tutta Europa. Fu una somma pianista, figlia del maestro Friedrich Wieck, che la istruì e accompagnò per tutta la vita anche dopo il divorzio dalla moglie Marianne. Fu anche una grande compositrice. E fu moglie dell’elegiaco Robert Schumann. La sua fama era tale che, nell’intrattenimento dopo un concerto, un ospite si rivolse a Robert Schumann e gli domandò se anche lui si interessase di musica. Interpretò con tale maestria la sonata detta Appassionata di Beethoven che il poeta Grillparzer scrisse un poema intitolato “Clara Wieck e Beethoven”. All’età di undici anni eseguì un ciclo di concerti, e a Weimar Göthe le regalò una medaglia ed un ritratto autografato, mentre a Parigi Nicolò Paganini si offrì di suonare con lei. Chopin parlò di lei a Franz Liszt, che accorse a sentirla. Dopo la malattia di Schumann, che lo portò ad essere ricoverato in una clinica per malati mentali, ed infine alla morte, Clara fu molto vicina ad un loro amico di famiglia, di nome Johannes Brahms, che la venerava, e ne divenne la ninfa ispiratrice, la protettrice e fors’anche di più. Assieme al violinista Joseph Johachim, Clara riceveva le opere che le inviava Brahms: le correggeva, le commentava e lo incoraggiava. Tutte le opere di Brahms furono lette in prima istanza da Clara Schumann.

Mieczyslaw Horszowski fanciullo (Arturo Rietti)

Il primo dei pochi dischi LP microsolco in vinile da me aquistato, fu la sonata Hammerklavier di Beethoven suonata dal pontificio pianista Mieczyslaw Horszowski. Dico pontificio perché Horszowski fu pianista beniamino di diversi papi anteriori a Pio XII, e solo adesso vengo a sapere che visse molto a lungo, dal 92 al 93, e quindi visse non un anno, ma centouno, dal 1892 al 1993. Poiché fisicamente era molto minuto, un vero e proprio esserino, gli intenditori asserivano che non avrebbe potuto compiere una carriera paragonabile a quella di Horowitz, Serkin, Kempf, Backhaus, Gieseking, Gulda, Magalov, Benedetti Michelangeli….e tutti gli altri. Io però sarei contento di risentire la sua Hammerklavier. In compenso su YouTube ci sono un paio di brani di Chopin da lui eseguiti, alla Carnegie Hall nel 1990. Facendo i conti aveva 97 o 98 anni. Era bellissimo, minuto, agile, cortese e di genile portamento, ornato da una invidiabile capigliatura bianca. In compenso su YouTube (non è una ripetizione, è una voluta reiterazione) ho scoperto inaspettatamente il mondo delle moderne pianiste che mi hanno letteralmente conquistato. E, come ho già più volte asserito, non (solo) dal punto di vista virtuosistico, ma specialmente da quello interpretativo, in cui si mostrano intrepidamente fedeli allo spartito e all’autore. Assolutamente aliene da ogni esibizionismo e compiacimento. Un vero esempio di abnegazione, cioè della negazione di se stesse, che finisce per non essere un atto di modestia ed umiltà, ma la direttissima per l’Olimpo. Ove siedono al fianco di Beethoven, di Chopin, Brahms, Schumann, Schubert, Scarlatti, Mozart….Avviene in tutte le arti, ma specie nel pianismo l’indugio di un millisecondo rivela una falla nella linea interpretativa. A me sembra che la Lisitsa e la Kobayashi questo millisecondo se lo siano sempre tenuto stretto in pugno e non l’hanno mai perso di vista. Prima di mandare in rete l’Appassionata di Beethoven suonata da Valentina Lisitsa, ho passato varie ore ad ascoltare attentamente altri illustri pianisti, e sono rimasto stupefatto di quante ragazzine di dieci undici anni pertecipano a concorsi ed esibizioni, e suonano tutte benissimo. Ma un colpo m’è arrivato, del tutto inaspettato e da tutta una altra parte. Conoscete Lang Lang? Io l’avevo sentito nominare ma non l’avevo mai sentito suonare. Ebbene, quando ho visto su YouTube apparire il nome di Lang Lang accanto a quello dell’Appassionata, non ho voluto perdere l’occasione di vederlo. Ebbene, provate anche voi, e vedrete uno spettacolo da cartoni animati della Pixar: lui che suona leggendo la musica, ed un anziano signore gli gira le pagine! A mano a mano che procede, lui atteggia la faccia, in particolare gli occhi e la bocca, alle più espressive…espressioni: di delizia, di apprensione, di stupore, di sorpresa, di terrore, come se stesse raaccontando ai piccoli la favola di Cappuccetto Rosso. Si vede, perché ce l’ho anch’io, che il suo libro delle sonate di Beethoven è l’edizione Bärenreiter. Si vede anche che il signore anziano che gli gira le pagine è Daniel Baremboim. La mia sorpresa è stata grande, ma, come nei racconti di Sherlock Holmes, la spiegazione era molto semplice. C’è il maestro Daniel Baremboim, che oltre ad essere un consumato direttore d’orchestra è anche un pianista di riferimento, che sta tenendo corsi di perfezionamento, e per una delle sue lezioni evidentemente ha invitato Lang Lang, con cui ha recitato questa sceneggiata. Però un elemento m’è sembrato vero: Lang Lang suonava leggendo veramente la musica, perché Baremboim voltava la pagina dopo aver scambiato un cenno d’intesa con lui.

