mercoledì 24 novembre 2010

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martedì 23 novembre 2010

Storia di IWC 2a parte

La cascata del Reno a Sciaffusa 

Vent’anni fa scrissi questa serie di tre articoli per la rivista Chrono Word, descrivendo anche il mio avventuroso acquisto di un orologio IWC avvenuto dieci anni prima, presso il negozio Ruckli di Lucerna, servito dalla signorina Fuchs. Mai, prima d’allora, avevo posseduto un orologio di lusso, e poiché quell’anno festeggiavo il mio 25mo anniversario di matrimonio, sullo slancio acquistai anche la versione in oro massiccio per mia moglie e la versione sportiva per mia figlia. In definitiva, la mia famiglia porta al polso uno Yacht Culb II da ben trent’anni. Ma all’inizio non ero molto felice dell’acquisto: l’orologio non era preciso come desideravo. Lo riportai al negozio, lo controllarono, e lo trovarono regolare. Allora chiesi la sostituzione con la versione al quarzo, e loro lo rispedirono in fabbrica e me lo restituirono col nuovo motore. Direte che commisi un’eresia, rimettendoci un sacco di soldi nella valutazione. Ma qualche tempo dopo, durante una mostra di orologi Omega al Palazzo delle Esposizioni a Roma, convenni con l’allora direttore Sig. Con Caro che un orologio, per quanto prezioso, se sbarella fa infelice il proprietario. E comunque, da quel momento, io riacquistai la piena   felicità di quell’acquisto.

Il "mio" Yacht Club II, ma in versione acciaio, meccanico




Come abbiamo visto nella puntata precedente, la IWC (International Watch Company) venne fondata in Svizzera da un giovane imprenditore americano che, avendo accumulato una felice esperienza dirigendo fabbriche “meccanizzate” del suo paese, aveva intenzione di introdurre i suoi metodi produttivi in un paese la cui fama di assoluta eccellenza manufatturiera in campo orologiero già era divenuta leggendaria nel mondo. Producendo in Svizzera, contava di indorare i suoi prodotti di questa fama, e di ridurre i costi di produzione non solo in virtù dei suoi macchinari, ma per il minor costo della manodopera locale rispetto a quella americana. Il suo proposito originario era quello di stabilire i suoi impianti in Svizzera occidentale, ai confini con la Francia (e cioè nel cosiddetto “Jura”), ove si concentrava la produzione svizzera. Questo proposito subì un immediato mutamento: niente confini francesi, bensì un salto a pié pari ai confini con la Germania, e cioè in un cantone nordorientale. Nella prospettiva storica, questa mossa gli assicurò un notevole vantaggio, che a quel momento non poteva essere preveduto: l’IWC divenne immediatamente beniamina dell’etnia tedesca, che in Svizzera gode di una larga maggioranza rispetto a quella francese, italiana e “ladina” (grigionese). Quando nel 1980 io feci la mia inchiesta tra i migliori orologiai di Lucerna, Zurigo e Winterthur, registrai un plauso unanime nei confronti dell’IWC, che fu da loro annoverata nell’ambito delle cinque marche che costituivano il Gotha dell’orologeria svizzera. Ma io, che avevo dichiarato di essere completamente analfabeta in tema di orologeria, questo lo sapevo già, dalla famiglia di mia moglie, che è di Winterthur: da sempre avevo sentito lodare la marca di Sciaffusa. Mia moglie stessa possedeva un IWC d’argento, quadrato, avuto in regalo da fanciulla, che teneva riposto in una scatola di legno intarsiata. Naturalmente, sin dai primi modelli, l’IWC meritò ampiamente la simpatia di tutta la Svizzera tedesca. Ma poiché questo vantaggio poté manifestarsi solo a posteriori, quale fu il motivo immediato che convinse il giovane imprenditore americano a stabilirsi nella Svizzera orientale? Il Reno è un fiume che, uscito dal lago Botano, e prima di addentrarsi nella Foresta Nera, proprio a Sciaffusa dà una clamorosa prova di vigore buttandosi da una cascata di oltre venti metri, attirando ammiratori da tutte le parti del mondo. Il vigore del fiume poteva essere imbrigliato da poderose pale di molino, e l’energia di rotazione poteva essere trasmessa a fabbriche ed officine mediante lunghe cinghie di trasmissione. A tale piano di sfruttamento energetico fu chiamato a partecipare il fondatore dell’IWC, che aderì con entusiasmo. Avendo ricapitolato la situazione di partenza, voglio fare una breve digressione sulle cosiddette “macchine”. Siamo ancora nell’800: le macchine sono utensili meccanici adibiti ad uno specifico tipo di lavorazione. Esse vengono messe in moto ingranandole ad una cinghia di trasmissione, che prende il movimento da un albero rotante principale, mosso da una macchina a vapore centralizzata, o prende forza dalle acque d’un torrente.


Lorenzo da Ponte





Quand’ero bambino ho visto qualche fabbrica, officina, mulino o segheria disposte in questo antico schema, anche se la forza motrice era quella elettrica: in alto, al soffitto, ruotava l’albero principale, da cui scendevano le cinghie di trasmissione cui le varie macchine s’ingranavano mediante una frizione. Qualche compagno più ricco di me possedeva una piccola officina a vapore con la caldaia da riempire d’acqua ed un fornello a spirito. Quando la macchina raggiungeva la pressione, si moveva lo stantuffo che metteva in rotazione un volano. Si poteva trasmettere il moto ad un piccolo tornio o ad altri dispositivi. Altri bambini avevano una piccola locomotiva a vapore “vera”. E prima di chiudere questa parte riassuntiva, non posso fare a meno di ritornare al nostro “giovane imprenditore americano”. Il libro di Manfred Fritz che ci fa da riferimento, di lui non dice più di tutto quello che vi abbiamo detto noi: non esiste neanche un suo ritratto, e non si sa che fine abbia fatto dopo essersene tornato in America. Ma noi non possiamo abbandonare il personaggio senza un disperato e pur vano tentativo di formulare alcune ipotesi ad uso di chi possa essere in grado di compiere ulteriori ricerche. È il nome stesso del nostro eroe che ci spinge a saperne di più: F.A.Jones. Il cognome significa tutto e nulla. Non solo è un cognome comune quanto Rossi da noi, ma è, per antonomasia, il sinonimo di “chiunque altro”. “ Fa’ quel che fanno i Jones”, e cioè “Fa’ quel che fanno gli altri”. Ma il nome non può lasciarci indifferente: F.A. Jones, e cioè Florentine Ariosto Jones. A quale bimbo americano, nato nel 1841, si dà il nome di Fiorentino Ariosto? Dante, Michelangelo e Leonardo: tutti possono chiamarsi così, ma Fiorentino Ariosto no. Ebbene, io lancio un’esca; nel 1838 muore a New York Lorenzo da Ponte, che sul finire del secolo precedente era stato poeta imperiale alla corte di Giuseppe II in Vienna, e compositore dei libretti d’opera delle “Nozze Di Figaro”, “Don Giovanni“ e “Così Fan Tutte” musicate da Mozart. In America Da Ponte si fece apostolo della cultura italiana ivi “assolutamente ignota”, diede lezioni dantesche ed aprì una libreria italiana. Ma anche ipotizzando che il padre di F.A. Jones fosse un frequentatore di tale libreria, la scelta del nome è tanto specifica da suggerire addirittura una discendenza italiana.

IWC calibro 52
Atto II: di male in peggio
Dunque, nel 1875 la Banca Commerciale di Sciaffusa rileva al prezzo definito “irrisorio” di 143.000 franchi, l’azienda in fallimento che era stata fondata nel 1868. La dizione americana di International Watch Company si trasforma in “Internationale Uhrenfabrik” che significava esattamente lo stesso, e ne diventa direttore generale un altro americano, Frederik Frank Seeland. L’auspicato rilancio dipende dal possibile successo dei nuovi “calibri Seeland”, progettati allo scopo precipuo di ridurre drasticamente i costi di produzione: mentre il miglior calibro Jones costava 90 franchi, Seeland riuscì a contenere a soli 28 franchi il prezzo del suo calibro di punta. Va da sé che quest’economia all’osso non poteva che andare a discapito della qualità. La nuova politica aziendale, comunque, non ottenne il successo sperato: per fortuna, possiamo aggiungere a titolo di commento. Se le cose fossero andate diversamente, infatti, oggi non esisterebbe la IWC come la conosciamo: una manifattura famosa per lo straordinario livello dei suoi prodotti, perciò a Sciaffusa non sarebbe mai nata la “Grande Complication” da polso, che costituisce il tema fondamentale del nostro libro di riferimento. Per farla breve: nei quattro anni del suo mandato direttivo, Seeland non seppe resistere alla tentazione di manipolare i bilanci aziendali per ricavarne, ovviamente, un illecito profitto personale di ben 220.724 franchi. Dopodiché si dileguò fuggendo in America col malloppo. La sua casa con tutto il mobilio e perfino il suo calesse col cavallo furono messi sotto sequestro e venduti all’asta, ma ancora una volta l’azienda si trovò al tracollo. Finalmente, dopo essere arrivata al fallimento per due volte in dieci anni fu rilevata da Johann Rauschenbach-Vogel, industriale meccanico di Sciaffusa, e trasformata in un’impresa completamente svizzera. Già consocio anziano dell’azienda, e quindi fra le principali vittime di Seeland, Johann Rauschenbach intravvide subito la possibilità di un nuovo rilancio.



