giovedì 17 marzo 2011

Banzai Nippon


Il monte Fuji, simbolo del Giappone

Questo pianeta è fiero del suo popolo migliore: il Giappone. Se il Giappone cede, cederà l’intero pianeta, praticamente senza nessuna ulteriore capacità di difesa contro l’instabilità introdotta dalle attività umane. Il Giappone vincerà questa sua battaglia e tutte le battaglie successive, ma vincerà a nome proprio e non a nome del resto del pianeta. Il Giappone ha virtù che gli altri paesi non hanno, tra cui quella di un razionalismo che trascende ogni altra qualità. Adesso tutto il mondo ha visto come i giapponesi, di fronte alle calamità che mai, prima d’ora, s’erano abbattute in tal misura sul mondo, (talché aggettivi come “biblico” e “apocalittico” vengono a perdere tutto il loro significato), si sia comportato in maniera estremamente composta ed ordinata, quasi con indifferenza e sprezzo del pericolo. In realtà ognuno di essi ha eseguito al millimetro le istruzioni ricevute sin dalla nascita. Ognuno di loro conosceva il regolamento, e l’ha applicato, ma un conto è eseguire il regolamento in una cerimonia dimostrativa di fronte alle autorità, al pubblico festante ed al suono della banda cittadina. Ed un altro conto è quello di eseguirlo nel momento della fine del mondo. Io spero che se il nostro pianeta sarà ulteriormente provato da queste terribili prove, almeno i giapponesi sopravvivano per riaccendere la vita nelle generazioni future. Alla fine di questa vicenda si conteranno le perdite, e qualsiasi sia il loro ammontare, se i giapponesi non avessero applicato il loro regolamento le perdite sarebbero state il quadrato, il cubo, l’ennesima potenza di queste.

L’accoglienza
Non ricordo quando per la prima volta sono stato in Giappone, se nel ’78 o ’79 o prima. Ricordo il mese: aprile. E tra quei giorni di aprile ivi trascorsi c’era anche il 28, che è la mia festa. E qualche giorno prima o dopo c’era anche la festa del loro imperatore Hiro Hito. Per cui trovai un Giappone in festa, ed in piena fioritura delle azalee e dei rododendri. La stranezza della belleza giapponese m’aveva colpito prima ancora di atterrare: dal cielo si vedevano le culture a terrazze del riso, ed il terreno era conformato in maniera diversa da come lo conoscevo. Il terreno delle risaie che conoscevo io, nel nord Italia, era in in pianura, con le mondine che avanzavano a schiere e cantavano.

Risaie di montagna
Il campo di riso era come un lago, mentre qui il campo di riso era come una cascata che si frange e rimbalza sui fianchi di una montagna. La fugace visione dei campi di riso verticali mi aveva comunque comunicato una fulminea impressione: quella del terreno, del territorio, delle culture agricole trasformate ed elevate al livello di una creazione artistica. Quella di un panorama che non fa da sfondo ad un’opera d’arte (come, per esempio, nella Gioconda di Leonardo), ma che è opera d’arte di per sé. Dopo quella prima impressione, tal concetto si è in me rafforzato quando in Europa, in Italia, in Svizzera, vedo la bellezza delle cime innevate, dei fiumi che fluiscono maestosamente, dei laghi che ribrillano i bagliori di un tramonto, accanto ai filari delle vigne che ammantano i fianchi di una collina e digradano in elaborate terrazze. Ma lì. In Giappone, ogni elemento della natura che ci circonda è preso come elemento essenziale di un’opera d’arte. Le oleografie (chiamiamole così) giapponesi sono canoniche nel mostrare il giardino ideale con la sorgente zampillante, il corso d’acqua e lo stagno, con il loro ponticello, e sulla proda la piccola foresta di bambù. E l’albero abbarbicato e contorto dal vento….Tutti questi elementi dello stereotipo si traducono in una realtà che  si attua nell’ambito dello spazio disponibile: dal paio di metriquadri di un atrio ricavato in una minuscola locanda alle distese fiabesche dei giardini imperiali di Katsura (Kyoto). Ma che si sintetizzano in un singolo vaso di fiori, in un singolo mazzo di fiori, in un singolo fiore, come mostrano l’arte del Bonsai, e l’arte dell’Ikebama.

Pittura tradizionale giapponese

Eravamo uno stuolo di giornalisti europei invitati in Giappone dalla Matsushita (o Panasonic). Io, direttore e propretario della rivista Audiovisione, ero stato da loro selezionato a rappresentare l’Italia (negli anni successivi l’invito fu esteso, a turno, a tutte le altre riviste tecniche), ed all’atterraggio il loro comitato d’onore mi circondò e mi sobbarcò di un pomposo omaggio floreale. Rimasi imbarazzato e commosso, ma non volli sbarazzarmi di quel mazzo di fiori, e me lo portai appresso finché non fummo alloggiati in albergo. Ero esilarato da quell’omaggio, probabilmente offertomi come il più anziano della compagnia. Ero già stato numerose volte invitato in Europa e in America dalle più rinomate ditte di “Alta Fedeltà” e di elettronica d’intrattenimento, ero già stato principescamente accolto e lussuosamente alloggiato, ma mai mi era stato offerto un mazzo di fiori. Ed arrivati all’albergo, nella mia stanza trovai un regalo per il mio compleanno: una bottiglia di brandy Suntory (da pronunciare “Suntory”) ed una scatola di legno contenente un bellissimo vaso di porcellana. È inderogabile caposaldo dell’etichetta giapponese offrire regali di modesto valore venale ma pomposamente impacchettati. Come per il semantico McLuhan “il mezzo è il messaggio”, così per i giapponesi l’oggetto è l’involucro, non il contenuto. Anni dopo venni a trascorrere due e o tre settimane di vacanze a Tokyo, e ad un certo punto mi trovai a corto di quattrini. Telefonai a mia moglie chiedendo di inviarmi una certa cifra, e qualche giorno dopo la banca mi avvertì che c’era un messaggio per me. Recatomi in banca, mi fu offerto un cestino di vimini intrecciato, contenente un pacchetto confezionato in carta di seta con tanto di sbuffi e nastrini. Ci scambiammo ampi sorrisi, e solo dopo aver soprassato diversi isolati osai aprire il pacchetto, che conteneva il rotolino di yen tanto sospirato.

Traghetto Blue Star degli anni '70
Concezione del lavoro
Comunque, la prima vera, grande, inaspettata sorpresa col mondo giapponese la ebbi quando una mattina il “Mainichi Daily News”, il giornale che quotidianamente ci veniva recapitato nella nostra stanza d’albergo, recava articoli allarmistici ed ampia documentazione fotografica sull’imminente sciopero dei traghetti che minacciava di paralizzare il traffico dei pendolari, e quindi di paralizzare l’attività degli uffici, dei negozi, delle agenzie della capitale. Come contromisura impiegati, operai e funzionari si stavano attrezzando per il pernottamento negli uffici e nei posti di lavoro in modo da non interrompere l’attività. Le foto ritraevano l’allestimento di giacigli provvisori negli uffici, cucine di fortuna ed altro. Come è costume in Giappone (ed in Svizzera), lo sciopero, minacciato come inevitabile, all’ultimo momento fu scongiurato, ma se si fosse tenuto, la città l’avrebbe vanificato con le sue contromisure.
Come ho detto, questo viaggio riservato ai giornalisti specializzati nel settore elettronico, era organizzato dalla Matsushita, la ditta elettrotecnica più grande al mondo (per lo meno allora). Gli intrattenimenti ed i seminari tecnici venivano intramezzati con le visite in fabbrica. Fummo portati ad Osaka e visitammo uno stabilimento per l’allestimento delle casse acustiche. I vari componenti da assemblare giungevano con un montacarichi, ove una squadra di operai erano pronti ad accoglierli. Questi operai non erano vestiti da operai tradizionali, ma sembravano un gruppo sportivo in allenamento, con tanto di magliette, pantaloncini e scarpe da tennis. Appena arrivava un carico di componenti, essi erano pronti ad afferrarli, inserirli negli appositi ricettacoli, porgerli alla portata di un compagno di lavoro che con la chiave inglese serrava i bulloni e girava le viti. Un lavoro vertiginoso svolto all’insegna di una ben congegnata coreografia ergonomica. In pochi secondi il prodotto veniva confezionato, imballato, etichettato e spedito ad una destinazione determinata dal computer. Durante uno di questi cicli operativi, avevo notato un operaio (o meglio, un atleta) che, con particolare slancio, scattava in azione ed animava il resto del gruppo. Si distingueva per avere un nastro rosso che gli cingeva il capo. Domandai se fosse il caposquadra o comunque un elemento emerito del gruppo, e che cosa significasse quel nastro rosso. La risposta fu: “No, quello è in sciopero”.

Ammasso globulare di azalee a Tokyo
Giardini e fioriture
Arrivai dunque a Tokyo nel periodo della festa dell’Imperatore, della festa mia, della fioritura dei ciliegi e della fioritura delle azalee e rododendri. Come appassionato di floricoltura, molte cose in teoria già le conoscevo, ma non ero preparato a vederne la spettacolare dimostrazione pratica. Una pianta cui dedicavo particolare attenzione è sempre stata l’azalea assieme al suo fratello maggiore: il rododendro. Sapevo dai libri che il clima adatto a queste piante era quello caldo e umido che in Italia, o per lo meno a Roma, non c’è, perché qui, quando arriva il caldo ad aprile e a maggio, smette di piovere. Quindi nel nostro clima le azalee e i rododendri sono quello che sono, ed i migliori esemplari vanno ricercati nelle serre. Comunque, nel nostro piccolo, le azalee in vaso esposte verso Pasqua sulla scalinata di Trinità dei Monti, a cura del Comune di Roma, una certa figura l’hanno sempre fatta.