Valentina Lisitsa in concerto

Quindi, dopo aver passato la totalità della vita a studiare passo passo l’attività dell’empireo pianistico che ho tratteggiato, tutto ad un tratto, per il tramite di YouTube, ho scoperto questo paradiso femminile prevalentemente orientale. È come se la cultura greca, diventata europea per opera di Roma, fosse per intero trasmigrata in Giappone e vicinanze. Se si pensa alla difficoltà per un cinese ed un giapponese di intendere le lingue europee, c’è da meravigliarsi, anzi da ritenere impossibile che possano non solo intendere, ma di magistralmente interpretare le nostre opere d’arte, a cominciare non tanto dalla musica pianistica, quanto dalle opere liriche italiane. Vi faccio un esempio: loro non devono imparare la ventina di lettere con cui noi europei formiamo tutto il nostro vocabolario. Devono bensì imparare duemila ideogrammi (i giapponesi, i cinesi dieci o venti volte tanti), ognuno dei quali equivale ad una parola, per cui capiscono per forza tutto quello che leggono e che scrivono. Ma chi di noi sa, per esempio, che cosa significa stafilococco ematolitico? Ovviamente in giapponese la cosa è del tutto differente: le parole che ho detto si realizzano con quattro ideogrammi che in totale significano “micro organismo che rende il sangue duro come la pietra”. Questo significa che in giapponese un sostantivo contiene anche il proprio significato. In quanto alla pronuncia, in cinese “I ta li a” è formata da quattro fonemi che per loro suonano come: “paese dei ladri”: è una storica sventura, compensata dal fatto che molte parole straniere in italiano hanno un significato del tutto differente.
Lang Lang, infine, è un pianista cinese di ventott’anni che si è assunto la missione di diffondere nel mondo la musica pianistica classica. Più facile è credere alla missione di Valentina Lisitsa che, essendo ucraina, non ha problemi neurolinguistici ad assorbire di prima mano tutta la cultura europea. Ma mi meraviglia sempre il fatto che le femmine le assorbano meglio dei maschi. Comunque questo giudizio ha tutto il tempo per essere dibattuto. Ma lasciatemi annunciare una novità: ho imparato che, espletate alcune formalità, su YouTube è possibile compilare vere e proprie playlists, cioè ordini di esecuzione di brani in ordine prestabilito. Con tale clausola, l’Appassionata di Valentina Lisitsa, invece di richiedere la ricerca separata del primo, del secondo e del terzo tempo, viene suonata tutta intera con i tre tempi cuciti uno appresso all’altro.




(Foto Google di pubblico dominio. Click per ingrandire. Mac: ulteriore ingrandimento da tastiera)





giovedì 25 novembre 2010

Il Colonnello Smith ed il Mistero del Marchio Longines

Di Luciano Zambianchi


Orologio del periodo ellenistico: 1° secolo avanti Cristo

Attenzione: click foto per ingrandire. Per Mac: ulteriore ingrandimento da tastiera