IWC sitema Pallweber a cifre ssaltanti
“Probus Scafusia”
Da quel momento l’azienda rimase di proprietà della famiglia per quattro generazioni. La ragione sociale divenne “Uhrenfabrik von Johann Rauschenbach”, che significa “Fabbrica di orologi Johann Rauschenbach”. Dopo la morte del proprietario il nome fu modificato in “Uhrenfabrik von J. Rauschenbach Erben”, e cioè Fabbrica d’orologi Eredi J. Rauschenbach”. Alla fine degli anni ‘20 il nome divenne “Uhrenfabrik Ernst Homberger- Rauschenbach”, quindi “Uhrenfabrik H.E.Homberger” e finalmente, agli inizi degli anni ‘70 ricompare il nome imposto dal suo fondatore: “Uhrenfabrik IWC, International Watch Co. H.E.Homberger AG”, in cui “AG” significa “Aktien Gesellschafft”, e cioè “Società per Azioni”. Dal 1978, dopo la più grande crisi che l’industria orologiera svizzera abbia mai attraversato e dalla quale la manifattura fu salvata grazie all’intervento finaziario del gruppo tedesco VDO - essa porta il nome attuale di “IWC, International Watch Co; AG”. Ma comunque, il marchio IWC che Jones aveva portato a Sciaffusa, è sempre rimasto parte dell’identità dell’azienda durante tutta la sua movimentata storia. Da quando la gestione Seeland non fu che un brutto ricordo, invece che in USA, secondo il proposito originale, la sigla divenne proprio in Europa il simbolo di orologi durevoli, di grande precisione ed affidabili in ogni circostanza. IWC ha dato l’ora esatta a sovrani, pontefici, uomini di stato ed esploratori celebri. Durante l’ultima guerra questi orologi marcavano il tempo sia a bordo dei sommergibili tedeschi che sugli aeroplani inglesi. Possedere un IWC e trasmetterlo in eredità alla generazione che segue è espressione di una costanza dei valori e di una comprensione del concetto di “qualità” considerate ancor oggi a Sciaffusa parte integrante e preziosa del capitale sociale. Durante i primi tempi che abitai in Svizzera (seconda metà degli anni ‘50), fui colpito dalla solerzia con cui i miei famigliari badavano ad acquistare determinati prodotti, dal burro ai fiammiferi, da prodotti industriali a prodotti d’abbigliamento, recanti un piccolo marchio: la balestra di Guglielmo Tell. Seppi poi che quei prodotti erano della massima qualità svizzera e godevano della piena fiducia degli acquirenti. Esistevano anche altri marchi di qualità, conferiti a quelle fabbriche che raggiungevano determinati standard in vari settori, per esempio lo scudetto con al centro la croce federale che contrassegna i coltellini Victorinox e Wenger, ed io sono ben lungi da conoscerli tutti. La dicitura “Probus Scafusia”, che è il marchio della qualità affidabile di Sciaffusa, viene impressa su ogni orologio IWC a cominciare dalla fine dell’800, e costituisce ancor oggi l’impegno della casa a produrre sempre il meglio.

La Grande Complication da taschino
Le tappe fondamentali
Il mese scorso abbiamo pubblicato l’immagine del “primo IWC” corredata da una fuggevole didascalia. Considerando che, nonostante le sfortunate vicende che all’inizio sembrarono spezzare il volo della fabbrica di Sciaffusa, sin dai suoi primi modelli l’IWC conquistò l’attenzione ed il rispetto del gran pubblico e degli esperti, sarà bene riprenderlo e dare una migliore descrizione del “calibro Jones”. Purtroppo, come abbiamo già detto, del fondatore Jones non si è riusciti a trovare neanche una fotografia. L’orologiaio di Boston ci ha però lasciato un’inconfondibile espressione di sé col calibro per orologi da tasca che prende il suo nome, calibro che ha continuato ad essere costruito fino alle soglie del 1890. Le sue caratteristiche peculiari sono: la tipica platina da 3/4, lo scappamento ad àncora svizzera in linea retta, il bilancere bimetallico compensato, la racchetta extralunga per la regolazione di precisione della marcia. Questo “Jones” con movimento n. 1410 e l’incisione della data di fabbricazione (15 settembre 1868), con la cassa in oro a 18 carati, comprova anche l’esattezza dell’anno di fondazione dell’IWC a Sciaffusa, il 1868. L’aggiunta “New York” al logotipo della casa si dimostra giustificata dal fatto che, all’inizio, Jones produceva solo per il mercato americano. Questi particolari sono visibili nella seconda foto del calibro Jones pubblicata nella puntata precedente. Per la sua enorme importanza storica, dobbiamo segnalare l’”IWC digitale”, un modello che, a partire dal 1884, ha fatto scalpore in orologeria. Questo IWC da tasca con indicazione digitale, prodotto a Sciaffusa, ha precorso i tempi di almeno ottant’anni. L’IWC chiuse comunque molto presto questo capitolo: l’invenzione dell’ingegnere austriaco Joseph Pallweber, legato contrattualmente all’IWC, non riuscì a detronizzare l’indicazione analogica a lancette. Quest’ orologio sistema Pallweber, con cassa d’oro in versione Savonnette o Lépine fornisce un’indicazione simultanea delle ore e dei minuti nella grafica allora di moda. Anche Ferdinando I, Zar di Bulgaria, ne possedeva un’esemplare fabbricato nel 1884/85. C’è poi il cosiddetto “IWC di lunga vita”. Il calibro 52 è stato uno dei movimenti per orologi da tasca più utilizzati dalla manifattura. La sua costruzione accurata e precisa ha reso nel mondo famosi gli orologi IWC verso la fine dell’800 ed anche per molti anni successivi. La caratteristica qualitativa più particolare è la regolazione di precisione detta a “collo di cigno”, l’invenzione di maggior successo fra tutti i dispositivi di correzione degli errori di marcia. La sua realizzazione si deve all’americano George P. Reed, che per lungo tempo aveva lavorato presso la “E. Howard Clock & Watch Co.” di Boston, la fabbrica in cui Jones aveva iniziato la sua carriera di orologiaio. L’”IWC complicato“: a partire dal 1890 la IWC comincia a creare regolarmente nuovi prodotti di particolare livello, generalmente in quantitativi limitati. Uno di essi è la Grande Complication da tasca, che ancor oggi può essere fornita su ordinazione. Per questo capolavoro meccanico sono ancora disponibili soltanto pochi movimenti di base, costruiti diverse decine d’anni fa. Negli anni ‘30 e ‘40 le forze armate di molti paesi si servirono dei cosiddetti “orologi di controllo” costruiti a Sciaffusa. Questi modelli venivano impiegati tanto nei sommergibili quanto sulle navi di superficie. Gli orologi, con un movimento di precisione, spirale Breguet, regolazione fine e bilanciere compensato dovevano garantire i massimi livelli di precisione e robustezza.

Lo storico Fliegeruhr, l'orologio dell'aviatore
Ancora oggi, nei moderni sommergibili della marina tedesca continuano a prestare servizio i tradizionali IWC meccanici. Passiamo all’IWC con calendario: agli inizi degli anni ‘70, con i modelli da tasca ormai da tempo soppiantati da quelli da polso, l’IWC costruì un nuovo modello con calendario e fasi lunari molto complesso, ma di facile consultazione. Il movimento è un 17 linee, calibro 9721 con scappamento ad àncora, 31 rubini, regolazione di precisione e protezione antiurto. Questo “classico” ha rappresentato per la IWC il trampolino di lancio per arrivare al perfezionamento di meccanismi ancor più complessi; rappresenta quindi una colonna della Grande Complicaton da polso. C’è poi un IWC definito “Anticonformista”: chi mai poteva concepire un classico orologio da tasca non soltanto impermeabile, ma addirittura antimagnetico, grazie alla cassa supplementare interna in ferro dolce? Solo l’IWC, naturalmente. L’Ingenieur SL d’acciaio in versione Lépine conferma, nella nostra età moderna, la tradizione della fabbrica d’orologi da taschino per eccellenza. Per chi non è disposto a nessun costo a lasciarsi “ammanettare” il braccio, l’Ingenieur SL è la perfetta alternativa agli omonimi modelli da polso di grande successo. Passiamo poi ad un modello da polso, il Fliegeruhr, l’orologio per aviatori, con cassa in acciaio antiriflesso, quadrante nero e grandi indici trattati con materiale luminescente. A partire dal 1940 è entrato in dotazione ai piloti della RAF (Royal Air Force, l’aviazione militare britannica). Il movimento è da tasca, a 19 linee. Si tratta in sostanza del precursore di tutta una generazione di orologi, il cui successo dura ancora oggi: i famosi “Ingenieur”, noti tra l’altro per la particolare resistenza alle sollecitazioni e dotati di speciale protezione antimagnetica.
Marino Mariani