Azalea bonsai

Ma come il piccolo astronomo dilettante rimane stupefatto a guardare da un vero osservatorio astronomico le galassie globulari, così a Tokyo rimasi annichilito ad osservare i giganteschi ammassi globulari delle azalee in piena terra spuntare nei giardini pubblici. Sì, quello è il loro clima: ad aprile invece di andarsene vengono le piogge. Inoltre, forse neanche in Inghilterra, nei reali botanici giardini di Kew, è possibile trovare giardinieri provetti quanto i giardinieri giapponesi. In ogni località giapponese in cui mi sono recato, le piante, i prati, gli alberi, i fiori sono coltivati con perizia ed eleganza inimitabili. Gli ammassi globulari di azalee di cui parlavo, sono ottenuti piantando decine o centinaia di esemplari uno accanto all’altro, di varia tonalità cromatica, e poi potando a palla tutto l’ammasso. Quello che i giapponesi fanno in grande, lo fanno anche in piccolo, ed in effetti, tornando in patria, portai con me un bonsai Kuro Matsu, e cioè un “Japanese Black Pine” (pino nero giapponese), mentre il cuore lo lasciai nel giardino pensile di Mitsukoshi, accanto ad una piccola azalea in pieno fiore del costo di 12 milioni di lire. I giapponesi sono capaci di creare un giardino zen sistemando su un vassoio sabbia e sassolini. In grande, quello che ho visto nei giardini di Katsura, la residenza imperiale di Kyoto, non ha riscontro in tutto il resto del mondo. 

Katsura, residenza imperiale a Kyoto
Pur trasudando una civiltà d’antichissima data coeva con la nascita del mondo, ben poche vestigia si sono tramandate nel tempo, perché i giapponesi hanno sempre anteposto al marmo il legno. E così, nel grande parco di Katsura, gli edifici che emergono dalle acque sono, appunto, in legno ben cigolante, in modo che nessuno potesse furtivamente inoltrarvisi senza essere notato. Dalle immagini si vede il trionfo dello stereotipo estetico, filosofico e naturalistico tradizionale giapponese.


Una geisha a Kyoto
Le geishe
A Kyoto il nostro gruppo fu intrattenuto in maniera principesca: accanto alla visita di Katsura, con relativa cerimonia del tè, e ad escursioni varie, la parte elettrizzante era costituita dal trasferimento, di sera, nel grande locale da ballo dal nome di “Bellamy”, una sala a due piani (platea e galleria) con una orchestra di quaranta elementi. Il nostro posto era in galleria, sistemati attorno ad eleganti tavolinetti, circondati da stormi di ragazze (ma sembravano bambine) adibite alla nostra cura (intensiva). Il loro compito era quello, teorico, di eseguire ogni nostro desiderio. In pratica esse prevedevamo, prevenivano e catalizzavano ogni nostro desiderio, facendoci pervenire una bottiglia di champagne dietro l’altra ed altre bevande rare, intramezzate da piattini di sushi ed altre delicatezze che non ricordo.  Quello che ricordo è che ci attorniavano da presso e non ci facevano mancare il calore di fruscianti carezze. Poi venne la celebre cantante, accolta da salve di applausi. Applausi che divennero addirittura disruptivi quando attaccò: “Ciao, ciao Bambina” e nel brusio chiaramente si distingueva la parola “Canzone”. Così seppi che in Giappone le canzonette si chiamavano “Hits”, ma quelle italiane si chiamavano “Canzoni”.

Govane apprendista geisha


Se a Kyoto fummo intrattenuti in modo principesco, a Tokyo il nostro intrattenimento si poteva classificare, ma solo a posteriori, addirittura “regale”. Fummo portati in un locale di geishe, che si esibivano su un palcoscenico in danze col ventaglio ed in escuzioni musicali col koto (a sei o otto corde, non ricordo). Trattasi di una sorta di cetra stativa, cioè che non viene portata a braccio ma va appoggiata ad un tavolo o al suolo, un antichissimo strumento giapponese indelebilmente legato ad ogni opera letteraria classica. Infatti, negli anni successivi, l’ho trovato più volte citato nella lettura del “Genji monogatari”, l’opera di mille pagine, scritta nell’anno mille in caratteri kana dalla dama di compagnia della corte imperiale Fujiwara Fuji, in arte Murasaki Shikibu. Poi fu servita la cena, ed ognuna delle geishe venne a sedersi accanto ad ognuno di noi. Quella sera ero burbero e non gradii quella vicinanza. Poi, nei giorni successivi, seppi quanto veniva a costare l’intervento delle geishe ad un ricevimento ed ammutolii. Le geishe sono donne rispettabilissime, che, prima di raggiungere la qualifica, si sottopongono ad anni ed anni di durissimo tirocinio nelle loro accademie di formazione. Esse rappresentano il massimo giapponese in tema di eleganza e distinzione. Il loro abbigliamento, la loro acconciatura ed il trucco non possono (nel senso di: non devono) essere oggetto della minima critica se non di esplicita stupefatta ammirazione. La loro presenza in qualsiasi tipo di cerimonia ne determina il rango in maniera univoca: una festa con dieci geishe ha una caratura doppia di una festa con cinque geishe.

La danza del ventaglio
Ad Osaka il ricevimento riservatoci fu addirittura imperiale, nel senso che in una lussuosa immensa sala di non so quale Grand Hotel erano presenti non solo una quantità sterminata di geishe, ma anche due sculture in ghiaccio, alte almeno sette metri, una raffigurante un airone, l’altra raffigurante una pagoda a cinque piani. Mentre noi ci divertivamo a mangiare, a bere, e a suonare un grande Steinway da concerto. Le due sculture gocciolavano ed all’alba si sarebbero completamente liquefatte. Qualcuno di noi provava nostalgia per le affettuose ragazzette del Bellamy.

Banzai Nippon
In definitiva “Banzai Nippon” significa semplicemente “Viva il Giappone”, ma con alcune specificazioni. Innanzitutto il nostro “Viva” sottintende l’estensione “Viva a lungo” e, nel caso del “Banzai”, quel “a lungo” si può valutare attorno a “Diecimila Anni” come minimo garantito. Perentoriamente, nell’ora del terremoto, dello tsunami e della minaccia nucleare, il Giappone conferma di essere il miglior popolo della Terra. La sua cultura, di cui ho provato a dare una piccola rappresentazione, è equamente distribuita in tutti gli strati della popolazione senza zone di accumulazione presso determinati strati sociali e senza zone di esclusione in altri strati. La delinquenza in Giappone è molto bassa, e mostra una certa accentuazione nel settore minorile. Non è un dato inquietante, innanzitutto perché è dovuto allo stato di sforzo che determina il comportamento scolastico, caratterizzato da un altissimo tasso di competività, di cui parlerò in qualche altra occasione. Il fatto, poi, che il tasso di delinquenza si abbassa passando nelle fasce adulte d’età, significa che il fenomeno di delinquenza giovanile, anzi: infantile, è transitorio.

Il ponticello è il cuore del giardino formale giapponese (Katsura)
Quanto alla delinquenza vera e propria, essa presenta un aspetto paradossale: la Yakuza agisce in piena visibilità, la sua sfera d’interessi si esercita prevalentemente sugli appalti per le opere pubbliche, e prevale addirittura sulle forze dell’ordine nell’assicurare alla società giapponese ordine e sicurezza nei confronti della delinquenza spicciola. In primis essa tiene la società esente dallo spaccio della droga. Se la serata con gli amici si è troppo prolungata e siete rimasti senza più un goccio di birra, se avete una procace figliola di dodici anni, mandatela pure di notte a cercare un bar aperto: la Jakuza vi assicura che la vostra bambina non correrà nessun pericolo. Ebbene, i giapponesi ce la faranno a ricacciare indietro la minaccia del disastro nucleare. In caso contrario, non varrebbe la pena di aspettare l’uscita del prossimo numero di Famiglia Moderna.
Marino Mariani

(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

giovedì 24 febbraio 2011

Tanti auguri, caro Steve!

Steve Jobs

Steve Jobs, il capo della Apple e padre dell’iPod e di tutti gli oggetti che cominciano con la i minuscola, ha bisogno dei nostri auguri. Le notizie che trapelano dai giornali, a proposito del suo stato di salute, sono tutt’altro che rassicuranti, anzi…E poi lui è nato il 24 febbraio 1955, oggi è il 24 febbraio, quindi i nostri auguri hanno una doppia giustificazione, e speriamo che valgano il doppio.
Walter Isaacson


Dagli ultimi rilevamenti risulta che Famiglia Moderna, negli Stati Uniti, ha 693 lettori. Un po’ pochi per un Paese così grande, ma sarebbe bello che uno di questi si trovasse a Cupertino, e gli telefonasse: “Ehi, Steve, guarda: ti fanno gli auguri anche dall’Italia”. Ma anche se il nostro messaggio non giungesse a destinazione, qualche altro milione di messaggi gli arriveranno certamente da tutta la gente che lo ama. E poi resta con noi per un altro bel po’ di anni, così terrai occupato Walter Isaacson che sta scrivendo la tua biografia. Non sei curioso di sapere che cosa hai combinato nella vita? Tanti auguri, comunque, da tutti noi.