Foto 1
Foto 2
Foto 3














Un amico mi ha fatto avere in regalo il meccanismo di un orologio da taschino, molto rovinato, con due ruote rotte e il bilanciere bloccato. Il quadrante era bello e integro e riportava la marca “C.R. Smith & Son Philadelphia”. Anche la parte interna del meccanismo era marcata allo stesso modo. Il numero di serie e la forma mi ricordavano tanto gli orologi svizzeri della seconda metà dell’Ottocento dello stesso calibro (18,50), e questo in un orologio americano marcato Philadelphia mi incuriosiva molto . Anche la rimessa dell’ora (a leva laterale), specifica degli orologi della seconda metà dell’Ottocento. aumentava la mia curiosità. 
Foto 4
Il nome C.R. Smith suonava come una provocazione ed evocava fabbriche di armi più che di orologi; “nomen est omen” dicevano gli antichi romani (per dire che nel nome c'è tutto il presagio) e nel caso di “Smith” (che in inglese vuol dire fabbro ferraio) il detto mi sembrava particolarmente azzeccato. Così, libri alla mano e computer, ma anche giravite, spazzole e solventi, ho iniziato una lunga e fruttuosa ricerca (foto 1): il periodo storico era sicuramente lontano, ma ricco di documenti e testimonianze. Nella seconda metà dell’Ottocento l’evento più importante in America è la guerra di secessione, la cosiddetta “guerra civile” combattuta tra il 1861 e il 1865; ho iniziato a cercare ed è venuta fuori una foto del 1862 di un barbuto colonnello del 6° cavalleggeri della Pennsylvania: C.R. Smith di Philadelphia (foto 2). La faccia era simpatica e anche la lettera allegata mostrava una persona di animo gentile (foto e lettera erano state vendute a un’asta di cimeli storici americani per 497$).

Foto 5 e 6

Infervorato, ho trovato il foglio matricolare del colonnello, la sua biografia, tutta centrata intorno a Philadelphia, e l’albero genealogico dal 1700. Attingendo alle notizie uscite sui blog dell’Associazione Americana egli Amatori di Orologi d’Epoca (NAWCC) ho cominciato a fantasticare di una fabbrica di orologi, chiusa durante la guerra civile, e poi convertita in fabbrica di armi.

Foto 7
Questa ipotesi era sicuramente affascinante ma scoprii subito che non corrispondeva alla realtà: tutte le ricerche sugli Smith di Philadelphia e le loro aziende portavano a fabbriche di macchinari agricoli poi convertite in fabbriche di macchine da caffé. La soluzione del caso è emersa inaspettata grazie ai giravite ed ai solventi che, per questa volta, sono stati più utili del computer. Il colonnello, o un suo parente, o addirittura solo un suo omonimo, andato in pensione ha deciso di aprire una gioielleria ed orologeria in Philadelphia assieme al figlio (all’angolo tra il Market e la Diciottesima Strada), e questa gioielleria con gli anni (siamo tra il 1870 e il 1980) è diventata una delle prime gioiellerie di Philadelphia, ma non c’entrava nulla con le armi, la guerra civile e meno che mai con la Smith & Wesson.

Foto 8

Ed ecco la scoperta illuminante: dietro al quadrante (foto 3), sulla macchina del mio orologio, piccolo ma ben inciso, ho trovato scritti i nomi Wittnauer e Longines (foto 4) ed ecco spiegato il mistero: questa macchina, (prodotta da Longines secondo i numeri di serie intorno al 1885) era stata importata su commissione dalla gioielleria C. R. Smith & Son di Philadelphia, dalla famiglia Wittnauer importatore ed esclusivista statunitense.

Foto 9
Foto 10














Il marchio Smith & Son era già stato posto in fabbrica dalla Longines, quadrante e cassa erano invece assemblati in loco. La ragione di questi tripli marchi superava il legittimo desiderio di autoaffermazione della C.R. Smith & Son (una specie di Tiffany americana), c’era anche la reale necessità di aggirare l’ostacolo dei salatissimi dazi doganali USA sui prodotti di lusso. Continuando nelle ricerche tra i fornitori di Smith & Son ho trovato Oscar Moser, ma anche Heinrich Moser e tanti altri super orologiai dell’epoca: i prodotti venduti nella gioielleria di Smith & Son erano sicuramente di alta qualità, così ho adattato una cassa in argento (foto 5 – 6) di Oscar Moser al macchinario ed ora ho uno splendido orologio. Tornando al “problema dei multi marchi” Longines in America (specialmente in America Latina) vendeva anche in modo scoperto, ma preferiva sempre far produrre ed adattare le casse dagli importatori locali, un bell’esempio è un orologio coevo (foto 7), identico come macchinario a quello di cui ho raccontato la storia, ma che ho comprato a Cordoba in Argentina, dove era stato inviato proprio dalla Longines (foto 8).