(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

lunedì 22 novembre 2010

I Fondamenti della Nutrizione Umana 1a parte


Io e Ludovica
Non so come abbiano fatto, ma gli scienziati hanno determinato che, originariamente, l’uomo era un roditore arboricolo, cioè che viveva sui rami degli alberi, ed una volta detto questo ognuno può indovinare che il suo nutrimento doveva consistere in noci, frutti e, forse, germogli e ramoscelli. Attraverso chissà quante successive trasformazioni l’uomo è arrivato ad essere quello che, oggi, tutti noi siamo: un animale che, grazie alle sue invenzioni, e prima fra tutte quella del fuoco, oggi viene definito omnivoro, che può mangiare di tutto. La prima cosa che viene in mente è che il fuoco sia servito ad arrostire gli animali, frutto della caccia e dell’allevamento. Pochi pensano che prima della carne arrostita il fuoco abbia permesso di mangiare i cereali sfaldando la struttura degli amidi, indigeribili a temperatura ambiente. La cottura consente di mettere fuori combattimento il fattore inibitore della tripsina, che rende tossici fagioli, ceci e tutte le leguminose. Ed è sempre la cottura che permette di eliminare l’acido prussico dalla cassava, il tubero che costituisce l’alimentazione principale di numerose popolazioni dell’Asia e dell’Africa e che da solo costituisce la terza fonte di carboidrati di tutto il mondo, battuto, seppure, dalla coltivazione della canna da zucchero. C’è anche il partito dei “crudisti”, che sostiene che i cibi bisogna mangiarli crudi perché la cottura distrugge le vitamine. Ma esaminiamo un problema alla volta.
In virtù della cottura, l’uomo può mangiare di tutto. È dunque omnivoro? Sì, no, anzi, purtroppo…Rimane il fatto che, nonostante tutte le sue trasformazioni, il condotto digerente dell’uomo rimane troppo lungo per la digestione ottimale della carne, mentre la sua dentatura non è quella di un felino fatta su misura per dilaniare la carne: i suoi molari sono come la macina d’un mulino che trita i cereali. Le graduali trasformazioni subite dall’uomo nel corso della sua evoluzione non lo hanno avvicinato all’archetipo di un carnivoro. Testi moderni affermano che carne e pesce possono essere inclusi nell’alimentazione umana, ma sono inutili: di fatto tutto ciò che è necessario (e sufficiente) alla nutrizione umana si trova all’interno del mondo vegetale, mentre di tutto quello che si trova nel mondo animale niente è indispensabile. Ma caro autore di questo saggio, ti sei dimenticato della vitamina B12 che non si trova in nessun vegetale e rimane un’esclusiva del mondo animale! Risposta: la quasi totalità dei medici passa la propria vita professionale senza avere l’opportunità di diagnosticare su nessun paziente i sintomi di una carenza di questa vitamina. In effetti l’essere umano ha bisogno di quantità infinitesimali di vitamina B12, e per quanto piccole possono essere le sue riserve, queste gli bastano per anni ed anni. È probabile che in qualche sito del suo intestino l’organismo dell’uomo produca quegli infinitesimi di cobalamina necessari all’espletamento di determinate funzioni. O anche che la natura provvida…

Un classico fornitore di vitamina C
La natura provvida
La cosiddetta natura provvida è un concetto scientifico profondissimo che, tradotto nel linguaggio popolare in divina provvidenza, fa pensare all’esistenza di entità esterne e superiori che osservano e giudicano l’insieme degli avvenimenti, ed adottano determinate misure atte a salvaguardare, innanzitutto, i nostri interessi. In realtà tutte le funzioni attribuite alla natura provvida sono individuate, sono osservate, sono subite, e sono adottate non dall’esterno, ma dall’interno dell’organismo vivente indipendente che viene denominato unità autopoietica nella definizione stabilita dai biologi cileni Maturana e Varela nel loro libro L’albero della conoscenza: una unità autopoietica, cioè un organismo vivente indipendente, per mantenersi in vita, deve rimanere in equilibrio con il mondo esterno, inteso non solo come gli agenti atmosferici o animali feroci, ma anche contro gli attacchi microbici, cioè contro le malattie. Ebbene, determinate vitamine e gli anticorpi necessari per mantenere il proprio equilibrio vitale l’unità autopoietica (in pratica: l’uomo) li produce autonomamente, altre vitamine le deve assumere dall’esterno sotto forma alimentare. La vitamina più importante per la salute dell’uomo è la vitamina C, che l’uomo non produce autonomamente per la semplice ragione che essa è contenuta in quasi tutti gli alimenti che l’uomo abitualmente consuma. E così la vitamina B12 che è, sì, necessaria, ma ne basta talmente poca che anche un vegetariano se la può procurare…inconsapevolmente. Come? Quand’ero ragazzino e vivevo in paese, andavo insieme ai ragazzacci a rubare uva, fichi, mele e pomodori (per questi ultimi ognuno di noi portava in tasca una cartatina di sale), e mangiavamo il frutto delle nostre razzie senza lavarlo. Chissà quanti moschini e vermetti abbiamo mandato giu! Comunque nessuno di noi era vegetariano. Ebbene, se un vegetariano è scrupolsamente igienista e lava a fondo frutta e verdura, proprio per evitare di mandar giu qualche moschino, la natura provvida, detto senza ironia, gli viene incontro anche se non se lo merita. Come? Avrete sentito parlare di lievito naturale: è quello di cui si tiene da parte una certa quantità quando si prepara una pasta per pane o pizza, e che viene riusato per successivi impasti senza andare a comprare nuovo lievito di birra, e lo si fa durare per mesi ed anni. Oppure che si va a comprare, per la prima volta in farmacia. Questo è ciò che dice e fa la gente. Ma il lievito naturale genuino, quello che faccio io, è quello che si ottiene mettendo in una ciotola acqua e farina, ed aspettando che lieviti da sé in virtù dei microorganismi che sono dovunque attorno a noi, anche se non li vediamo. Ebbene, io penso che se i vegetariani stanno così bene in salute, è segno che la vitamina B12 gliela forniscono proprio i microorganismi che fluttuano nell’aria.
Mi sono proposto di scrivere questa serie di articoli senza usare termini scientifici ignoti alla maggioranza, e quindi vi sono debitore di qualche chiarimento sulle unità autopoietiche. Ebbene, in scienza, qualsiasi forma di vita, vegetale o animale, non la si fa nascere e prosperare per volontà di Dio, ma la si lascia fare tutto da sola. L’autopoiesi è il far tutto da sé, assumendosi in proprio la piena responsabilità della condotta di vita, del mantenimento della propria esistenza, del mantenimento della specie per il tramite dell’unione tra i sessi e la produzione di figliolanza.

Il finocchio ha più calcio del latte
Il mistero del calcio
Il calcio, il principale elemento costitutore dell’ossatura e della dentatura dell’essere umano, è il quinto per abbondanza (in peso) su questo pianeta, il quale, da questo punto di vista, può essere considerato un vero e proprio paradiso terrestre permanente per tutti gli animali tra cui, ed in prima fila, l’uomo. Quando gli scienziati indagano se su altri pianeti esistano condizioni favorevoli alla vita, e prendono come criterio discriminante la presenza di acqua, prendano informazioni anche sulla presenza del calcio. Ebbene, sulla Terra di calcio ce n’è tanto da trasformare, nel breve volgere di pochi decenni, il nostro paradiso in un vero e proprio inferno terrestre. Non vi parlo di secoli fa, ma di quando io ero giovane. Come ho dichiarato nel mio articolo di autopresentazione “Chi Sono”, al tempo mio la parola cancro non veniva mai pronunciata, e la malattia denominata “osteoporosi” non esisteva. L’osteoporosi è lo sfaldamento delle ossa dovuto a mancanza di calcio. Il fatto è che il calcio, come tutti gli elementi di cui l’uomo e gli animali si nutrono, per essere assimilato deve essere ingerito sotto forma organica: l’uomo e gli animali possono nutrirsi solo di altri esseri viventi, e tra questi, anzi in prima fila, comprendiamo anche le piante. Ebbene, il ciclo del calcio alimentare nasce dalle piante: di tutte le entità viventi solo le piante sono capaci di metabolizzare il calcio minerale, è da loro che dipende l’esistenza dell’uomo e di tutti gli animali. Quindi correggo il mio consiglio agli astronomi e agli astronauti: guardate se ci sono le piante. Naturalmente le piante, oltre al calcio, danno all’uomo ed agli animali tutto: gli elementi e le vitamine di cui ha bisogno (d’accordo, esistono gli animali carnivori, ma se ci fate caso questi mangiano di regola animali erbivori, quindi…). In definitiva il problema del calcio nell’alimentazione umana è una creazione umana: esso si trova in tutte le piante, e per sfruttarlo al 100% basta non farselo sottrarre da alimenti innaturali come il latte e tutti i suoi derivati: latte e formaggi nel corso dei secoli non hanno mai messo in pericolo la salute dell’uomo, perché venivano consumati in modeste proporzioni, ma adesso che queste proporzioni sono diventate spropositate, gli effetti nefasti non hanno tardato a manifestarsi. Il latte, oggi, assieme alla carne dei bovini, viene considerato il meccanismo che crea i maggiori profitti, per cui gli allevatori, che destinano al loro bestiame la grandissima maggioranza dei cereali prodotti nel mondo, non solo si arricchiscono, ma creano la fame nel mondo.