(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

domenica 13 febbraio 2011

Albert Einstein: 4a parte

Di Marino Mariani


Questa volta, cari lettori, sia pur di malavoglia cedo la parola, anzi la scena, a Liliana Cavani, regista della finzione “Einstein”, andata in onda in due puntate su RAI 1, il 26 e il 27 ottobre. Così facendo, questa puntata della mia biografia di Einstein diventa anomala, perché non rispetta la continuità temporale. Ma non si tratterà di tempo, o meglio: di spazio tipografico perso, perché approfitterò della mia constestazione dell’opera della Cavani per narrare episodi della massima importanza della vita di Einstein, che avrei comunque dovuto toccare nelle future puntate. (Biografia scritta originariamente per la rivista Suono)

Albert Einstein

Se non mi sbaglio, questa è la seconda volta, da quando ho iniziato la mia collaborazione con Suono, che uso la parola “finzione” laddove chiunque altro, in Italia, avrebbe usato la parola “fiction”. Non è un mio vezzo esclusivo: questa parola (finzione), con questo significato (fiction), l’ho sentita pronunciare alla TV della Svizzera Italiana, e siccome sono cittadino svizzero, mi sono sentito pienamente autorizzato ad utilizzare liberamente vocaboli dell’Italiano Federale che si scrive e parla nel Canton Ticino. Ovviamente, dovendo scendere apertamente in lizza sul significato di questa parola non in un contesto Federale, bensì di lingua Nazionale Italiana, mi sono premurato innanzitutto di stabilire il significato esatto di questa parola nella sua lingua originale, cioè l’inglese scritto e parlato sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico. Nel “dock” del mio computer MacIntosh c’è una figurina (icona) intitolata Dictionary, che incorpora il New Oxford American Dictionary (che è anche il mio dizionario inglese di riferimento), l’Oxford American Writer’s Thesaurus, l’Apple Dictionary, e la Wikipedia. Alla voce “fiction” il dizionario mi dà tre significati: 1. Brano letterario in forma di prosa, prevalentemente storie brevi o novelle, che descrive eventi e personaggi immaginari. 2. Invenzione o montatura opposta alla realtà (he dismissed the alligation as absolute fiction: respinse l’accusa come un’assoluta falsità).  3. Falsa supposizione o dichiarazione, che spesso si assume come vera per la convenienza di farlo (the notion of that country being a democracy is a polite fiction: dire che quel paese è una democrazia è una pietosa bugia).

Liliana Cavani giovane



Dunque, nel suo significato primigenio, la fiction è una finzione, una falsità. Se andiamo ad esplorare le altre sezioni del mio dizionario su schermo, cioè la Wikipedia, leggiamo: “per fiction (letteralmente in italiano “finzione”, dal latino fingere) si intende la narrazione di eventi immaginari, in netto contrasto con la narrazione di eventi reali”. Questo testo è in italiano, quindi non soggetto ad errori di traduzione. Viene trattata anche la voce “Fiction Televisiva”, sempre in italiano: “…Per quanto riguarda la fiction televisiva l’aspetto prevalente di finzione non risiede nella storia narrata, che può invece essere basata anche su fatti realmente accaduti (è il caso della fiction televisiva di genere biografico e storico) ma nella rappresentazione scenica. La fiction televisiva si contrappone quindi al documentario nel quale può esservi certamente finzione scenica, ma questa non ne costituisce un aspetto prevalente, bensì funzionale a quello che è il suo scopo: l’informazione, la divulgazione scientifica, la documentazione. Questo differenzia la fiction televisiva dall’opera cinematografica, il film, per il quale il documentario costituisce invece un genere”. Ed infine: “Uso del termine fiction televisiva: soprattutto nelle guide ai programmi televisivi, per film TV, miniserie televisive, serie televisive (escluse sitcom) e serial televisivi (escluse le soap opera e le telenovela) prodotti in Italia, viene usato più frequentemente il termine più generico “fiction”, mentre per le produzioni straniere vengono usati i più specifici termini “film TV”, “miniserie televisiva”, “serie televisiva”, “serial televisivo” e “telefilm”. Dal momento che in lingua inglese non viene usato, per denominare la “serie TV”, il termine fiction può indurre a pensare che solo la fiction televisiva italiana sia fiction, cosa non vera in quanto trattasi esclusivamante di consuetudine linguistica”. Come volevasi dimostrare.

Ma era una fiction?
Dunque io seguiterò ad utilizzare il termine finzione, con cui ci capiremo al volo, salvo tornare al temine fiction se devo parlare con qualche funzionario della RAI. Ebbene, Liliana Cavani ha presentato in anteprima la sua miniserie televisiva in due puntate da un’ora e mezza ciascuna alla quarta giornata del “RomaFictionFest”, quindi l’opera di cui parliamo avrebbe il dovere di essere classificata come una “finzione” ed io avrei il dovere di astenermi da ogni critica riguardo alla sua veridicità e credibilità. Senonché Liliana Cavani ha rilasciato un’intervista di 7’:30’’ reperibile su YouTube in cui ha dichiarato di non aver avuta nessuna intenzione di fare una fiction (“…non esiste….è assurdo, a meno che uno non voglia fare un serial, che però richiede tecniche specifiche..”). Ha affermato che la sua miniserie di complessive tre ore, è come un film di tre ore. Se avesse dovuto girare un film destinato alle sale, l’avrebbe fatto esattamente così. E su questo intento erano d’accordo lei stessa, i suoi sceneggiatori Massimo De Rita e Massimo Falcone, i finanziatori Claudia Mori, la RAI &c., gli attori, ed anche tutto il personale tecnico dai caporeparto all’edizione…. al montaggio. La Cavani fa cenno, in termini dichiaratamente spregiativi, ad un “docudramma” prodotto tempo fa tra Parigi e la BBC “ …che però è la solita cosa: c’è lo studio, poi un’immagine completamente inventata…” mentre il suo è “un film in assoluto, che vuol andare a fondo, ma nel contempo vuol far capire quello che stiamo raccontando…”. 

Il professor Gino Isidori


E qui la signora Cavani invoca il suo consulente, il fisico Prof. Gino Isidori a testimoniare i loro sforzi “per approfondire la figura di Einstein, personaggio semplice ed autoironico, anticipatore dei tempi moderni perché le cose non sono più come cinque o dieci anni fa “(ma Einstein è nato 121 anni fa!). Chi vuole infine sentire parola per parola tutto quello che la regista ha detto per sostenere la veridicità e le buone intenzioni della sua “miniserie”, vada su Google e chieda “einstein liliana cavani”, e sarà servito di barba, capelli e shampo.
Ebbene, contro la pretesa di Liliana Cavani di aver fatto di Einstein una narrazione tesa all’approfondimento della verità, ed un film vero e proprio invece che una finzione, io affermo che tutta la sua narrazione, più che una finzione immaginata sulle ali della fantasia, è una sequela di falsità gratuite, ingenue, sistematiche e fuorvianti. In tutto il filmato che ho potuto vedere, c’è solo un piccolo episodio assolutamente vero che la Cavani ha rispettato in tutta la sua minimalistica integrità, e di ciò ringrazio la signora sin da questo momento. Lo rivelerò alla fine di questa puntata
Ebbene, dico subito che né la prima, né la seconda puntata dell’opera ho potuto vederle sin dall’inizio: ero intento a scrivere la quarta puntata di questa biografia, quando mi ha telefonato il professor Caprioli avvertendomi che su RAI era iniziata la trasmissione di un film su Einstein. Lì per lì neanche vi badai, ma più tardi mi sintonizzai, ed il giorno dopo, per caso, scoprii che andava in onda la seconda puntata, ed anch’essa la vidi, ma non dall’ìinizio

Einstein e Niels Bohr

“Einstein, piantala di……..”
Lo scopo principale di questa puntata, comunque, non è tanto quello di istruire un castello di accuse contro la Cavani, quanto quello di individuare gli episodi maggiormente travisati e sostituirli con la loro realtà storica. Suppongo che diversi lettori di Suono abbiano visto l’Einstein televisivo, e principalmente ad essi devo il ripristino della realtà
Comincerò dalla fine, quando Einstein muore, e la Cavani gli fa dire alcune parole di commiato iniziate dalla frase “Dio non gioca a dadi….” Quando Einstein morì, essendo un ateo irremovibile come Bohr e Fermi, il suo pensiero non era rivolto a Dio. Ma Einstein quella frase, rimasta famosa, la disse una quarantina d’anni prima quando battibbeccava con Bohr sulle conseguenze del principio di indeterminazione di Heisenberg che trasformava il determinismo della fisica classica nel probabilismo della meccanica quantistica. Pensando di poter chiudere la questione con una “frase scenica” alla maniera degli operisti italiani dell’ottocento (tipo “Ridi, pagliaccio!”, “Cortigiani, vil razza dannata”, “Eri tu che macchiavi quell’alma”…..), Einstein gli lanciò questo lungolinea: “Dio non gioca a dadi!”. Ma Bohr gli rispose con uno smash imprendibile: “Einstein, piantala di dire a Dio quello che deve fare!”. Qualsiasi uomo di teatro, o di cinema, o di piccolo schermo non si sarebbe lasciato sfuggire questo scambio al fulmicotone, sempre che qualcuno del gruppo avesse letto una biografia di Einstein.
Ma questa, in fondo, è un’omissione, un’occasione perduta, e dal punto di vista della rilevanza dibattimentale c’è di peggio. Passiamo adesso ad un punto cruciale della vita di Einstein e del mondo intero. Ve lo racconto integralmente, perché tanto l’avrei pubblicato in una puntata successiva, e dopo che ve l’avrò raccontato a modo mio, vedremo come invece è stato interpretato dalla Cavani.