Foto 11
Foto 12




















Anche in questo caso l’orologio è stato importato dalla famiglia Wittnauer, ma sulla cuvetta oltre alle medaglie vinte da Longines in occasione delle esposizioni universali sta scritto: Fabricado Expresamente para: C.A.Wuilleeumer, San-Martin 75, Cordoba. Altro esempio di marchi multipli erano gli orologi riservati ai mercati marginali, mi è già capitato di parlare degli orologi per il mercato arabo (uno degli esempi classici della doppia o tripla marca). Il mio amico Elsife Walid ha cercato in ogni modo di tradurre i nomi dei “produttori locali” incisi in arabo nelle macchine (foto 9- 10), ma a suo dire i  caratteri antichi non gli permettono di capire bene i nomi. Non conosco l’arabo e quindi non posso neppure fare ricerche in Internet, ma se qualche lettore avesse notizie sarei contento di aggiungerle a quelle che già ho.  Anche nel caso degli orologi “arabi” (foto 11 – 12 – 13 ) la storia degli orologi si intreccia con la storia della Turchia; si può scoprire che produzioni riservate agli ufficiali dell’esercito ottomano sono state cancellate dall’avvento “dell’uomo nuovo” Mustafà Kemal Ataturk, il padre della moderna Turchia, a favore di altri fornitori, più favorevoli alla sua politica economica. È la solita storia in cui tecnologia, produzione industriale ed anche arte e gusto personale, vengono condizionati dalla situazione politica, dalle guerre e dalle rivoluzioni. Il Colonnello C. R. Smith magari non c’entra nulla ma, nonostante la sua faccia simpatica, mi fa ricordare che molte delle innovazioni tecnologiche, anche nell’orologeria, sono frutto di ricerche militari spesso segretissime destinate a produrre ordigni sempre più efficaci e distruttivi. 

Foto 13
Chissà se l’imperatore Augusto facendo costruire la più grande meridiana dell’impero (ancora oggi visibile a Campo Marzio a Roma) pensava di realizzare uno strumento utile per la società romana o un’arma dissuasiva che mostrasse agli ambasciatori ed alle spie degli altri popoli quanto fosse avanti la tecnologia romana. Come ho già detto il colonnello C.R. Smith di Philadelphia da tutto questo sembra estraneo e come potrete scoprire dalle sue lettere, lui come molti suoi colleghi anche nostri contemporanei, aveva un animo gentile e una faccia fotogenica.


Didascalie:
Foto  1: Il movimento C.R. Smith&Son aperto per la necessaria revisione
Foto  2: Il colonnello C:R: Smith di Philaadelphia
Foto  3: La platina dal lato del quadrante
Foto  4: La scritta "WITTNAUER LONGINES"
Foto  5. La magnifica cassa d'argento di Oscar Moser
Foto  6. L'altro lato della cassa prodotta da Oscar Moser
Foto  7. Un movimento identico a quello esaminato, ma firmato "Longines"
Foto  8: Le medaglie e le scritte sulla cuvetta del Longines argentino
Foto  9: Nome di un distributore arabo di K. Kerkisoff & Co (Zenith)
Foto10: Un altro distributore arabo per la K. Serkisoff
Foto11: Uno degli orologi arabi della mia raccolta
Foto12: Orologio per il mercato arabo con platina e ponti di brnzo
Foto13: Orologio per il mercato arabo con platina e ponti argentati

Tutte le foto sono dell'autore, tranne Foto 2 (Google) di dominio pubblico



mercoledì 24 novembre 2010

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martedì 23 novembre 2010

Storia di IWC 2a parte

La cascata del Reno a Sciaffusa 

Vent’anni fa scrissi questa serie di tre articoli per la rivista Chrono Word, descrivendo anche il mio avventuroso acquisto di un orologio IWC avvenuto dieci anni prima, presso il negozio Ruckli di Lucerna, servito dalla signorina Fuchs. Mai, prima d’allora, avevo posseduto un orologio di lusso, e poiché quell’anno festeggiavo il mio 25mo anniversario di matrimonio, sullo slancio acquistai anche la versione in oro massiccio per mia moglie e la versione sportiva per mia figlia. In definitiva, la mia famiglia porta al polso uno Yacht Culb II da ben trent’anni. Ma all’inizio non ero molto felice dell’acquisto: l’orologio non era preciso come desideravo. Lo riportai al negozio, lo controllarono, e lo trovarono regolare. Allora chiesi la sostituzione con la versione al quarzo, e loro lo rispedirono in fabbrica e me lo restituirono col nuovo motore. Direte che commisi un’eresia, rimettendoci un sacco di soldi nella valutazione. Ma qualche tempo dopo, durante una mostra di orologi Omega al Palazzo delle Esposizioni a Roma, convenni con l’allora direttore Sig. Con Caro che un orologio, per quanto prezioso, se sbarella fa infelice il proprietario. E comunque, da quel momento, io riacquistai la piena   felicità di quell’acquisto.