Broccoli: calcio, vitamine, fibre e sali in poche calorie
I limiti della vita
Latte e formaggi, ho detto, ma aggiungiamo subito: carne e pesce, zucchero ed alcool, nei tempi passati non venivano consumati nelle frenetiche percentuali dei nostri tempi, e quindi non mettevano in pericolo la sopravvivenza del genere umano. Ma va osservato che in altre epoche la vita media delle popolazioni era talmente bassa da non consentire a certi malanni di manifestarsi prima della morte del soggetto. Ora, dalle nostre parti, la vita ha raggiunto limiti cosi estesi che città e paesi pullulano di vecchi invalidi, storti e deformati, tremolanti o irrigiditi, sostenuti e sospinti da quel ben del cielo che sono le badanti. E come i marabù sorvegliano dall’alto gli animali in fin di vita e volteggiano sulle discariche, così le badanti affluiscono in massa nei paesi ricchi…di vecchi da badare! Ma è possibile giungere ai limiti della vita in condizioni…umane, non disumane. Mantenendo efficienza fisica e creatività mentale, sentendo ancora brulicare in sé il giovanile torrente del benessere vitale invece del livido ristagno del patimento, dello stento, dell’infausta attesa di una fine liberatoria? Io dico di sì. Non lo so di sicuro, ma ho fede in me stesso, e vivo per essere la prova provata di questo credo. Ebbene, alla domanda se l’uomo è omnivoro, e tanto meno (o tanto più) carnivoro, è inutile rivolgersi ai premi Nobel, ai primari, ai medici di famiglia, al presidente della Corte Costituzionale ed all’allenatore della nazionale. Può essere carnivora una pecora senza zanne e senza artigli? E noi che zanne ed artigli abbiamo? Però la carne la mangiamo: sì, ma la paghiamo cara. La sofferta vecchiaia che vediamo per strada, nei giardinetti, negli ospedali e in casa nostra è la risposta ad ogni domanda. Ed oggi il declino e la morte non sono una rapida vicenda, ma un calvario, per il soggetto e la sua famiglia, che può durare dieci, venti ed anche trent’anni. Ma noi saremmo disposti a passare anche il doppio di questo tempo, tutta la nostra vita, per curare un nostro caro sofferente, un nostro genitore, un nostro figlio, senza speranze concrete, ma nella fede che il nostro sacrificio, la nostra dedizione, possano determinare un miracolo.

Allevamento di salmoni in Norvegia
L’alimentazione naturale
Quando ero piccolo.., anzi quando da grande portavo mia figlia al giardino zoologico, c’era un guardiano che tirava le mele ad un orso bruno, che le afferrava al volo e se le mangiava. Nella seconda Egloga di Virgilio, il possidente Coridone fa una corte spietata al bel giovane Alessi, gli promette mari e monti, tra cui:
                                        
                                           Ho due caprioli presi in una forra
                                            che di pecora succhiano le poppe
                                            due volte al dì. A te ne faccio dono

Ed inoltre, in Svizzera (di cui sono cittadino) le due maggiori ditte alimentari, Migros e Coop, si fanno guerra a colpi di offerte sensazionali nel campo della nutrizione sana e naturale. L’ultima offerta che ho seguito era quella del “Salmone Biologico” che, approfondendo, era allevato in fredde acque limpidissime  e nutrito a granturco di coltura garantita assolutamente biologica. E così il mondo mi si rivolta contro: l’orso è un pericoloso animale carnivoro. Ogni tanto, allo zoo, qualche fesso scavalca lo steccato e si butta nelle sue braccia pensando di scambiare un goliardico saluto, e viene sbranato. Quanto ai due caprioli di Virgilio che vanno a sbafare il latte alle pecore, anche qui vengo contraddetto quando affermo che nessun animale, da adulto, si nutre ancora di latte, specie di razza diversa. E che dire dei salmoni, che sono voraci predatori marini (come anche i tonni) allevati a granturco? Dico che tutti gli animali, compreso l’uomo, sono suscettibili di una certa malleabilità epigenetica che consente all’orso di fare il fenomeno da baraccone, e ai due caprioli di concedersi un peccato di gola. Quanto all’allevamento dei salmoni a granturco, questo è un delitto contro la natura che non verrà mai perdonato. Diciotto anni fa comprai un libro in tedesco: “Das Imperium der Rinder” ( L’impero dei bovini), di un autore che assolutamente non conoscevo: Jeremy Rifkin, versione dell’originale americano “The Rise and Fall of the Cattle Culture” (Ascesa e caduta dell’allevamento dei bovini). Dopo qualche pagina fui costretto ad abbandonarne la lettura: la mia sensibilità rifuggiva da venire a sapere a quante e quali atrocità venivano sottoposte quelle povere bestie, nutrite con un cibo infame frammisto di cartone, cartongesso e cemento. Tutto per avere kilogrammi in più e giorni di lavoro in meno per l’allestimento di succulenti american steaks e fiorentine. Qualche tempo fa ho ripreso quel libro, e volevo pubblicarne qualche brano su questo giornale, quando mi accorsi che è stato stampato in italiano col titolo (appropriato) di “Ecocidio” (Mondadori 2001). Su Wikipedia (Internet) c’è una presentazione del libro con un riassunto molto cauterizzato della materia, che vi passo:

Jeremy Rifkin
“……La narrazione prosegue con la colonizzazione del Texas ed il conseguente sterminio gratuito dei bufali (unica fonte di sostentamento degli indiani) che saranno rimpiazzati da bovini d’allevamento. Rifkin descrive con dovizia di particolari la via crucis degli animali destinati alla macellazione: appena nati vengono imbottiti di antibiotici e, una volta cresciuti, trasportati in pessime condizioni al macello su camion. Alcuni cadono durante il viaggio, venendo così calpestati dagli altri per il poco spazio a disposizione, ed una volta arrivati vengono sospinti agonizzanti per l’ultimo tratto. Caduti e no tutti arriveranno a trasformarsi in “pezzi di carne non più riconducibili ad un corpo”. L’autore apre inoltre una panorammica sulle cattive condizioni dei macelli americani sin dai primi anni del Novecento, dove la carne macinata equivaleva a carne andata a male o caduta per terra e triturata insieme ai topi e ai loro escrementi. Viene affrontato anche il tema delle malattie bovine, sempre più diffuse e sempre più simili a quelle umane, come il virus della leucemia bovina (che fra l’altro si è dimostrato in grado di attaccare le cellule umane) ed il morbo della mucca pazza, che alcuni studiosi hanno pensato sia dovuto alla somministrazione agli animali di mangime contenente midollo di pecora infettata dalla “scrapie”. Rifkin riesce a far apparire l’uomo come un avvoltoio in cerca di cadaveri, quelli che ogni giorno portiamo sulla nostra tavola, che camuffiamo per renderli simili al cibo che cresce sugli alberi: niente farebbe pensare che il petto di pollo panato sia un pezzo di pollo, appunto. L’essere umano è descritto in tutto il suo aspetto di traditore, che uccide e tratta gli animali utili, quali mucche e galline – che gli regalano latte e uova – come semplici riserve di cibo create apposta per se stesso. Ma sarà così? Il mondo è stato davvero creato solo per la specie umana?
Rifkin consigllia di diventare vegetariani per non essere conniventi con la mostruosa industria della carne, e conclude il suo saggio con la proposta (o utopia) di un nuovo inizio per l’uomo nel rispetto dei diritti animali”.

Allevamento ideale di bovini allo stato brado (Italia, Collalto)
Chi sa il tedesco e l’inglese può cercare su internet i titoli originali che ho citato prima, e troverà ampie recensioni del libro di Rifkin. Comunque ho trovato una recensione di Francesca Colesanti (il Manifesto) che fa un quadro molto somigliante di questo libro, e la pubblicherò senz'altro. I lettori farebbero bene a comprarsi il libro. E torniamo al tema dell’alimentazione naturale: è vero che Rifkin consiglia di diventare vegetariani per non essere conniventi con la mostruosa industria della carne, ma l’uomo “è” vegetariano, e la sua alimentazione basata su carne e lartticini è innaturale e di ripiego, quando non giunge al limite del contro la natura. Ho parlato di malleabilità epigenetica cioè quella capacità di incorporare qualche piccola variante al patrimonio genetico, qualche piccola deroga all’immutabilità del DNA (ipotesi che determinò, all’inizio dell’ottocento, la disputa tra gli epigenetici (Lamarck) e i preformisti (Buffon), e poi, nell’Unione Sovietica, tra Michurin e Lisenko. Gli epigenetici sostenevano l’ereditarietà dei carateri acquisiti). Ebbene, in tutti i reperti umani, non è stato mai riscontrato che l’uomo avesse mai avuto zanne ed artigli, né questi sono spuntati ultimamente, nel pieno di un regime capitalistico che si arricchisce producendo bistecche, latte, prodotti caseari….L’uomo ha bisogno non solo e non tanto di calorie, quanto di un insieme di sali, vitamine e fibre alimentari che sono tutte fornite in soverchiante abbondanza ed a titolo assolutamente gratuito dal mondo vegetale. Dico a titolo assolutamente gratuito intendendo: senza alcuna ccontroindicazione. Qualche vegetale ha le sue controindicazioni, ma ha un infinito numero di alternative assolutamente sane. Le controindicazioni del mondo vegetale consistono nella presenza di acido ossalico (che favorisce la formazione dei calcoli), di alcaloidi, di caffeina….piccolezze. Al contrario tutti i cibi provenienti dal mondo animale hanno controindicazioni, non sono quindi gratuiti, per consumarli è necessario pagare uno scotto. Non c’è prodotto animale che non contenga colesterolo. I grassi animali sono di tipo saturo. Le proteine animali, che il nutrizionista becero definisce nobili, sono acidificanti, ed inoltre sono generalmente degradati dai metodi di allevamento: negli allevamenti non si aspetta che la Bianchina mostri qualche segno di malessere per chiamare il veterinario. A titolo precauzionale gli animali vengono giornalmente imbottiti di medicinali sin dall'inizio. Ovviamente il discrimine tra gli alimenti consigliati e quelli sconsigliati non dipende soltanto dall’appartenenza alla flora o alla fauna, e questo lo vedremo in seguito.
Marino Mariani