La lettera
Vi devo presentare Leò Szilàrd, un fisico ungherese brillante ed alquanto eccentrico, vecchio amico di Einstein, con cui aveva collaborato a Berlino negli anni 20 nel progetto e nello sviluppo di un nuovo tipo di frigorifero “senza alcuna parte in movimento”, una vera trovata da geni, che i due brevettarono, senza riuscire ad immetterlo con successo sul mercatto, data la loro inesperienza nel campo degli affari. Sfuggito ai nazisti, Szilàrd si recò in Inghilterra, e poi a New York, dove lavorò nella Columbia University alla realizzazione di una reazione nucleare a catena, idea che gli era venuta in mente qualche anno prima, attendendo che un semaforo diventasse verde. Quando ebbe notizia della scissione avvenuta con l’impiego dell’uranio, egli realizzò l’idea che questo stesso elemento poteva essere utilizzato per una reazione a catena potenzialmente esplosiva, e ne discusse con Wigner, altro fisico rifugiato da Budapest, e i due cominciarono a preoccuparsi dell’acquisto, da parte della Germania, delle riserve di uranio del Congo, che a quel tempo era una colonia del Belgio (a scuola si chiamava Congo Belga). Come potevano due rifugiati ungheresi in America mettere in guardia il Belgio? Szilàrd si ricordò che Einstein era grande amico della Regina Madre del Belgio. Ed Einstein stava passando l’estate del 1939 in barca a vela a Great Pecony Bay, in Long Island, nel paesino di Hamptons. Altri particolari Szilàrd li ebbe, telefonicamente, dall’Università di Princeton. Domenica 16 luglio 1939 i due ungheresi si misero in viaggio, con Wigner al volante, perché Szilàrd, al pari di Einstein, non sapeva guidare. Arrivati ad Hamptons, nessuno seppe indicare loro il villino del dott. Moore, dove Einstein alloggiava, ma sul punto di arrendersi ebbero l’idea di domandare ad un ragazzo: “Per caso, non sapete dove vive il Professor Einstein?”. La risposta affermativa fu immediata.

Einstein e Szilàrd preparano a lettera a Roosevelt

Seduti ad un rustico tavolo di legno, Szilàrd spiegò come dall’uranio cui erano sovrapposti strati di grafite poteva svilupparsi una reazione a catena esplosiva a causa dei neutroni prodotti da scissione nucleare. “Ed io non ci avevo mai pensato!”, esclamò Einstein. Fece ancora qualche domanda e ci pensò sopra per un quarto d’ora, e poi cominciò a capire tutte le implicazioni: invece di scrivere alla Regina Madre, forse era meglio scrivere ad un ministro belga che egli conosceva. Wigner, più saggiamente, ritenne che tre stranieri, prima di confidare ad uno stato estero tanto delicati argomenti di sicurezza, avrebbero dovuto interpellare il Dipartimento di Stato, ed in tale caso la lettera avrebbe dovuto essere firmata da Einstein, per poi essere smistata all’ambasciatore belga in una busta del Dipartimento di Stato. D’accordo su ciò. Einstein dettò una bozza in lingua tedesca. Wigner la tradusse in inglese, la diede alla segretaria per dattiloscriverla, e la inviò a Szilàrd. Alcuni giorni dopo un amico combinò per Szilàrd un colloquio con Alexander Sachs, un economista della Lehman Brothers ed amico del presidente Roosevelt. Più pratico dei tre fisici teorici, Sachs consigliò di inviare la lettera direttamente alla Casa Bianca, e si offrì di recapitarla personalmente, a mano. Pur avendo incontrato Sachs solo per la prima volta, a Szilàrd quel piano piacque. “Non farà male a nessuno seguire questa via”, scrisse ad Einstein. Potevano farlo per telefono o dovevano incontrarsi personalmente per eseguire la revisione della lettera? Einstein rispose che doveva ritornare a Peconic, mentre Wigner doveva recarsi in California per una visita. E così Szilàrd ingaggiò un altro esponente dell’incredibile gruppo di fisici teorici ungheresi che si erano ritrovati in America. Costui era Edward Teller (che in seguito costruì la bomba all’idrogeno, dopo che Fermi aveva costruito la prima bomba atomica). Oltre che essere un simpaticissimo genio, Teller possedeva una spaziosa Plymouth del 1935, e su tale mezzo Szilàrd riprese la strada per Peconic, portando con sé la bozza originale della lettera, vecchia ormai di due settimane. Ma Einstein realizzò che adesso si trattava di scrivere una lettera ben più esplosiva che non un semplice invito alla prudenza indirizzato al governo belga, a proposito della vendita dell’uranio congolese: lo scienziato più celebre al mondo si rivolgeva al Presidente degli Stati Uniti mettendolo in guardia su una probabile arma di incommensurabile potenza. Szilàrd ricorda che “Einstein dettò una lettera in tedesco, che Teller buttò giù, e che io presi a modello per preparare due bozze di lettera destinata al Presidente”. Secondo gli appunti di Teller, Einstein dettò una bozza in cui non solo sollevava la questione dell’uranio del Congo, ma che spiegava anche la possibilità di una reazione a catena, suggeriva che ne poteva nascere un nuovo tipo di bomba, e sollecitava il Presidente di prendere un contatto formale con i fisici che si interessavano a questa materia. Poi Szilàrd preparò ed inviò ad Einstein due versioni, una di 45 righe e l’altra di 25, entrambe datate 2 agosto 1939, lasciando ad Einstein il compito di decidere quale fosse la migliore. Einstein le firmò entrambe con una semplice sigla, abbandonando la pomposa firma fiorita che spesso utilizzava. La versione maggiore giunse infine al Presidente.

Il monito
Eccone il contenuto:
Signore 
Alcuni recenti lavori di E. Fermi e di L. Szilàrd, che mi sono stati comunicati in forma di manoscritto, mi inducono a prevedere che l’elemento uranio possa diventare, nell’immediato futuro, una nuova ed importante fonte di energia. Certi aspetti della situazione che si è venuta a creare sembrano richiedere vigilanza e, se necessario, una pronta azione da parte dell’Amministrazione. Credo pertanto essere mio dovere quello di porgere alla vostra attenzione i seguenti fatti e raccomandazioni:……Può sorgere la possibilità di provocare una reazione nucleare a catena in una notevole massa di uranio, dalla quale potrà essere generata una grande quantità di potenza e grosse quantità di nuovi elementi simili al radio. Ora sembra quasi certo che ciò potrà essere realizzato nell’immediato futuro.Questi nuovi fenomeni potranno dunque sfociare nella costruzione di bombe ed è probabile – ma molto meno certo – che potranno essere costruite bombe di nuovo tipo estremamente potenti. Una singola bomba di questo tipo, portata per nave e fatta esplodere in un porto, può benissimo distruggere tutto il porto e parte del territorio circostante……Alla luce di questa situazione voi potrete ritenere auspicabile stabilire un contatto permanente tra l’Amministrazione ed il gruppo di fisici che lavorano alle reazioni a catena in America.

Avrei potuto presentare questa lettera in una miglior forma italiana, ma mi sono strettamente attenuto all’originale elaborato da quattro fisici di cui nessuno era di madrelingua inglese. La lettera iniziava con la parola “Sir”, e terminava con il monito che gli scienziati tedeschi forse stavano già lavorando alla realizzazione della bomba, ma una volta scritta la lettera, rimaneva il problema di come farla pervenire nelle mani del Presidente Roosevelt. Einstein dubitava di Sachs. I quattro presero in considerazione il finanziere Bernard Baruch ed il presidente del MIT Karl Compton. Stupefacente fu il fatto che quando Szilàrd rispedì la copia dattiloscritta della lettera, avanzò il consiglio di utilizzare come intermediario Charles Lindbergh, reso celebre, dodici anni prima, dal suo volo solitario attraverso l’Atlantico.

Chaels Lindbergh. il primo trasvolatore solitario dell'oceano Atlantico

Questi illustri rifugiati ebrei sembravano non rendersi conto che Lindbergh era un ammiratore di Mussolini, ed era stato entusiasticamente accolto in Germania ove Hermann Göring in persona lo aveva decorato con la Medaglia d’Onore della Nazione Tedesca, ed era diventato isolazionista, in netto contrasto con Roosevelt. Einstein l’aveva conosciuto pochi anni prima a New York, e gli scrisse una missiva in cui gli chiedeva di ricevere il dott. Szilàrd che gli avrebbe fatto importanti rivelazioni…..Lindbergh neanche rispose. Allora Szilàrd si rifece vivo con una lettera del 13 settembre, ma il gruppo si rese conto della vanità di questi tentativi quando, due giorni dopo, Lindbergh tenne un discorso radio a tutta la nazione, incitandola vieppiù all’isolazionismo. Rassegnato, Szilard scrisse ad Einstein: “Lindbergh non è il nostro uomo”.
L’ultima loro speranza rimaneva Alexander Sachs, cui era stata affidata le missiva firmata da Einstein, ma che, nonostante la sua importanza, per almeno due mesi non fu in grado di inoltare la lettera. Nel frattempo la lettera da importante divenne impellente, perché alla fine di agosto Germania e URSS firmarono un patto di non aggressione che consentiva loro di spartirsi la Polonia. Immediatamente l’Inghilterra e la Francia (quest’ultima con un ritardo di 24 ore) dichiararono guerra alla Germania, dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Per il momento l’America rimaneva neutrale, però iniziava il riarmo
Il Presidente F:D:Roosevelt


Alla fine di settembre Szilàrd venne a trovare Sachs e rimase inorridito scoprendo che costui ancora non era stato in grado di fissare un appuntamento con Roosevelt, quindi scrisse ad Einstein. “C’è una seria possibilità che Sachs non ci possa servire a nulla. Wigner ed io abbiamo deciso di imporgli un termine di dieci giorni”. Sachs ce la fece per un pelo, e mercoledì 11 ottobre fu ricevuto, con in mano la lettera di Einstein, nell’Ufficio Ovale. Nella versione della Cavani Szilàrd e Wigner andarono a trovare Einstein, gli dissero come stavano le cose, gli proposero di scrivere una lettera a Roosevelt. Egli domandò: “Che cosa devo scrivere?”, “Comincia con: Caro Presidente”. Fine della trasmissione.