Il "mio" Yacht Club II, ma in versione acciaio, meccanico




Come abbiamo visto nella puntata precedente, la IWC (International Watch Company) venne fondata in Svizzera da un giovane imprenditore americano che, avendo accumulato una felice esperienza dirigendo fabbriche “meccanizzate” del suo paese, aveva intenzione di introdurre i suoi metodi produttivi in un paese la cui fama di assoluta eccellenza manufatturiera in campo orologiero già era divenuta leggendaria nel mondo. Producendo in Svizzera, contava di indorare i suoi prodotti di questa fama, e di ridurre i costi di produzione non solo in virtù dei suoi macchinari, ma per il minor costo della manodopera locale rispetto a quella americana. Il suo proposito originario era quello di stabilire i suoi impianti in Svizzera occidentale, ai confini con la Francia (e cioè nel cosiddetto “Jura”), ove si concentrava la produzione svizzera. Questo proposito subì un immediato mutamento: niente confini francesi, bensì un salto a pié pari ai confini con la Germania, e cioè in un cantone nordorientale. Nella prospettiva storica, questa mossa gli assicurò un notevole vantaggio, che a quel momento non poteva essere preveduto: l’IWC divenne immediatamente beniamina dell’etnia tedesca, che in Svizzera gode di una larga maggioranza rispetto a quella francese, italiana e “ladina” (grigionese). Quando nel 1980 io feci la mia inchiesta tra i migliori orologiai di Lucerna, Zurigo e Winterthur, registrai un plauso unanime nei confronti dell’IWC, che fu da loro annoverata nell’ambito delle cinque marche che costituivano il Gotha dell’orologeria svizzera. Ma io, che avevo dichiarato di essere completamente analfabeta in tema di orologeria, questo lo sapevo già, dalla famiglia di mia moglie, che è di Winterthur: da sempre avevo sentito lodare la marca di Sciaffusa. Mia moglie stessa possedeva un IWC d’argento, quadrato, avuto in regalo da fanciulla, che teneva riposto in una scatola di legno intarsiata. Naturalmente, sin dai primi modelli, l’IWC meritò ampiamente la simpatia di tutta la Svizzera tedesca. Ma poiché questo vantaggio poté manifestarsi solo a posteriori, quale fu il motivo immediato che convinse il giovane imprenditore americano a stabilirsi nella Svizzera orientale? Il Reno è un fiume che, uscito dal lago Botano, e prima di addentrarsi nella Foresta Nera, proprio a Sciaffusa dà una clamorosa prova di vigore buttandosi da una cascata di oltre venti metri, attirando ammiratori da tutte le parti del mondo. Il vigore del fiume poteva essere imbrigliato da poderose pale di molino, e l’energia di rotazione poteva essere trasmessa a fabbriche ed officine mediante lunghe cinghie di trasmissione. A tale piano di sfruttamento energetico fu chiamato a partecipare il fondatore dell’IWC, che aderì con entusiasmo. Avendo ricapitolato la situazione di partenza, voglio fare una breve digressione sulle cosiddette “macchine”. Siamo ancora nell’800: le macchine sono utensili meccanici adibiti ad uno specifico tipo di lavorazione. Esse vengono messe in moto ingranandole ad una cinghia di trasmissione, che prende il movimento da un albero rotante principale, mosso da una macchina a vapore centralizzata, o prende forza dalle acque d’un torrente.