(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

venerdì 19 novembre 2010

Prosphore e Palamarke

Di Luciano Zambianchi

Orologio del periodo ellenistico: 1° secolo avanti Cristo
Attenzione: per ingrandire: click su foto. Per Mac ulteriore ingrandimento da tastiera

Foto 1
Foto 2
"Smettila di dire cose strane!” mi ha intimato un amico a cui stavo raccontando di alcuni oggetti che avevo appena acquistato. In questo caso aveva ragione, questi nomi non sono riportati nei dizionari della lingua italiana e sono usati solo da specialisti in Religione Cristiano Ortodossa e in Etnologia. Ho potuto notare però che, anche se non parlo di prosphore, da quando mi sono dedicato più assiduamente allo studio ed alla riparazione degli orologi vecchi i miei interlocutori spesso arricciano il naso e fanno finta di capire quello di cui sto parlando. Quel che è più preoccupante è che quando me ne accorgo e provo a spiegare in modo descrittivo l’uso o la funzione di uno di quegli strani pezzi che compongono gli orologi sembrano diventare assenti, come se stessi parlando un’altra lingua. Ho chiamato vecchi e non antichi i miei orologi per non sentirmi troppo fuori dal mondo ma, anche se la cosa non farà piacere  

Foto 3
Foto 4
ai sessantenni, dovete sapere che molte case d’asta definiscono d’antiquariato oggetti che hanno più di sessanta anni. Per aiutarvi a comunicare con gli amici che amano gli orologi, nella speranza di avere tra i lettori anche qualche mio amico, ho pensato di mettere a disposizione un semplice lessico con i nomi meno usuali, anche se rigorosamente in lingua italiana e presenti nei vari dizionari. Ho già avuto occasione di dire che l’orologio può essere considerato composto da settori, iniziamo dalla CASSA: (foto 1) riporto qui molte figure tratte da un testo fondamentale di orologeria “L’Orologiaio Riparatore” di Ronald De Carle edito da Hoepli nel 1948, fanno parte del settore CASSA la cassa vera e propria, il quadrante, il vetro e le lancette (o sfere). In questo settore le parole più strane sono:
Pendente: è il raccordo in cui è fissato l’anello su cui si attacca la catena, di solito è sovrastato dal bottone di carica e finisce nel castello.
Castello: è la parte centrale della cassa, quella a cui va fissato il movimento.
Cuvetta: è il fondo interno della cassa, di solito è la prima protezione del movimento.
Lunetta: a volte fissata a incastro altre avvitata o fissata da una cerniera, è l’anello che tiene il vetro nella giusta posizione e distanza dal quadrante.
Il movimento (la macchina vera e propria) può essere considerato composto dal MOTORE, dal REGOLATORE, dalla TRASMISSIONE, dalla RIMESSA; tutte queste parti sono fissate sulla parte anteriore o posteriore della platina.

Foto 5
Platina: la piastra metallica che costituisce il corpo principale del movimento degli orologi meccanici su cui sono montati tutti i componenti, dal Grande dizionario Garzanti della lingua italiana (foto 2).
Incominciando ad illustrare la parte posteriore della platina (quella che di solito si vede quando si apre la cassa di un orologio) le prime cose da notare sono i ponti.
Ponti: parti metalliche che servono da sostegno e collegamento tra i vari componenti e settori dell’orologio. Dal punto di vista tecnico più ponti ci sono e più il meccanismo è di pregio, fino ad arrivare a movimenti in cui ogni componente è sorretto da un suo ponte. Nell’immagine riportata che potete confrontare con un orologio della mia collezione di cui mostro la foto (si tratta di un modello più vecchio di qualche anno e prodotto per il mercato americano, foto 3), si possono vedere i settori così come ne ho proposto la divisione, ad ogni settore corrisponde uno o più ponti. I nomi meno usuali sono (nel settore MOTORE):
Foto 6
Bariletto: il recipiente in cui è rinchiusa la molla di carica, collegato alla TRASMISSIONE del movimento tramite una ruota dentata o una corda (negli orologi più antichi) o una catena (negli orologi inglesi).
Nel settore REGOLATORE abbiamo alcuni termini strani:
Pitone: il perno di varie forme e misure su cui è fissata (con una spina) la molla a spirale del bilanciere
Spirale: molla che con la sua forza fa oscillare la ruota del bilanciere e quindi determina il tempo di oscillazione (se troppo lunga l’orologio ritarderà vistosamente, se troppo corta l’orologio andrà troppo velocemente). La molla a spirale è fissata al perno del bilanciere tramite una viròla (foto 4).
Viròla: anellino di ottone (di solito aperto) che si trova al centro della molla a spirale e che si infila a pressione sull’asse del bilanciere.

Foto 7
Racchetta (con le sue spinette): è la linguetta di metallo che permette una regolazione fine della tenuta dell’orario, grazie alle due spinette che agiscono direttamente sulla molla a spirale.
La parte anteriore della platina di solito è coperta dal quadrante (foto 05), l’immagine mostra il settore della RIMESSA dell’ora, oltre alle ruote su cui vengono fissate le lancette. In questa macchina è presente un tiretto.
Tiretto: levetta dell’orologio che si aziona tirando in fuori il pulsante di carica e che mette in funzione il meccanismo di messa all’ora.
Sull’albero di centro c’è quasi sempre un rocchetto calzante su cui viene infilata la ruota delle ore.
Rocchetto calzante: trasmette il lavoro fatto dal movimento alle ruote delle ore e dei minuti, spesso è lui responsabile della “frizione” che, quando non è ben regolata, fa slittare le lancette delle ore e dei minuti, anche se la lancetta dei secondi, che dipende da un’altra ruota, gira in modo corretto.
Per ora permettetemi di interrompere qui questo mini dizionario di termini tecnici legati all’orologeria. Solo altre due cose per non lasciare con la curiosità chi mi segue.

Foto 8, 9, 10

Prosphora: uno stampo di solito in legno, ma anche in metallo, usato dai Cristiani Ortodossi per imprimere la filigrana alle ostie da comunione. Quasi sempre le prosphore ortodosse contengono la scritta NIKE o HIKA e ICXC (a ricordare che l’ostia è il corpo di Cristo vincitore) (foto 6 - 7).
Palamarka: è una specie di guanto di legno (caratteristico della Bulgaria) indossato dalle ragazze in campagna quando raccolgono le spighe in covoni. In pratica sono robuste prolunghe per le dita. (foto 8 - 9 - 10). Se con queste informazioni non riuscirete a stupire gli amici consolatevi pensando alla soddisfazione di rispondere: “SI!” nella rubrica “Lo sapevate?” della Settimana Enigmistica.

Didascalie:
Foto  1: la cassa di un Omega da tasca, con i nomi delle sue parti
Foto  2: disegno della platina posteriore con i nomi dei componenti
Foto  3: un orologio Omega da tasca calibro 18S, anteriore d'una ventina d'anni rispetto ai disegni
Foto  4: la molla a spirale con la virola d'ancoraggio
Foto  5: la parte anteriore della platina che solitamente è coperta dal quadrante
Foto  6: alcune mie prosphore
Foto  7: le incisioni grazie alle quali rimane la filigrana sulle ostie
Foto  8: una Palamarka vista dal lato da cui si indossa
Foto  9: la Palamarka con i buchi dei tarli e la siglia della proprietaria in evidenza
Foto 10: la Palamarka vista da sotto con i segni prodotti dalle spighe


Foto 1, 2, 5 da "L'0rologiaio Riparatore" (Hoepli 1948). Tutte le altre sono dell'autore



Albert Einstein 2a parte

Di Marino Mariani


Il piccolo Einstein, precocemente avviato allo studio della fisica, della matematica e della geometria fu precoce anche nella lettura filosofica di Hume, Kant e Mach. Non appena acquisì la cognizione dell’irrealtà biblica, ripudiò la religione ebraica come fede, ma rafforzò la sua appartenenza al giudaismo come popolo e razza. Contemporaneamente sentì una imperiosa avversione al principio di autorità, ed al militarismo non solo nelle istituzioni puramente militari, ma specialmente nell’insegnamento”forzato” delle nozioni. Trovò immediato sollievo nell’insegnamento svizzero temperato dall’umanitarismo dell’educatore Heinrich Pestalozzi, ed imparò a respirare il senso di libertà nella dolce Italia di quei tempi. (Biografia scritta nell’anno 2008 per la rivista Suono)