Rain Man
Quella che segue non è una divagazione fuori tema, ve ne accorgerete più tardi. Vi ricordate quel bel film americano del 1988 intitolato “Rain Man”? Credo che in italiano si chiamasse “L’uomo della pioggia”, che è l’esatta traduzione di Rain Man, ma in realtà quel “Rain Man” è una deformazione di “Raymond”, il nome che nel film assume Dustin Hoffman, mentre Tom Cruise si chiama Charlie, ed è il fratello minore di Raymond. Charlie è dipinto come uno yuppie egoista, che subisce un rovescio nel commercio di automobili Lamborghini, e che ignora persino di avere un fratello maggiore, d’altronde ricoverato in clinica perché egotista (non confondete con egoista). Lo viene a sapere quando muore il padre, ed il grosso dell’ingentissima eredità va proprio al fratello maggiore.

Tom Cruise e Dustin Hoffman


Sia come sia, egli va a prelevare Raymond nell’istituto ove è ricoverato ed assieme a lui inizia un viaggio da Cincinnati a Los Angeles, reso interminabile dal fatto che Raymond, per il suo stato psichico, non può viaggiare né in aereo, né in autostrada. Durante questo viaggio Charlie comincia ad affezionarsi al fratello che, accanto a comportamenti maniacali, come la ripetizione infinita di “Who’s on first” (una gag presa da un film di Gianni e Pinotto, relativa ad una partita di baseball: “Chi è in prima base?”, in cui “Who” è l’interrogativo “Chi?”, ma è anche un nome proprio), ebbene, oltre a queste pause psicotiche, Raymond mostra di avere una memoria prodigiosa. Così capitano a Las Vegas, e si siedono ad un tavolo di Blackjack, il più popolare “casino game” descritto per la prima volta, nel 1602, da Miguel Cervantes autore del Don Quijote. nella sua opera “Novelas Ejemplares”. Il gioco si svolge tra un certo numero di giocatori ed il banco. Vince chi ottiene il punteggio più alto, ma inferiore a 21 (chi supera questo valore “sballa”), attribuendo alle carte i seguenti valori: da due a dieci le carte valgono tanti punti quanto il loro valore nominale. Le figure valgono, indistintamente, dieci punti, mentre gli assi possono valere “uno” o “undici” a seconda delle circostanze e per scelta del giocatore. Il fascino di questo gioco consiste nel fatto che il giocatore, oltre alla fortuna che presiede alla distribuzione delle carte, può contare su una certa strategia: quella di tenere il conteggio mentale delle carte già uscite per calcolare la probabilità di uscita delle successive carte del mazzo, determinando così la convenienza di chieder carta o restare. Ebbene, sfruttando la prodigiosa memoria di Raymond, i due fratelli effettuano grosse vincite prima di essere allontanati dal casino.

Dustin Hoffman memorizza le carte uscite a Blackjack
Diverso è il caso di altri giochi di fortuna. Per esempio, giocando con una coppia di dadi, noi conosciamo perfettamente le probabilità a priori di ciascun numero. Il calcolo è facile: poiché ciascuna delle 6 facce di un dado si può liberamente combinare con ciascuna delle 6 facce dell’altro dado, le “figure” totali sono 6x6=36. Di queste i numeri 2 e 12 si possono verificare in uno ed un solo modo, cioè 1+1 e 6+6, quindi ognuno di questi numeri ha una sola probabilità a priori su un totale di 36. L’11 ed il 3 hanno invece una probabilità doppia, perché si possono ottenere in due modi: 2+1 e1+2, oppure 5+6 e 6+5. Ripetendo il ragionamento, ecco le probabilità a priori degli altri numeri: il 4 e il 10 ne hanno 3 ciascuno; il 5 e il 9 ne hanno 4; il 6 e l’8 ne hanno 5, ed infine il 7 ne ha ben 6, potendosi verificare nei modi: 6+1, 1+6, 5+2, 2+5, 4+3 e 3+4. Se fate la somma di tutte le probabilità a priori, troverete quel valore, 36, che avevamo detto sin dal principio. Ma questo aiuta poco un giocatore di dadi, che terrà conto di questi calcoli, ma se i suoi dadi non sono truccati non potrà impedir loro di far uscire un numero sempre casuale, sempre indipendente del numero che è uscito immediatamente prima. La frequenza di uscita di un ceerto numero è però soggetta ad una legge ferrea, che è detta la “Legge dei Grandi Numeri”, la quale afferma che, all’infinito, la frequenza tende ad eguagliare la probabilità a priori. Questo significa che se tirate i dadi 10, 20 o 50 volte otterrete una serie di risultatii che non sembra seguire nessuna legge. Per esempio il 2 (o il 12), che sono numeri rari, potrebbero uscire anche 5 o 6 volte di seguito, mentre il 7, favorito nel calcolo delle probabilità a priori, potrebbe tardare in modo anomalo. Ma se tirate i dadi moltissime volte, per esempio migliaia di volte, troverete che la frequenza del 7 si avvicinerà al suo valore asintotico calcolato a priori. A seconda delle giocate eseguite, la frequenza d’uscita del 7 si avvicinerà, per esempio, al valore 60mila, la frequenza del 6 e dell’8 al valore 50.000 e così via. Come si vede, uscito un numero, non c’è nessun procedimento matematico per predire il numero successivo. A maggior ragione questa indeterminazione vale per un gioco come quello delle macchinette a gettone, in cui le probabilità a priori possono essere calcolate solo sapendo quante volte ciascuno dei vari simboli (ciliegine, arancio, campana……) è stampigliato su ciascuna delle ruote (in genere tre). Questi dati non sono assolutamente a disposizione dei visitatori casuali, e comunque non possono dare alcuna indicazione sulle figurine che usciranno la prossima volta, e solamente con l’esperienza il giocatore imparerà, a proprie spese, a conoscere quali sono le combinazioni più frequenti (e meno remunerate), e quelle più ricche (che non escono mai). Ma che c’entra tutto questo con la biografia di Einstein? Assolutamente nulla. Ma Liliana Cavani non la pensa così.


Eduard, Mileva e Hans Albert Einstein

Il viaggio di Eduard
Liliana Cavani prende molto a cuore la situazione familiare di Einstein, ed in particolare i suoi rapporti con il figlio minore Eduard, che sin da ragazzino mostrava tanta buona tendenza allo studio della musica, quanto saltuari comportamenti neurotici nichilisti nei confronti del padre. Eduard voleva intraprendere studi di psichiatria, ma fu lui stesso travolto da turbe psichiche che gli impedivano di studiare con rendimento costante. Eduard fu una continua preoccupazione per Einstein, che vedeva nel figlio avanzare ineluttabilmente una tara ereditaria forse generata nell’ambito della discendenza materna (Mileva Maric, prima moglie di Einstein, era la madre di Eduard). Durante i suoi viaggi e le sue lunghe permanenze all’estero, Einstein era continuamente informato sullo stato di salute di Eduard dal suo amico Michele Angelo Besso, col quale, sino all fine della vita di entrambi, intratteneva una fitta corrispondenza scientifica e familiare. Ecco uno stralcio della Lettera 112 del carteggio Besso- Einstein, datata Berna, 18 settembre 1932. La lettera è diretta da Besso ad Einstein, ed inizia con dolenti considerazioni suoi legami tra i due, che si ripercuotono parallelamente nel figlio di Besso, Vero, e nel figlio minore di Einstein, Eduard (detto Tete o Tetel):
……. È per questo che sono affezionato al tuo Eduard. Quali ponti ci collegano? La mia vita e la tua giovinezza, il tempo in cui il tuo genio ti suggeriva centomila idee e i tuoi sforzi tenaci riuscivano a trarne l’unica valida, e il modo puro con cui io ne gioivo, e le mie infinite obiezioni. Le pene simili a quelle altrui, la difficile posizione accanto al padre celebre, il dissidio proprio sotto i nostri occhi che ci colpisce proprio diritto al cuore. Il destino peer cui i miei sforzi sinceri per riappacificare te e Mileva hanno finito per mutarsi nella mano che ha sancito la separazione: le mie parole di allora, quando pensavo che la tua separazione dal nostro popolo e dalle sue aspirazioni non fosse così profonda come appariva al tuo sentire profondamente umano – e che in qualche modo possono aver contribuito a separazioni e unioni. Ora, il ponte esiste. Certo qualcuno potrebbe dire: ha un padre straordinario, un’ottima madre, è dotato e simpatico, anche se un po’ chiuso come molti giovani.........Lo stesso Eduard mi ha detto: “Fatico a condurre a termine il dovere impostomi. Papà deve provare un sentimento analogo quando fa lezione malvolentieri”. Fare lezione non ha per te un’importanza veramente profonda, ha pensato tra sé il vecchio amico. “Che cosa ci posso fare? Ognuno deve cavarsela da solo. Io ho dovuto farlo e devo continuare a farlo. Che ne sai tu bambino dai capelli bianchi, di quanto pesante sia il fardello di colui che cerca e di quanti ancora, da tutte le parti, vorrebbero addossamene! Aiuta, se puoi, e altrimenti rassegnati, come anche altre persone devono rassegnarsi!”.E tuttavia: prendi con te per una volta il ragazzo in uno dei tuoi grandi viaggi. Quando gli avrai dedicato il tempo libero di sei mesi della tua vita – avrai allora imparato a sopportare in lui anche cose che non ammettiamo con gli altri – perché dall’esterno le cose appaiono diversamente che dall’interno; ma allora saprete anche, una volta per tutte che cosa vi unisce e, a meno che non mi sia clamorosamente sbagliato, in quest’occasione gli si aprirebbe la via verso una propria, gioiosa attività. Un proverbio italiano dice: offelé, fa’l to mesté: “Pasticcere, fa’ pasticcini”; in tedesco, indirizzato a me, impicciati degli affari di casa tua. E ancora in italiano: va’ a farti benedire!
Caro, vecchio amico, perdona il tuo vecchio amico Besso.