Lorenzo da Ponte





Quand’ero bambino ho visto qualche fabbrica, officina, mulino o segheria disposte in questo antico schema, anche se la forza motrice era quella elettrica: in alto, al soffitto, ruotava l’albero principale, da cui scendevano le cinghie di trasmissione cui le varie macchine s’ingranavano mediante una frizione. Qualche compagno più ricco di me possedeva una piccola officina a vapore con la caldaia da riempire d’acqua ed un fornello a spirito. Quando la macchina raggiungeva la pressione, si moveva lo stantuffo che metteva in rotazione un volano. Si poteva trasmettere il moto ad un piccolo tornio o ad altri dispositivi. Altri bambini avevano una piccola locomotiva a vapore “vera”. E prima di chiudere questa parte riassuntiva, non posso fare a meno di ritornare al nostro “giovane imprenditore americano”. Il libro di Manfred Fritz che ci fa da riferimento, di lui non dice più di tutto quello che vi abbiamo detto noi: non esiste neanche un suo ritratto, e non si sa che fine abbia fatto dopo essersene tornato in America. Ma noi non possiamo abbandonare il personaggio senza un disperato e pur vano tentativo di formulare alcune ipotesi ad uso di chi possa essere in grado di compiere ulteriori ricerche. È il nome stesso del nostro eroe che ci spinge a saperne di più: F.A.Jones. Il cognome significa tutto e nulla. Non solo è un cognome comune quanto Rossi da noi, ma è, per antonomasia, il sinonimo di “chiunque altro”. “ Fa’ quel che fanno i Jones”, e cioè “Fa’ quel che fanno gli altri”. Ma il nome non può lasciarci indifferente: F.A. Jones, e cioè Florentine Ariosto Jones. A quale bimbo americano, nato nel 1841, si dà il nome di Fiorentino Ariosto? Dante, Michelangelo e Leonardo: tutti possono chiamarsi così, ma Fiorentino Ariosto no. Ebbene, io lancio un’esca; nel 1838 muore a New York Lorenzo da Ponte, che sul finire del secolo precedente era stato poeta imperiale alla corte di Giuseppe II in Vienna, e compositore dei libretti d’opera delle “Nozze Di Figaro”, “Don Giovanni“ e “Così Fan Tutte” musicate da Mozart. In America Da Ponte si fece apostolo della cultura italiana ivi “assolutamente ignota”, diede lezioni dantesche ed aprì una libreria italiana. Ma anche ipotizzando che il padre di F.A. Jones fosse un frequentatore di tale libreria, la scelta del nome è tanto specifica da suggerire addirittura una discendenza italiana.

IWC calibro 52
Atto II: di male in peggio
Dunque, nel 1875 la Banca Commerciale di Sciaffusa rileva al prezzo definito “irrisorio” di 143.000 franchi, l’azienda in fallimento che era stata fondata nel 1868. La dizione americana di International Watch Company si trasforma in “Internationale Uhrenfabrik” che significava esattamente lo stesso, e ne diventa direttore generale un altro americano, Frederik Frank Seeland. L’auspicato rilancio dipende dal possibile successo dei nuovi “calibri Seeland”, progettati allo scopo precipuo di ridurre drasticamente i costi di produzione: mentre il miglior calibro Jones costava 90 franchi, Seeland riuscì a contenere a soli 28 franchi il prezzo del suo calibro di punta. Va da sé che quest’economia all’osso non poteva che andare a discapito della qualità. La nuova politica aziendale, comunque, non ottenne il successo sperato: per fortuna, possiamo aggiungere a titolo di commento. Se le cose fossero andate diversamente, infatti, oggi non esisterebbe la IWC come la conosciamo: una manifattura famosa per lo straordinario livello dei suoi prodotti, perciò a Sciaffusa non sarebbe mai nata la “Grande Complication” da polso, che costituisce il tema fondamentale del nostro libro di riferimento. Per farla breve: nei quattro anni del suo mandato direttivo, Seeland non seppe resistere alla tentazione di manipolare i bilanci aziendali per ricavarne, ovviamente, un illecito profitto personale di ben 220.724 franchi. Dopodiché si dileguò fuggendo in America col malloppo. La sua casa con tutto il mobilio e perfino il suo calesse col cavallo furono messi sotto sequestro e venduti all’asta, ma ancora una volta l’azienda si trovò al tracollo. Finalmente, dopo essere arrivata al fallimento per due volte in dieci anni fu rilevata da Johann Rauschenbach-Vogel, industriale meccanico di Sciaffusa, e trasformata in un’impresa completamente svizzera. Già consocio anziano dell’azienda, e quindi fra le principali vittime di Seeland, Johann Rauschenbach intravvide subito la possibilità di un nuovo rilancio.