Albert Einstein al tempo del liceo di Aarau

La continua, intensa e protratta lettura di testi scientifici di prim’ordine, lo studio approfondito di problemi reali ed immaginari, il contatto con filosofi di non facile comprensione, quali Kant nella Critica della Ragion Pura aprirono tutto ad un tratto gli occhi del ragazzino riccioluto di 12 anni, alle soglie del Bar Mitzvah, una sorta di confermazione giudaica che saluta, a 13 anni, il passaggio dall’infanzia alla giovinezza. Tale confermazione non ci fu, perché Einstein si trovò di fronte ad un’improvvisa, nuova, inaspettata realtà: gli episodi biblici non potevano corrispondere alla realtà, quindi erano falsi, e ciò bastò a spegnere, d’un sol colpo, la fiamma religiosa che l’aveva infervorato, in stridente contrasto col comportamento agnostico ed indifferente della sua famiglia e del parentado. Persa la “fede nella fede”, per tutto il resto della vita Einstein si astenne dal partecipare a qualsiasi cerimonia rituale, ma non abbandonò la visione di un’essenza divina che si manifestava nell’armonia del creato, nella musica di Mozart, un’armonia che egli tentò fino all’ultimo istante di sua vita di racchiudere nelle sue equazioni.
Contemporaneamente Einstein sviluppò una vera e propria allergia nei confronti dell’autorità e dell’autoritarismo. E del militarismo. Quando passava una formazione militare preceduta dalla fanfara, tutti i ragazzini accorrevano, salutavano, marciavano al passo, erano estasiati mentre Einstein era angosciato. Disse ai genitori: “Quando sarò grande, non vorrò far parte di quel popolo sciagurato”, ed anche “Quando vedo gente che marcia al passo accompagnata dalla musica, penso che abbia avuto in dono un cervello per sbaglio”. Anche quella Monaco di Baviera così geograficamente distante dalla Prussia, non era esente da manifestazioni d’autoritarismo, ed Einstein sentiva repulsione per i metodi d’apprendimento basati sull’ossessiva ripetizione degli stessi vocaboli, delle stesse frasi, come le reclute addestrate dai sergenti, ed i maestri di scuola elementare erano anch’essi come sergenti, quelli del ginnasio come tenenti.. Era ossessionato dalla parola “Zwang”, che in tedesco significa obbligo, costrizione, coercizione, cancellazione di ogni vasto orizzonte. Egli si sentiva mobilitato contro lo “Zwang”, e scioperava contro di esso, adottando un atteggiamento che lo inimicava all’occhio degli insegnanti. Uno di loro proclamò che la sua insolenza lo rendeva inviso e sgradito in quella classe. Einstein si difendeva, sostenendo di non aver mai offeso nessuno. Al che il professore rispondeva: “Sì. è vero, ma il solo fatto che lei sieda in ultima fila e rida, la sua semplice presenza, insomma, distrugge tutto il rispetto che la classe deve al suo insegnante”. Lo sconforto spingeva Einstein alla depressione, persino al collasso nervoso, proprio nel momento in cui gli affari di famiglia subivano un rovescio.

Con la sorella Maja a Milano




Un asilo in Italia
Durante la maggior parte del periodo scolastico del giovane Albert, la società dei fratelli Einstein procedeva con successo. Nel 1885 la ditta contava duecento dipendenti ed installò la prima illuminazione elettrica per la Oktoberfest di Monaco. Negli anni immediatamente successivi essi vinsero l’appalto per l’elettrificazione del comune di Schwabingen, che contava dieci mila abitanti nel suburbio di Monaco, utilizzando motori a gas per muovere le dinamo gemelle progettate dagli Einstein stessi. Jakob Einstein ebbe sei brevetti per miglioramenti nelle lampade ad arco voltaico, interruttori automatici e contatori elettrici. La società rivaleggiava con la Siemens ed altre fiorenti compagnie. Per raccogliere il capitale i due fratelli ipotecarono le loro case e presero a prestito 60.000 marchi al tasso del 10%, indebitandosi pesantemente. Ma nel 1894, quando Albert compiva 15 anni, la società andò in bancarotta dopo aver perso la gara per l’illuminazione del centro città e di altri siti. I genitori, la sorella e zio Jakob l’ingegnere si spostarono nel Nord Italia, prima a Milano e poi a Pavia, ove i soci italiani della compagnia stimavano vi fossero maggiori opportunità per una ditta di piccole dimensioni. Nei “Gesammelte Schriften”, mi sembra proprio nel volume 1, si cita che i fratelli Einstein fondarono a Pavia la società “Einstein-Garrone” per la costruzione di apparecchiature elettriche, e si vede un piccolo schizzo della fabbrica stessa. Scrivendo in varie riviste, ho lanciato un appello ai lettori di quella zona affinché, se potevano, mi inviassero qualche reminiscenza di quelle vestigia italiane della famiglia Einstein, ma non ebbi nessuna risposta. Ma nel 1981, quando acquistai quel volume, non esisteva internet, per lo meno io non ne sapevo niente. Ma scrivendo questo articolo ho cercato su Google il binomio “einstein-garrone” e….apriti cielo. Credevo di essere l’unico a sapere di questa attività italiana degli Einstein, ed invece internet ha partorito un copiosissimo materiale a riguardo. Non solo è saltata fuori una vera fotografia della fabbrica, ma anche il frontespizio del loro catalogo (producevano essenzialmente dinamo). Ma c’è di più: nel 2005, per onorare il centenario della formulazione dei principi della Relatività Speciale (1905), l’Unesco ha proclamato il 2005 Anno Mondiale della Fisica, e tra le tante iniziative l’Istituto di Storia della Scienza Max Plank di Berlino, con il patrocinio del Governo Federale Tedesco e con la collaborazione dell’Università di Pavia, dell’Università Ebraica di Gerusalemme e del Deutsches Museum di Monaco, ha organizzato una grande mostra intitolata “Einstein, Ingegnere dell’Universo”. L’esposizione si è tenuta prima a Berlino dal 16/5 al 30/9 2005, e poi in Italia attraverso una mostra “a stella” svoltasi a Pavia, a Firenze, Bologna e Bari. La mostra di Pavia, aperta dall’1/11/2005 al 31/1/2006 negli spazi del Museo della Tecnica Elettrica, tra gran copia di testimonianze e cimeli vari, ha potuto esibire documenti forniti dalla Camera di Commercio su richiesta dell’Università, riguardanti proprio l’attività delle “Officine Tecniche Nazionali in Pavia, ing. Einstein, Garrone e C.”. Lo stabilimento della società tra Hermann Einstein, Jakob Einstein e il referente italiano Lorenzo Garrone, sorgeva nelle vicinanze della confluenza tra il Naviglio col Ticino.

Lo stabilimento Einstein-Garrone a Pavia


Ma torniamo ad Albert:, lasciato a Monaco presso parenti alla lontana: non è chiaro se in quel triste autunno del 1894 fosse stato espulso dal Luitpold Gymnasium, o fosse stato cortesemente inviato ad allontanarsi. Nel diario di un altro parente si può leggere: “Albert era sempre più deciso a non rimanere a Monaco, ed elaborò un piano”. Il quale piano consisteva nell’ottenere dal medico di famiglia, che altri non era che il fratello maggiore di Max Talmud (che abbiamo visto nella puntata precedente) un certificato attestante il suo esaurimento nervoso. Albert utilizzò questo certificato per giustificare l’abbandono della scuola in concomitanza con le vacanze di Natale. Prese un treno che attraverso le Alpi giungeva in Italia, ed informò gli allarmati parenti che non sarebbe più tornato in Germania. In cambio promise che avrebbe studiato per conto suo, allo scopo di potersi iscrivere, l’anno successivo, ad un istituto tecnico di Zurigo. Inoltre Albert non voleva compiere i 17 anni in Germania, per non essere arruolato nel servizio militare. E pregò suo padre di aiutarlo a rinunciare alla cittadinanza tedesca.
Albert passò la primavera e l’estate a casa dei genitori a Pavia, aiutando nell’azienda di famiglia. Potè così acquisire dimestichezza con la lavorazione dei magneti, delle bobine e dei generatori di elettricità, favorevolmente impressionando la famiglia. In una certa occasione, zio Jakob ebbe problemi con un nuovo macchinario, ed Albert venne in suo soccorso. Lo zio raccontò che, dopo essersi rotto la testa per giorni e giorni assieme all’ingegnere suo assistente tecnico, arrivò suo nipote che risolse il problema in meno di un quarto d’ora: “Sentirete parlare di lui!”. Sempre in cerca di sublime, montana solitudine, Albert Einstein girovagò per le Alpi e gli Appennini, e compì a piedi una lunga escursione da Pavia a Genova per visitare lo zio materno Julius Koch. Ovunque viaggiasse nel Nord Italia, rimaneva incantato dalla tutt’altro che germanica grazia e “delicatezza”della popolazione. La “naturalezza” di quella gente era l’esatto contrario degli “automi spiritualmente inetti e dalla meccanica obbedienza dei tedeschi”, così ricordava la sorella Maja.