Besso e Anna Winteler. foto unica esistente


Questa lettera di Besso, tanto diversa da tutte le altre, di contenuto provalentemente scientifico, se la poniamo nella giusta prospettiva, è veramente straziante. Il vecchio amico fa i salti mortali per manifestare con estrema delicatezza e discrezione la sua preoccupazione per lo stato di Eduard, e suggerisce ad Einstein quella che ritiene l’unica cura possibile che dia ancora un filo di speranza: portatelo con te e mostragli tutto il tuo amore di padre! E, nel timore di aver in qualche modo passato i limiti della buona creanza, affibbia a a se stesso l’accusa di essere un impiccione. Einstein gli risponde il 21 ottobre 1932:
Caro Michele, come potrei essere arrabbiato con te? Non ti ho ancora mai visto dire o fare qualche cosa se non con l’intenzione di fare del bene. Così è stato nel caso di Tetel. L’ho quindi invitato per l’anno prossimo in America (a Princeton). Quest’anno non sarebbe stato opportuno, perché in California la situazione e i miei doveri in particolare sono piuttosto delicati. Per Tetel sarebbe più un peso nocivo vhe un riposo. Tutto porta purtroppo a credere che la pesante eredità di famiglia si manifesti in modo decisivo in lui. L’ho già vista arrivare, lenta ma inarrestabile, fin dalla giovinezza di Tetel. Gli eventi e le influenze esteriori, in simili casi, non rivestono che un piccolo ruolo in confronto alle secrezioni interne, sulle quali nessuno può niente.
Convinto (non a torto) che si trattasse di una tara genetica, Einstein aveva già declinato un invito di Besso a far psicoanalizzare Tetel. Per convincere Einstein, Besso aveva anche affermato di aver lui stesso ricavato notevoli benefici da un trattamento psicoanalitico cui si era sottoposto per superare difficoltà con la moglie Anna Winteler, sorella di Marie Winteler di Aarau, che Einstein stesso gli aveva fatto conoscere. Nonché le difficoltà che aveva incontrato con il figlio Vero. Benché fosse amico di Sigmund Freud, Einstein ritenne che la psicoanalisi non c’entrasse per nulla con il caso di Tetel.
A questo punto facciamo rientrare nello scenario Liliana Cavani. La quale descrive la visita di Tetel a Princeton e i rapporti ripresi col padre. Il quale, in perfetto parallelismo col film “Rain Man”, si carica il figlio su un macchinone scoperto e, lui al volante, se lo porta in un lungo viaggio per la campagna del New Jersey. Sostano in vari hotel e ristoranti. In uno di questi si sta esibendo una banda di jazz, e Tetel (Eduard) si lancia sul pianoforte, lasciato provvidenzialmente libero, e si mette a capo del complesso suonando meglio di Paderewski. Ma l’analogia col film di Dustin Hoffman si fa anche più stretta quando, in un locale con annessa sala da gioco, Tetel osserva un giocatore che, spazientito per le continue perdite, sta abbandonando una macchina a gettone, e lo ferma esclamando: “Giocate ancora, alla prossima vincerete”. Ma costui perde ancora e si allontana spazientito. “Ma no, dovete assolutamente giocare ancora, la vincita è sicura!”. Einstein viene in soccorso del figlio: “Giocate ancora, se non vincerete vi rimborseremo la spesa”. Naturalmente il giocatore non vince ed Einstein lo risarcisce.
Ma a questo punto i nodi vengono al pettine: Einstein non ha mai guidato un’automobile, non possiede nessuna automobile, né può prenderla in noleggio, non avendo la patente. Al contrario di Dustin Hoffman, Eduard Einstein non è un soggetto autistico, bensì schizofrenico. Inoltre si difende sostenendo “Avevo calcolato tutte le probabilità!”. Orbene, Liliana Cavani, nell’intervista riportata da YouTube, afferma di aver usufruito della consulenza del fisico Isidori, che avrebbe dovuto spiegargli la differenza tra un calcolo delle probabilità in un gioco soggetto alla legge dei grandi numeri ed il conteggio delle carte ancora presenti in un mazzo da Blackjack, avendo memorizzato tutte le carte sinora uscite. Infine poteva fare del tutto a meno di ficcarsi in questo ginepraio, che non fa onore alla sua squadra di collaboratori, se avesse tenuto conto che Eduard Einstein era sepolto in una clinica svizzera, cui, in qualità di malato di mente, le autorià USA non concessero mai il visto d’ingresso.


Il frigorifero di Einstein e Szilàrd

Girandola finale
Dunque, tutto il viaggio in America di Eduard Einstein e le sue avventure in campagna col papà sono ”non avvenute”. Eduard, detto Tete o Tetel, è morto a 55 anni a Burghölzli, che altri non è che il nome popolare dato all’Ospedale Psichiatrico dell’Università di Zurigo. Dalla data della sua risposta alla lettera di Michele Angelo Besso, Einstein non ha più rivisto quel figlio..
Nell’opera della Cavani si vede una Berlino del dopoguerra della Prima Guerra Mondiale tirata completamente a lucido, con i cubetti di porfido (sampietrini, in romanesco) del selciato lavati e stirati uno per uno, con i professori dell’Università severamente e dignitosamente intabarrati nei loro vestimenti accademici. Ma a quel tempo, il governo tedesco, per non pagare i debiti di guerra, aveva fatto svalutare la propria moneta oltre ogni limite concepibile. Ricordo, nella collezione di francobolli di mio padre, valori di diversi milioni di RM (Reichsmark), ma sul catalogo Yvert et Tellier erano registrati anche valori postali di miliardi di RM. A quel tempo anche un paio di guanti scompagnati o di scarpe sfondate aveva un valore superiore a qualsiasi somma in danaro. I costumi erano completamente degenerati: Berlino era un lazzaretto, un bordello, un carnaio a cielo aperto. È strano che la Cavani, autrice del film “Il portiere di notte”, ritenuta quindi un’esperta di degenerazioni tedesche, abbia preferito ambientarsi in una Berlino di fantasia. In America Einstein viene alloggiato in un appartemento arredato in maniera strana. “Che cosa essere questo?”. Semplicemente un frigorifero, del tutto sconosciuto ad un Einstein che insieme a Slilàrd ne aveva progettato uno avveniristico senza parti in movimento. Sconosciuto ad un Einstein il cui padre Hermann e lo zio Jakob guidavano un’industria elettromeccanica operante nel Nord Italia.

Einstein e la segretaria Helen Dukas



Appena passata la trentina Einstein ebbe i capelli bianchi caratteristici della sua storia iconografica, ma la Cavani l’ha fatto morire con i capelli neri. Einstein si presenta ad un ricevimento senza pantaloni. Einstein si lamenta che nessuno rammenda i suoi calzini, capo d’abbigliamento che non usava. Ma lo spazio a mia disposizioni è completamente esaurito, e quindi voglio chiudere con l’episodio più improbabile evocato dalla Cavani: in America, una bambina del vicinato bussa alla porta del suo villino, e gli offre una tortina fatta in casa. In cambio l’aiuterebbe a fare i compiti di scuola? Ma certamente! Come resistere ad una bambina vera, verissima, magicamente infiltratasi nella favola della Cavani? Un altro motivo di gratitudine va alla Cavani per aver lasciato completamente in ombra la figura di Helen Dukas, segretaria di Einstein dal 1928 al 1955 (anno della morte dello scienziato). Helen Dukas è infatti vissuta nell’ombra di Einstein, ma è venuta splendidamente alla luce più radiosa dopo la morte del genio, rendendo possibile la pubblicazione della sua opera omnia in 36 volumi, in corso di stampa a cura della Princeton University Press.
(Foto Goggle di pubblico dominio. Click per ingrandire)

sabato 12 febbraio 2011

La vera storia del "Gronchi Rosa"