IWC sitema Pallweber a cifre ssaltanti
“Probus Scafusia”
Da quel momento l’azienda rimase di proprietà della famiglia per quattro generazioni. La ragione sociale divenne “Uhrenfabrik von Johann Rauschenbach”, che significa “Fabbrica di orologi Johann Rauschenbach”. Dopo la morte del proprietario il nome fu modificato in “Uhrenfabrik von J. Rauschenbach Erben”, e cioè Fabbrica d’orologi Eredi J. Rauschenbach”. Alla fine degli anni ‘20 il nome divenne “Uhrenfabrik Ernst Homberger- Rauschenbach”, quindi “Uhrenfabrik H.E.Homberger” e finalmente, agli inizi degli anni ‘70 ricompare il nome imposto dal suo fondatore: “Uhrenfabrik IWC, International Watch Co. H.E.Homberger AG”, in cui “AG” significa “Aktien Gesellschafft”, e cioè “Società per Azioni”. Dal 1978, dopo la più grande crisi che l’industria orologiera svizzera abbia mai attraversato e dalla quale la manifattura fu salvata grazie all’intervento finaziario del gruppo tedesco VDO - essa porta il nome attuale di “IWC, International Watch Co; AG”. Ma comunque, il marchio IWC che Jones aveva portato a Sciaffusa, è sempre rimasto parte dell’identità dell’azienda durante tutta la sua movimentata storia. Da quando la gestione Seeland non fu che un brutto ricordo, invece che in USA, secondo il proposito originale, la sigla divenne proprio in Europa il simbolo di orologi durevoli, di grande precisione ed affidabili in ogni circostanza. IWC ha dato l’ora esatta a sovrani, pontefici, uomini di stato ed esploratori celebri. Durante l’ultima guerra questi orologi marcavano il tempo sia a bordo dei sommergibili tedeschi che sugli aeroplani inglesi. Possedere un IWC e trasmetterlo in eredità alla generazione che segue è espressione di una costanza dei valori e di una comprensione del concetto di “qualità” considerate ancor oggi a Sciaffusa parte integrante e preziosa del capitale sociale. Durante i primi tempi che abitai in Svizzera (seconda metà degli anni ‘50), fui colpito dalla solerzia con cui i miei famigliari badavano ad acquistare determinati prodotti, dal burro ai fiammiferi, da prodotti industriali a prodotti d’abbigliamento, recanti un piccolo marchio: la balestra di Guglielmo Tell. Seppi poi che quei prodotti erano della massima qualità svizzera e godevano della piena fiducia degli acquirenti. Esistevano anche altri marchi di qualità, conferiti a quelle fabbriche che raggiungevano determinati standard in vari settori, per esempio lo scudetto con al centro la croce federale che contrassegna i coltellini Victorinox e Wenger, ed io sono ben lungi da conoscerli tutti. La dicitura “Probus Scafusia”, che è il marchio della qualità affidabile di Sciaffusa, viene impressa su ogni orologio IWC a cominciare dalla fine dell’800, e costituisce ancor oggi l’impegno della casa a produrre sempre il meglio.