Heinrich Pestalozzi e la moglie Anna Schultess




Il paradiso di Aarau
Ma il destino di Einstein non si sarebbe compiuto in Italia, altrimenti la storia sarebbe stata diversa. Egli aveva promesso di concentrarsi nello studio per tentare l’ammissione al Politecnico di Zurigo. Perciò si comprò i tre volumi del trattato di fisica avanzata del Violle e…sotto a studiare. La solerte sorellina Maja racconta che Albert aveva un enorme potere di concentrazione, ed anche in un ambiente affollato e rumoroso era capace di appartarsi su un divano e sprofondarsi nella soluzione d’un problema, senza lasciarsi distrarre dal resto della compagnia. In questo periodo, a 16 anni, scrisse il suo primo saggio scientifico: “Interrogativi sullo stato dell’etere in un campo magnetico”. Egli si domandava quali fossero le proprietà elastiche di quel supporto immateriale che pervade anche il vuoto e che consentiva la propagazione nello spazio delle onde elettromagnetiche come la luce e le cosiddette onde Hertziane. Contemporaneamente, in Italia, un altro giovanetto, di soli quattr’anni maggiore di Albert, sperimentando con altro pragmatismo sulle onde Hertziane, realizzava la Radio. Trattasi di Guglielmo Marconi, che vinse il premio Nobel nel 1909 con dodici anni di vantaggio sullo stesso Einstein. Einstein, dunque, tentò l’ammissione al Politecnico di Zurigo, ma la sua domanda fu inizialmente respinta perché egli era di due anni troppo giovane. Poi, sotto la pressione di fervide raccomandazioni da parte di un amico di famiglia che descrisse il giovane come un vero e proprio genio, la commissione, con un certo scetticismo, accettò di ammetterlo all’esame. Einstein passò brillantemente le prove di fisica e matematica, ma cadde nella sessione generale, che comprendeva la letteratura, il francese, zoologia botanica e…politica. Il preside di fisica, professor Heinrich Weber, suggerì ad Einstein di rimanere a Zurigo e seguire le sue lezioni come “auditore”, ma Albert preferì seguire il consiglio del direttore dell’istituto, quella di preparasi alla “maturità” frequentando per un anno il Liceo cantonale di Aarau. Una cittadina del cantone di Argovia, distante una quarantina di kilometri da Zurigo. E fu una scelta felicissima per Albert. Aarau fu la prima cittadina in cui l’educatore zurighese Johan Heinrich Pestalozzi iniziò il suo apostolato in favore dei bambini diseredati, abbandonati, orfani, difficili…, fondando per loro una sorta di fattoria, che ebbe il nome di “Neuhof”, in cui li raccoglieva, ed assieme alla moglie Anna Schultess, donava loro il calore di una nuova amorevole famiglia. Ma oltre che toglierli dalla strada e nutrirli, Pestalozzi li educava ed istruiva secondo metodi umanitari, insegnando loro a ragionare con la propria testolina e ripettando il loro pensiero. Li incitava ad esercitare la fantasia e l’immaginazione. I bambini, anche quelli difficili, sentivano il fascino, l’incanto e la malia di questo modo di prepararsi all vita, e correvano a lui e gli si stringevano attorno come i pulcini cercano calore e protezione sotto le ali della chioccia. Poiché era alle prime armi, e senza alcuna esperienza di finanza e gestione degli affari, dovette interrompere questa sua prima esperienza, ma la città di Aarau ereditò in pieno lo spirito di Pestalozzi, lo adottò per prima tra le città in cui l’educatore zurighese operò, e lo diffuse, talché, quando Einstein si iscrisse a quella scuola cantonale, una gioia immediata lo sommerse: “Gli allievi venivano curati uno per uno; il massimo accento veniva risposto nel pensiero individuale, invece che nella conformità, e vedevano nell’insegnante non un simbolo dell’autorità, bensì una figura di elevata personalità schierata a fianco degli studenti”. Esattamente l’opposto dell’educazione tedesca che Einstein aveva odiato. “Facendo il confronto con i sei anni passati in un autoritario ginnasio tedesco, ho chiaramente realizzato quanto fosse superiore un’educazione basata sulla libertà d’azione e sulla responsabilità personale, rispetto a quella basata su un’autorità esterna”.

Il liceo cantonale di Aarau
 La comprensione visiva del concetto, sostenuta da Pestalozzi e dai suoi seguaci in Aarau, divenne un aspetto assai significativo del genio di Einstein. “La comprensione visiva è il metodo essenziale e più genuino per insegnare a giudicare le cose correttamente” aveva scritto Pestalozzi, mentre “l’insegnamento dei numeri e dei vocaboli è definitivamente subordinato”. Non desta quindi sorpresa che Einstein, proprio in questa scuola, iniziasse ad impegnarsi negli “esperimenti mentali” caratteristici del suo genio: egli tentò di raffigurare che cosa potesse avvenire cavalcando un raggio di luce. “Ad Aarau feci il mio primo infantile esperimento che avesse attinenza con la Teoria Speciale della relatività. Se una persona potesse correre appresso ad un’onda luminosa con la stessa velocità della luce, si potrebbe avere una combinazione ondulatoria completamente indipendente dal tempo. Una tal cosa sarebbe ovviamente impossibile”. Questo tipo di esperimento mentale visualizzato – Gedankenexperiment – costituì il sigillo, il marchio di fabbrica di Einstein, il quale divenne il massimo fisico sperimentale…..immaginario, senza aver mai frequentato un laboratorio, senza aver mai maneggiato uno strumento di misura!

La famiglia Winteler
Durante il suo studentato ad Aarau, Albert Einstein alloggiò presso la famiglia Winteler, gente meravigliosa, che rimase per tutta la vita in stretto legame con Einstein & Co. Il padre, Jost Winteler, insegnava storia e greco al Liceo, mentre la madre, Rosa, Albert la chiamava Mama e Mamerl, tutte varianti di “mammina”. C’erano poi sette figli, di cui Marie divenne la prima fidanzatina di Einstein. Un’altra sorella, Anna, sposò Michele Angelo Besso, che già presentammo come l’amico più stretto di Einstein. Ed inoltre la nostra amica Maja, l’amata sorella di Albert, sposò Paul, uno dei fratelli Winteler. “Papa” Jost era un liberale che condivideva l’allergia di Albert nei confronti del militarismo tedesco, e di ogni tipo di nazionalismo in generale. Il suo senso intemerato dell’onestà ed il suo idealismo politico servirono a forgiare la filosofia sociale di Einstein. Come il suo mentore, Einstein divenne sostenitore del federalismo mondiale, dell’ internazionalismo, del pacificismo e del socialismo democratico, con un forte accento sulla libertà individuale e sulla libertà d’espressione. E cosa ancor più importante, nel caldo abbraccio della famiglia Winteler Albert divenne più sicuro di sé e sviluppò la propria personallità. Anche seguitando a sentirsi un solitario, i Winteler lo aiutarono a fiorire emotivamente e ad aprirsi ai sentimenti intimi. Ridendo e scherzando Albert Einstein stava diventando un giovanotto che faceva girare la testa alle ragazze. D’altr’onde anche lui girava la testa al passaggio delle ragazze.
Alla fine del 1895 si innamorò di Marie Winteler, che aveva appena conseguito il diploma di maestra ed era pronta a prendere servizio in un qualsiasi villaggio nelle vicinanze, ed aveva 18 anni conro i 16 anni di Albert. Entrambe le famiglie furono elettrizzate dal nascere di questo idillio. A capodanno i due giovani inviarono gli auguri alla madre di lui, che rispose con calore: “Cara Marie, la vostra letterina mi ha arrecato una gioia immensa”. Ad aprile Albert era dai suoi a Pavia, per le vacanze primaverili, e le scrisse quella che è conosciuta come la sua prima lettera d’amore:

Amato cuoricino!
Grazie, grazie ancora, cuoricino mio, per la tua incantevole letterina, che mi ha reso infinitamente felice. È stato meraviglioso premere sul cuore questo foglietto che i tuoi occhietti hanno guardato amorevolmente e le tue manine hanno carezzato passandovi sopra avanti e dietro. Mio piccolo angelo, adesso realizzo il significato della nostalgia e le pene della lontanaza. Ma l’amore porta tanta felicità, più di tutte le pene che porta la lontananza...
Anche se non ti conosce, mia madre già ti ha preso nel suo cuore; io le ho fatto leggere solo un paio delle tue incantevoli letterine. E lei mi sorride vedendo che non sono più interessato alle ragazze che, pensava, tanto mi avessero attratto in passato. Per la mia anima tu significhi più di tutto quanto il mondo prima che t’incontrassi.

E, senza aver letto la lettera, anche la madre di Albert aggiunse i suoi auguri. Può darsi che in uno dei primi cinque volumi dei “Gesammelte Schriften” che ho nella mia biblioteca di Zurigo ci sia questa lettera ed altre ancora, e forse anche le incantevoli letterine di Marie Winteler. Ma poiché in questo momento sto a Roma, ho dovuto tradurre dalla traduzione inglese di Walter Isaacson.