Di Luciano Zambianchi
Orologio del periodo ellenistico, 1° secolo avanti Cristo


Foto 1


Foto 1a


“Dotto’, ‘o vulite fa’ n’affare?” Quasi tutti noi ce lo siamo sentiti chiedere nel parcheggio di un autogrill, o ad un semaforo, oppure in un giardino. Il seguito lo conoscete: l’improvvisato venditore ci spiega che, per un errore nella bolla di carico, si trova qualche oggetto di troppo che deve assolutamente svendere, altrimenti la Guardia di Finanza ….. Quando questo succede, ormai sappiamo che dobbiamo essere estremamente diffidenti, è il solito giochetto della stangata in cui il truffatore sfrutta la bramosia del pollo di far l’affare per ammollargli il pacco (una scatola vuota o, al massimo, con un mattone). Di solito questi signori propongono di acquistare costosi oggetti di marca a prezzi irrisori: telecamere, macchine fotografiche, pellicce, computer, telefonini, ma attenzione: da qualche anno ci sono anche gli orologi. Non vi darò lezioni di buon senso, visto che probabilmente ne avete più di me, ma permettetemi alcuni suggerimenti: Intanto attenzione ai falsi (alle copie). I falsi non li abbiamo certo inventati in questo secolo, sono molte le monete romane false, coeve a quelle vere. Pensate che i Romani stessi per limitare il fenomeno dei falsi avevano ispettori pagati dall’imperatore, per verificare le monete d’oro e d’argento (quelle di bronzo erano fatte coniare dal Senato). Questo ci porterebbe a dire che oggi, dopo tanti secoli di tentate truffe, noi compratori siamo ben vaccinati. Mi dispiace, ma non è così. È vero che da alcuni anni circolano copie cinesi degli orologi più prestigiosi (foto 1, 1a), ma non basta: da qualche tempo le copie si sono molto raffinate nella forma (la sostanza rimane di serie B) ed apparentemente sembrano uguali all’originale. Attenti a non acquistarle: in Italia i marchi sono protetti, e chi acquista una copia commette un reato, punito con la confisca dell’oggetto acquistato ed una forte multa, oltre alla denuncia penale. Già questo potrebbe bastare per sconsigliare un probabile affare. Purtroppo non tutti lo capiscono, e così chi crede di essere furbo spesso viene castigato, ma c’è di peggio: quelle fregature che si rischiava di prendere in autostrada ora si sono trasferite sulle autostrade telematiche. La tecnica è proprio quella classica: ci sono siti fantasma che compaiono per alcuni giorni e poi scompaiono appena rintracciati dalla polizia postale, e su questi siti vengono offerti modelli di orologi

Foto 2

di tutte le marche fino ad un prezzo massimo di 140€. Poi ci sono siti apparentemente stabili (foto 2): l’acquirente dovrebbe scegliere l’orologio, poi inviare i soldi a un conto corrente (di solito in Russia o in Lettonia), e dopo una settimana dovrebbe ricevere l’oggetto ordinato. C’è addirittura un sito che propone copie vantate non cinesi, fatte da artigiani autorizzati dalle Case ufficiali, che dovrebbero realizzare copie su ordinazione, a prezzi che superano i 300€. Per averle, occorre aspettare almeno due mesi, ma questo sito rimane attivo per una settimana al massimo. Pensate che per 250€ è possibile ordinare copie anche di orologi Seiko e Citizen, che di solito in gioielleria costano meno. A volte qualche orologio arriva, specie se per pagare usate Paypal o circuiti analoghi, ma non crediate di aver fatto un affare: se non sarete soddisfatti non riuscirete a trovare un interlocutore con cui lamentarvi, e Paypal poi vi tutela solo nel caso che non riceviate nulla, ma se avete firmato la ricevuta del pacco, non vuole entrare nelle discussioni sulla qualità del prodotto. Da quanto ho affermato sembrerebbe che gli orologi vadano acquistati solo nelle orologerie, ma in realtà ci sono associazioni e mercatini paralleli sicuramente degni di fiducia. Qualche mese fa mi sono iscritto ad un’associazione di collezionisti, “Collezionando”, che associa soprattutto signori che hanno trasformato la loro passione in un lavoro. Molti degli iscritti si possono incontrare la prima e la terza domenica di ogni mese sotto i portici di Piazza Augusto a Roma.

Foto 3


Una specie di mercato delle pulci, dove non si trova né il classico abbigliamento, né le solite cineserie. Molti sono collezionisti che si liberano delle eccedenze accumulate nelle loro ricerche, altri invece utilizzano le loro capacità e i loro collegamenti per fare da trovarobe, ed in questo modo riescono a ricavare un piccolo utile nella intermediazione, con la soddisfazione di tutti. Se scrivo queste note però non è certo per fare un’apologia dell’associazione e neppure per indicare ai giovani una ulteriore possibilità di lavoro: si tratta soltanto di porre in evidenza i limiti dell’essere collezionista. Anni fa ho conosciuto uno dei più famosi collezionisti di francobolli e conchiglie, “l’inventore” del famoso “Gronchi Rosa” (foto 3) tristemente noto tra i filatelici. Era una specie di Re Mida, che ogni cosa toccasse trasformava in oro, o meglio, in qualche cosa che sembrava oro ma oro non era! Solo per i più giovani ricorderò che il “dottore” acquistò in blocco la produzione sbagliata nella stampa di una partita di francobolli che dovevano accompagnare il viaggio dell’allora Presidente Gronchi. I cosiddetti “Gronchi Rosa” rischiavano di scatenare una guerra diplomatica e così vennero velocemente sostituiti dalle Poste Italiane con i “Gronchi Grigi”: nella emissione in rosa i confini tra il Perù e l’Ecuador erano sbagliati (mancava la parte amazzonica del Perù). Si trattava di una quantità enorme di fogli di francobolli (circa 1000) che “il dottore” bruciò quasi per intero lasciandone solo pochissimi esemplari (il tutto in pubblico ed alla presenza di un notaio che certificò l’avvenuto sacrificio). A questo punto i pochi francobolli rimasti furono valutati nelle aste filateliche a prezzi da capogiro: ho saputo che con dieci “Gronchi Rosa” negli anni sessanta si poteva acquistare un appartamento di due stanze a Roma. Con gli anni però ci si accorse che molti dei fogli che avrebbero dovuto essere bruciati erano rimasti nella cassaforte del collezionista, e che venivano abilmente distribuiti nel mercato mondiale, e questo fece precipitare il valore a poche centinaia di migliaia di lire e poi a poche centinaia di euro. Al di là dell’imbroglio, di cui non conosco le dimensioni, in pratica il “dottore” aveva venduto ai collezionisti quello che desideravano: un oggetto che credevano unico, e per farlo aveva distrutto una intera produzione. Attenzione, spesso è questo che il collezionista fa, in modo consapevole o no, contribuendo alla distruzione di ciò che colleziona. Ed ecco l’anomalia che volevo segnalare: non sarebbe meglio a questo punto parlare di amatori, piuttosto che di collezionisti? Comprendo bene il fascino esercitato dalla stanza delle meraviglie 

Foto 4


(foto 4) che già nel XIV secolo conquistava le famiglie nobili e dava una ulteriore patente di “mondanità”; ricordo anche con gratitudine (data la mia età) l’utilissima “collezione di farfalle” classico pretesto per socializzare negli anni sessanta, ma oggi occorre essere in linea con i valori e le credenze di questo nuovo secolo e tra questi valori c’è quello di preservare e non di distruggere. Fatta chiarezza su questo punto vorrei parlarvi delle centinaia di amatori che si sono alternati nel mercatino sotto i portici di piazza Augusto a Roma sotto la supervisione della organizzatrice, la signora Marion, ma ci vorrebbe troppo spazio, la cosa migliore è invitarvi a visitare questo mercato del collezionismo. Da cliente posso dire che è un piacere girare per i banchi e scoprire l’eleganza e la bellezza di alcuni oggetti che abbiamo usato da bambini senza apprezzarne la forma. Da esperto posso anche rimanere deluso dal fatto di trovare venditori ugualmente esperti e perfettamente informati e consapevoli del valore dei loro oggetti: purtroppo a piazza Augusto non riuscirò a comprare un dipinto di Picasso o di Ligabue per pochi euro. Alcuni venditori addirittura espongono oggetti preziosissimi (tipo uova di Faberger o icone originali del 1700) (foto 5) assieme ad oggetti di modernariato.

Foto 5
Ho scoperto che nella maggior parte dei casi lo fanno per cercare un rapporto con il possibile cliente, per tentarlo e coinvolgerlo nelle loro passioni. Le chiacchierate sugli oggetti diventano lezioni di storia d’arte, o di tecnica. Ci sono anche decine di orologi interessanti, funzionanti o da riparare, spesso venduti da orologiai professionisti. Quello che si acquista, al di là dell’oggetto, è l’affascinazione per la storia, la passione, spesso sincera, del venditore, che è sempre un poco restio a cederti quello che gli chiedi senza avertelo descritto per quello che per lui è. Se non sapessi che la maggior parte di quei ricavi verrà reinvestito in altri oggetti, altrettanto importanti, mi verrebbe da dire al venditore (come dice l’alcolizzato all’oste nell’antologia di Spoon River) “… come fai a venderlo? Che cosa puoi comprarci di meglio? …”. Tornando alla mia passione per gli orologi antichi, trovo molte somiglianze tra la mia voglia di conservare il tempo e le sue rappresentazioni con la passione dei frequentatori del mercatino e dell’associazione. Siamo persone forse fuori dal tempo, incapaci di vivere senza la storia, o almeno una storia. 
Foto 6

Quando troviamo un cucchiaino d’argento (foto 6) con uno stemma, comprendiamo che poi, in fondo in fondo, Tess dei D’Urbervilles non era così “strana”.