La Grande Complication da taschino
Le tappe fondamentali
Il mese scorso abbiamo pubblicato l’immagine del “primo IWC” corredata da una fuggevole didascalia. Considerando che, nonostante le sfortunate vicende che all’inizio sembrarono spezzare il volo della fabbrica di Sciaffusa, sin dai suoi primi modelli l’IWC conquistò l’attenzione ed il rispetto del gran pubblico e degli esperti, sarà bene riprenderlo e dare una migliore descrizione del “calibro Jones”. Purtroppo, come abbiamo già detto, del fondatore Jones non si è riusciti a trovare neanche una fotografia. L’orologiaio di Boston ci ha però lasciato un’inconfondibile espressione di sé col calibro per orologi da tasca che prende il suo nome, calibro che ha continuato ad essere costruito fino alle soglie del 1890. Le sue caratteristiche peculiari sono: la tipica platina da 3/4, lo scappamento ad àncora svizzera in linea retta, il bilancere bimetallico compensato, la racchetta extralunga per la regolazione di precisione della marcia. Questo “Jones” con movimento n. 1410 e l’incisione della data di fabbricazione (15 settembre 1868), con la cassa in oro a 18 carati, comprova anche l’esattezza dell’anno di fondazione dell’IWC a Sciaffusa, il 1868. L’aggiunta “New York” al logotipo della casa si dimostra giustificata dal fatto che, all’inizio, Jones produceva solo per il mercato americano. Questi particolari sono visibili nella seconda foto del calibro Jones pubblicata nella puntata precedente. Per la sua enorme importanza storica, dobbiamo segnalare l’”IWC digitale”, un modello che, a partire dal 1884, ha fatto scalpore in orologeria. Questo IWC da tasca con indicazione digitale, prodotto a Sciaffusa, ha precorso i tempi di almeno ottant’anni. L’IWC chiuse comunque molto presto questo capitolo: l’invenzione dell’ingegnere austriaco Joseph Pallweber, legato contrattualmente all’IWC, non riuscì a detronizzare l’indicazione analogica a lancette. Quest’ orologio sistema Pallweber, con cassa d’oro in versione Savonnette o Lépine fornisce un’indicazione simultanea delle ore e dei minuti nella grafica allora di moda. Anche Ferdinando I, Zar di Bulgaria, ne possedeva un’esemplare fabbricato nel 1884/85. C’è poi il cosiddetto “IWC di lunga vita”. Il calibro 52 è stato uno dei movimenti per orologi da tasca più utilizzati dalla manifattura. La sua costruzione accurata e precisa ha reso nel mondo famosi gli orologi IWC verso la fine dell’800 ed anche per molti anni successivi. La caratteristica qualitativa più particolare è la regolazione di precisione detta a “collo di cigno”, l’invenzione di maggior successo fra tutti i dispositivi di correzione degli errori di marcia. La sua realizzazione si deve all’americano George P. Reed, che per lungo tempo aveva lavorato presso la “E. Howard Clock & Watch Co.” di Boston, la fabbrica in cui Jones aveva iniziato la sua carriera di orologiaio. L’”IWC complicato“: a partire dal 1890 la IWC comincia a creare regolarmente nuovi prodotti di particolare livello, generalmente in quantitativi limitati. Uno di essi è la Grande Complication da tasca, che ancor oggi può essere fornita su ordinazione. Per questo capolavoro meccanico sono ancora disponibili soltanto pochi movimenti di base, costruiti diverse decine d’anni fa. Negli anni ‘30 e ‘40 le forze armate di molti paesi si servirono dei cosiddetti “orologi di controllo” costruiti a Sciaffusa. Questi modelli venivano impiegati tanto nei sommergibili quanto sulle navi di superficie. Gli orologi, con un movimento di precisione, spirale Breguet, regolazione fine e bilanciere compensato dovevano garantire i massimi livelli di precisione e robustezza.

Lo storico Fliegeruhr, l'orologio dell'aviatore
Ancora oggi, nei moderni sommergibili della marina tedesca continuano a prestare servizio i tradizionali IWC meccanici. Passiamo all’IWC con calendario: agli inizi degli anni ‘70, con i modelli da tasca ormai da tempo soppiantati da quelli da polso, l’IWC costruì un nuovo modello con calendario e fasi lunari molto complesso, ma di facile consultazione. Il movimento è un 17 linee, calibro 9721 con scappamento ad àncora, 31 rubini, regolazione di precisione e protezione antiurto. Questo “classico” ha rappresentato per la IWC il trampolino di lancio per arrivare al perfezionamento di meccanismi ancor più complessi; rappresenta quindi una colonna della Grande Complicaton da polso. C’è poi un IWC definito “Anticonformista”: chi mai poteva concepire un classico orologio da tasca non soltanto impermeabile, ma addirittura antimagnetico, grazie alla cassa supplementare interna in ferro dolce? Solo l’IWC, naturalmente. L’Ingenieur SL d’acciaio in versione Lépine conferma, nella nostra età moderna, la tradizione della fabbrica d’orologi da taschino per eccellenza. Per chi non è disposto a nessun costo a lasciarsi “ammanettare” il braccio, l’Ingenieur SL è la perfetta alternativa agli omonimi modelli da polso di grande successo. Passiamo poi ad un modello da polso, il Fliegeruhr, l’orologio per aviatori, con cassa in acciaio antiriflesso, quadrante nero e grandi indici trattati con materiale luminescente. A partire dal 1940 è entrato in dotazione ai piloti della RAF (Royal Air Force, l’aviazione militare britannica). Il movimento è da tasca, a 19 linee. Si tratta in sostanza del precursore di tutta una generazione di orologi, il cui successo dura ancora oggi: i famosi “Ingenieur”, noti tra l’altro per la particolare resistenza alle sollecitazioni e dotati di speciale protezione antimagnetica.
Marino Mariani

(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)