I compagni di liceo ad Aarau: Einstein è il primo a sinistra, in prima fila
Benché fosse estremamente contento della scuola di Aarau, Albert si rivelò come uno studente discontinuo. Il suo verbale d’ammissione notava che aveva bisogno di un lavoro supplementare in chimica, e che presentava gravi lacune in francese, ed a metà dell’anno scolastico il rapporto notava come avesse ancora bisogno di lezioni private in chimica e in francese, e sottolineava la permanenza di grave preoccupazione per il francese. Quando Jost Winteler inviò a suo padre questo rapporto, costui si mostrò ottimista, e scrisse “Anche se non tutte le materie soddisfano i miei desideri e le mie aspettative, Albert ci ha abituato a conseguire votazioni mediocri accanto a risultati estremamente brillanti, e perciò non mi dispero per il risultato finale”.
La musica seguitava ad appassionarlo. C’erano nove violinisti nella sua classe, ed il loro maestro notava come soffrissero di una certa durezza nella tecnica dell’archetto. Ma Einstein si ebbe un elogio: “Uno studente di nome Einstein è stato addirittura scintillante nell’esecuzione dell’adagio di una sonata di Beethoven, mettendo in luce una profonda conoscenza”. In un concerto nella chiesa locale, Einstein fu designato a suonare la parte di primo violino in un pezzo di Bach. Il secondo violino espresse la sua reverenziale ammirazione per la sua “perfetta intonazione e il suo eccezionale senso del ritmo” e gli domandò “Ma tu conti il tempo?” ed Einstein rispose “Per carità, no davvero! Ce l’ho nel sangue”. Il suo compagno di classe Byland ricordava Einstein che suonava Mozart in modo così appassionato che gli parve di ascoltare per la prima volta il vero Mozart. Ed ascoltandolo, realizzò che il suo atteggiamento saccente e sarcastico era come una muraglia protettiva della sua dolce interiorità.
Il disprezzo di Einstein per le autoritarie scuole tedesche e la loro atmosfera militaristica gli fece nascere il desiderio di ripudiare la cittadinanza di quel paese. In ciò rafforzato da Jost Winteler, che disdegnava ogni forma di nazionalismo, ed instillò in Einstein il credo che ogni persona dovesse considerarsi cittadino del mondo. Dunque chiese a suo padre di aiutarlo a perdere la cittadinanza tedesca. La risoluzione avvenne a gennaio del 1896, ed in quel momento egli divenne un apolide. Nello stesso anno divenne persona senza alcuna affiliazione religiosa. Nella richiesta di rinuncia alla cittadinanza tedesca, presumibilmente su richiesta del figlio, il padre aveva scritto “nessuna appartenenza religiosa”. Albert Einstein, quando qualche anno dopo fece domanda di residenza nella città di Zurigo, ed in altre occasioni, per vent’anni mantenne la sua dichiarazione di agnosticismo. Più tardi, quando a partire dal 1920 si trovò esposto a violenti attacchi antisemiti, Einstein comiciò a recuperare la sua identità giudaica: “Non c’è niente in me che possa identificarsi come ‘fede ebraica’. Ma sono comunque felice di essere membro del popolo ebreo”. E poi espresse la sua posizione in termini più coloriti: “L’ebreo che abbandona la sua fede è come una lumaca che perde il suo guscio. Rimane sempre una lumaca”. Pertanto la sua rinuncia al giudaismo del 1896 va dunque riguardata non come una rottura netta e definitiva, bensì come una fase del processo evolutivo che durò per tutta la vita, quello del suo sentimento nei confronti della propria identità culturale: “A quel tempo non potevo neppure realizzare che cosa significasse abbandonare il giudaismo” scrisse ad un amico prima di morire, “Ma rimasi sempre pienamente cosciente della mia origne ebraica, anche se il significato dell’appartenenza all’ebraismo mi si chiarì soltanto in seguito”.

Diploma di maturità di Einstein


Ma torniamo alle vicende scolastiche: Albert Einstein terminò l’anno in maniera assolutamente sorprendente, per chiunque non fosse il genio del secolo (o del millennio, o di tutti i tempi), rimontando fino al secondo gradino del podio (peccato che non si sappia chi fu il più bravo della classe). In Svizzera i voti scolastici vanno da 1 a 6, essendo 6 il massimo (come il nostro 10), ed Albert prese 5 o 6 in tutte le materie scientifiche e in matematica, come pure in storia ed in italiano (!). Il voto peggiore fu un 3 in francese. Ho sottolineato la votazione ottenuta da Einstein in italiano, perché essa non fa altro che alimentare ulteriormente una mia curiosità, nata sin dalla mia prima lettura di una biografia di Einstein: costui sapeva o non sapeva l’italiano? Non mi sono mai potuto imbattere in un documento che affermasse sì o no, ma rimane il fatto che la sua famiglia risiedesse stabilmente in Italia e si fosse radicata in un settore d’industria che richiedeva rapporti non solo con clientela e maestranze, ma anche con le autorità statali e comunali, con le camere di commercio e con ogni tipo di autorità che presiedesse ad ogni tipo di attuazione di importanti lavori pubblici. Da parte sua il piccolo Einstein non solo “risiedeva” in Italia, ma compiva viaggi ed escursioni, anche solitarie, e non risulta che fosse accompaniato da interprete alcuno. Come vedremo in seguito, dava appuntamenti a Milano alla sua futura moglie Mileva Maric. Esaminando il materiale reperibile su internet riguardante la mostra del 2005 dedicata ad “Einstein, ingegnere dell’universo”, c’è un accenno alla stima, al rispetto e all’ammirazione che Albert Einstein nutriva nei confronti degli italiani, ognuno dei quali gli pareva colto, saggio ed assennato, ma la redattrice dell’articolo concludeva che questi giudizi erano certamente esagerati “visto che Einstein non capiva una parola d’italiano”, giudizio comunque retrospettivo. Di contro, nell’epistolario tra Einstein e Michele Angelo Besso, il curatore fa notare che delle 219 lettere complessive scambiate tra i due, la totalità era in tedesco (benché la lingua madre di Besso fosse l’italiano), tranne tre lettere scritte da Besso in francese ed una in italiano, la n. 148 del 4 dicembre 1946. A proposito di questa lettera il curatore scrive in una nota: “Non si capisce perché B. abbia scritto questa lettera nella sua lingua materna. È del resto la prima volta che lo fa. Facciamo notare che E. capiva l’italiano”. Quest’ultima affermazione sembra fugare ogni dubbio. Ma i dubbi rimangono, perché Einstein fu storicamente negato alle lingue straniere, e si potrebbe anche congetturare che abbia sposato in seconde nozze sua cugina Elsa per le sue virtù di poliglotta, brillante conversatrice in inglese e francese, senza le quali virtù Einstein non avrebbe neanche potuto stabilire gli intensi legami fraterni con Charlie Chaplin. Gli ottimi risultati conseguiti al Liceo Cantonale di Aarau abilitarono Einstein a sostenere esami scritti ed orali, preliminari alla sua iscrizione al Politecnico di Zurigo. In tedesco se la sbrigò con una superficiale relazione su un dramma di Goethe, conseguendo comunque 5. In matematica fece un errore di distrazione, chiamando “immaginario” un numero che voleva essere semplicemente “irrazionale”, ma prese egualmente il massimo. In fisica, per il cui compito erano concesse 2 ore, arrivò tardi e se ne andò dopo un’ora e un quarto, prendendo un’altro 6. In definitiva totalizzò una media di 5,5, la migliore tra tutti e nove gli studenti partecipanti. Come al solito il risultato peggiore l’ebbe in francese dove, pur scrivendo in maniera penosa, espresse chiaramente “Mes projets d’avenir”, cioè “i miei progetti per l’avvenire”, scritto che tutti i biografi ritengono illuminante e lo riportano integralmente, mentre io penso che oramai i nostri lettori già sappiano abbastanza sulle tendenze giovanili di Einstein.
Nell’estate del 1896 l’impresa elettrotecnica dei fratelli Einstein fallì, non avendo provveduto ad assicurarsi tutta l’acqua necessaria ad alimentare il loro progetto idroelettrico per la città di Pavia. La società fu sciolta in termini amichevoli, ma mentre zio Jakob preferì trovare un impiego in una grossa società, Hermann, per il suo ottimismo ed il suo orgoglio, che superavano i limiti della prudenza, si impuntò a fondare una nuova impresa per la costruzione di dinamo, a Milano invece che a Pavia. Albert era così scettico sulle paterne prospettive al punto di rivolgersi al parentado, sconsigliando l’ulteriore finanziamento del suo impulsivo genitore. Ma quelli seguitarono ad aiutare Hermann Einstein, il quale sperava che prima o poi suo figlio venisse ad unirsi a lui con una bella laurea in ingegneria. Ma Albert era assolutamente renitente all’idea di impegnarsi in una professione che gli avrebbe considerevolmente limitato la libertà di pensiero e di quel sollievo che trovava nella musica. E così, nella prossima puntata, troveremo Albert Einstein iscritto al Politecnico di Zurigo a caccia di un diploma in Fisica.

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