Didascalie
Foto 1: Replica di un orologio Panerai
Foto 1a: Immagine posteriore con le referenze e i numeri di serie
Foto 2: Logo di un sito che vende copie di orologi di marca
Foto 3:Il famoso “Gronchi Rosa”
Foto 4: Esposizione di oggetti antichi
Foto 5: Icona russa del 1700
Foto 6: Cucchiaini in argento, avorio e smalti


(Foto 6 dell'autore. Altre foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

venerdì 11 febbraio 2011

La Recensione

Per Sempre di Francesco Robustelli

Sono in quotidiano contatto fonovisivo (via Skype) col mio antico compagno di scuola Marcello Finelli che, laureatosi in ingegneria, vinto un posto a Cagliari si trasferì nell’isola e ci rimase, e tuttora vi rimane. Io da parte mia presi la via della Svizzera, ma poi tornai a Roma, ove tuttora risiedo. In uno dei nostri ultimi contatti, Marcello mi informò che un nostro, pur esso antico, compagno di scuola gli aveva comunicato di aver scritto un libro, che gli avrebbe inviato per mezzo della posta: era Francesco Robustelli, psicologo e ricercatore di livello internazionale. Alcuni giorni dopo, mi telefonò un altro (vecchio) compagno di scuola, Napoleone Giordano, avvertendomi che Francesco (da ora in poi: Franco) Robustelli gli aveva telefonato avvertendolo che giovedì 10 febbraio avrebbe presentato il suo libro presso una libreria di via Reggio Emilia. Allora io telefonai a Franco Robustelli per domandargli se aveva Internet. Lo sentii gridare: “Camilla, abbiamo Internet?”. La risposta fu affermativa, ed allora gli dissi che pubblicavo sulla rete “Famiglia Moderna”, e che avrei scritto volentieri una recensione del suo libro. Non volle prendere nota del nome del nostro giornale, dicendo: “Me lo dirai in libreria”.
Con Finelli, che nel frattempo aveva ricevuto il libro, ci scambiammo le rispettive impressioni: lui aveva trovato il libro molto interessante per i suoi aspetti psicologici, ed io invece avevo trovato arido e burbero il colloquio telefonico con Robustelli. Però dissi che sicuramente il libro sarà stato scritto bene, visto che, come noi, aveva avuto “la Castelli” (la nostra professoressa di lettere nel ginnasio inferiore). Non l’avessi mai detto: Finelli mi ricordò un episodio che io avevo completamente obliterato dalla mia memoria. Che Robustelli, per colpa della temutissima Castelli, aveva avuto una crisi nervosa per cui era stato curato da illustri primari, come il professor Bollea, detto “lo psicologo dei bambini”. In effetti la Castelli era micidiale: la mattina faceva l’appello, ed ognuno di noi doveva presentare non solo il “quaderno di bella”, ma anche il “quaderno di brutta” con i compiti scritti. Ci insegnò che i settimanali in rotocalco si chiamavano “rassegne” (non riviste), e sullo slancio imparammo che quando il Duce passava in “rivista” reparti della milizia, era il Duce che stava fermo sul palco e salutava romanamente i reparti che marciavano. Mentre, quando il Duce passava in “rassegna” un reparto di Alpini, il reparto era schierato ed immobile sul “presentat’arm”, mentre il Duce transitava avanti a loro a passo di marcia, salutando romanamente. Non si dice: “Cosa fai?”, bensì “Che cosa fai?” e, del pari: “Qualche cosa” e non “Qualcosa”. “Malgrado” è un francesismo, e va detto “Nonostante”. Anche l'articolo partitivo “del, dei…” era un francesismo, e quindi: “Dei bambini giocavano in giardino…” non andava detto, bensì: “Alcuni bambini giocavano in giardino..” Anch’io temevo la Castelli: una volta, in un tema da svolgere a casa, dopo aver consultato il vocabolario scrissi: “Il debutto…..”, e trovai quella parola (evidentemente anch’essa un francesismo) corretta così: “L’esordio..”. A quel tempo, nel correggere i compiti, gli insegnanti usavano una matita rosso e blù, ma non ricordo quale, tra il rosso e il blu, veniva utilizzato per sottolineare gli errori veniali e quelli mortali. Al contrario di altri, pur ritenendo la Castelli brutta e antipatica, di tutto quello che ci disse in tre anni di Ginnasio, ricordo “tutto quanto”. Ho messo questa espressione tra virgolette, perché l’ho scritta a titolo esemplificativo. Se l’avessi scritta veramente, la Castelli avrebbe cancellato “quanto”, e con la sua voce acida avrebbe detto: “Il quanto lascialo dal quantaio”.

Alla presentazione in libreria arrivai con oltre un’ora di ritardo, e Napoleone Giordano, insieme ad un altro compagno di scuola, se n’era già andato via. I numerosi invitati erano affollati attorno ad un tavolo di dolcetti e salatini, cosicché potei parlare con calma con Franco Robustelli, che mi presentò la moglie Camilla che non avevo mai conosciuto prima. Domandai se c’era anche la sorella, della quale nutrivo simpatiche rimembranze, e dalla folla sgusciò Anna con la quale mi intrattenni per tutto il resto della serata. Benché più giovane del fratello di ben quattordici anni, ricordava per filo e per segno le giovanili disavventure del fratello alle prese con la professoressa Castelli e sapeva tutto sulle vicende della nostra sezione “E”. E fu tanto gentile di darmi la sua copia del libro che mi sarebbe servita per fare la recensione, e che, promisi, le avrei restituita. Sulla via del ritorno, mi venne in mente come e perché provai un immediato odio istintivo per la Castelli, la cui ragione scoprii una cinquantina d’anni dopo: era il primo giorno di scuola, e prima di iniziare le lezioni, la Castelli ci fece un discorsetto introduttivo, che infranse d’un sol colpo tutte le mie speranze di gloria. Ella disse che noi eravamo: “Gli operai della cultura, i lavoratori dell’intelletto”. Ed io, che venivo dal paese in cui mio padre era il “Delegato Governatoriale”, e credevo di fare il mio ingresso al Ginnasio come il piccolo lord, venivo ricacciato nella classe inferiore degli operai e dei lavoratori! Dopo circa mezzo secolo mi resi conto che quell’anno veniva abolita la Riforma Gentile ed entrava in vigore la Riforma Bottai: la scuola abbandonava la colorazione elitaria del filosofo Giovanni Gentile per adottare i modi e le maniere più popolari del ministro Giuseppe Bottai. E così veniva istituita anche una lezione settimanale di lavoro manuale, che per i maschietti della nostra classe consisteva nella lavorazione dei metalli col trapano girabacchino e la seghetta ad arco. Invidiavo le classi che facevano aeromodellismo.

Tornato a casa, assaporai la gioia di potermi coricare e leggere d’un sol colpo l’ottantina di pagine del libro di Franco Robustelli, mentre Finelli mi faceva sapere di andare avanti molto lentamente, perché doveva interpretare i significati più profondi. Affrontai il primo racconto, intitolato “l’esplorazione” che, ingenuamente credevo fosse il rapporto scientifico di una missione esplorativa realmente compiuta. E così mi meravigliai che non fosse detto in che continente avvenisse. Era comunque al dilà del fiume Iavi. Riporto testualmente: “Andremo in aereo a Saloki. Di lì un battello ci porterà fino all’estuario del Pila-na e risalirà il fiume per oltre millecinquecento chilometri. Poi proseguiremo a piedi per circa duecentocinquanta chilometri fino allo Iavi. Al di là dello Iavi, c’è la regione inesplorata”. La spedizione parte l’11 marzo, e dopo sei ore di volo giunge a Saloki. Dove sarà mai? In sei ore di volo,  partendo da Roma (ma lui non lo dice) si può giungere in qualche località egiziana, o in qualche oasi della Libia desertica. Comunque ci deve essere il mare, visto che a Saloki è pronto un battello che li porterà all’estuario del Pila-na, che dovrà essere percorso, controcorrente, per millecinquecento chilometri. Ed allora potrebbe trattarsi di una località costiera del Marocco che si affaccia sull’Oceano Atlantico. Comunque addì 15 marzo Robustelli scrive nel suo diario: “Siamo entrati nel Pila-na. Me lo immaginavo più grande. Acqua torbida, limacciosa. Sulle rive sabbiose coccodrilli che prendono il sole”. E poi, il 18 marzo: “Verso le nove del mattino siamo arrivati al punto da cui dobbiamo proseguire a piedi fino allo Iavi. Abbiamo trovato ad aspettarci i trecento indigeni che dovranno portare i viveri ed il nostro equipaggiamento. Ci sono anche quattro interpreti. Abbiamo viveri per cinque mesi”. Quindi quel battello ha percorso millecinquecento chilometri controcorrente in tre giorni? Ma neanche un aliscafo…..A questo punto comincio a pensare che si tratti di un parto della fantasia, ed ha ragione Finelli quando dice che certi significati vanno studiati in profondità. Comunque plaudo Robustelli quando una pistola la chiama, correttamente “pistola”. Infatti, rivoltella o revolver non sono sinonimi di pistola, bensì decrivono un particolare tipo di pistola: quella dei cow boys, a tamburo rotante.
Ma subito dopo arriva la mazzata. “È possibile che tutti indicassero qualcosa…” e, poco dopo: “Sul terreno fangoso, vicino alla mano, c’erano dei segni….”. Ma come, Franco: qualcosa invece di qualche cosa, e poi dei segni, invece di alcuni segni…? Ma allora la Castelli aveva ragione quando cercava di prostrarti ai suoi voleri. Ma tre anni d’insegnamento sono pochi, e tu non ti sei fatto dolcemente prostrare da quell'arpia. Devo dire che a questo punto io, che l’odiavo come tutti, ma le obbedivo, mi sono sentito un poco amareggiato e quando, assalito dal sonno, ho lasciato il libro cadere per terra, il mio ultimo pensiero fu: “Domani, se si trovano ancora, devo comprarmi una matita rossa e blu”.

PS: Su Internet troverete l’elenco completo delle opere scientifiche di Francesco Robustelli, e le indicazioni per reperire questo libro di fantasie e riflessioni xraccolte nel corso di cinquant’anni di vita, che si chiama: “Per sempre”, editore Alpes, prezzo 10€.