lunedì 7 febbraio 2011

La "vera" Campanella di Paganini

Di Marino Mariani

Niccolò paganini

Tutti, o perlomeno i nostri lettori, conoscono “La Campanella” di Paganini-Liszt, il più delle volte attribuita al solo Liszt, talora definita come “Studio da concerto n. 3”. In origine, e cioè prima delle sue numerose trascrizioni, era il terzo movimento del concerto n. 2 di Niccolò Paganini per violino e orchestra. Le trascrizioni che dicevo riguardavano non solo la trasposizione dalle 4 dita che vengono utlllizzate per suonare il viiolino alla dieci dita del pianista, e tra queste la più nota è quella di Franz Liszt (che, d’altr’onde, si definiva “il Paganini del pianoforte”), ma c’è anche quella di Ferruccio Busoni, e chi sa quante altre meno note. Altre trasposizioni riguardano l’adattamento pianistico dell’accompagnamento orchestrale. Infatti il brano, a seconda delle circostanze, non viene sempre eseguito con l’orchestra, bensì accompagnato dal pianoforte o da qualche altro strumento. Pur essendo nato a Genova nel 1782, e non nel medio evo, molti pensavano con assoluta serietà che avesse stipulato un patto col diavolo, cosa probabilmente vera: in effetti, fin dalla prima giovinezza, fu tormentato da tutti i mali possibili e immaginabili. Si dice che avesse una mano più grande dell’altra, un braccio più lungo dell’altro, una spalla più bassa dell’altra, e che quando suonava appoggiava i gomiti uno sull’altro. L’insieme di tutte queste anomalie gli conferiva un aspetto contorto, inestricabile, che gli consentiva di suonare in maniera quanto meno….inimitabile. Ed in effetti alcuni suoi studi denominati “Le Streghe” sono veramente ineseguibili. Ma se queste disgrazie, in un certo senso, possono essere considerate costruttive, quelle successive intaccavano profondamente la sua salute, e risultavano veramente distruttive. Basti pensare che, per effetto di un ascesso incurabile, perse tutta la dentatura inferiore, e dovette portare una fascia strettamente legata in modo che la mascella non gli cadesse giu e penzolasse per conto proprio. E questo mi sembra il momento giusto per rivelare che Paganini ebbe uno straordinario successo con le donne, e che lui non se ne fece sfuggire neanche una. Non si sposò, ma ebbe un figlio, Achille, che amò teneramente, e tanto brigò con i principi e i granduchi delle corti presso cui andava a suonare, che alla fine gli fu riconosciuto come figlio leggittimo. Achille Paganini raccolse l’eredità del padre (morto nel 1840), ed ebbe il compito immane di raccogliere le opere del padre, il quale teneva tutto segreto in modo che nessuno potesse rubargliele o imitarlo. Nei suoi concerti orchestrali passava i gli spartiti al maestro direttore d’orchestra all’ultimo momento, pretendendo che fossero ingaggiati professori d’orchestra capaci di leggere la musica all’istante. Negli anni 70 dello corso secolo 1900 lo stato italiano s’impegnò ad acquistare tutte le opere di Paganini che si riuscisse a reperire, sparse un po’ dovunque presso biblioteche, botteghe d’antiquario e collezioni private. In una corte che l’ospitava fu proclamato il miglior violinista del mondo, e poco dopo anche Gioachino Rossini, in Francia, ebbe un’ancor più pomposa incoronazione, quella del più granfe musicista del mondo. Ho citato volutamente Rossini, contemporaneo di Paganini (nacque dieci anni dopo) perché la musica di Paganini è, in un certo senso, vagamente rossiniana, e probabilmente entrambi questi geni impersonavano il suono (qualcun altro non avrebbe esitato a dire il sound) Italiano di quel periodo. Però devo dirvi la vera causa di questa citazione: non avendo sempre a disposizione un’orchestra, il violino solista si fa accompagnare, in genere, dal pianoforte. Ebbene, l’esecuzione che ho trovato, e che mi ha spinto a pubblicarla, è quella del maestro Salvatore Accardo, accompagnato da una ragazza che suona uno strano pianoforte, apparentemente uguale a qualsiasi altro, ma con un tasto in più, fuori ordinanza, che, quando viene premuto, produce certi colpetti come colui che bussa ad una porta. Questi colpetti, ben ritmati, sostituiscono gli squilli di campanello che vengono eseguiti dall’orchestra, quando l’organico è al gran completo. Questi colpetti possono essere stati introdotti da Paganini stesso quando si avvaleva di un accompagnamento pianistico (naturalmente col cembalo), oppure sono stati introdotti, in epoca successiva, da qualcun altro. Fatto si è che questi colpetti sono praticamente identici a quelli che gli orchestrali ottengono battendo l’archetto sul leggio nella ouverture de “Il signor Bruschino” di, indovinate chi…Rossini!


Salvatore Accardo con "Il Cannone" di Paganini

Questa Campanella viene eseguita con lo stesso violino con cui chissà quante volte l’ha eseguita Paganini stesso: un Bartolomeo Guarnieri detto “Il Cannone”. Chiunque può rendersi conto che la Campanella originale è ben diversa, ed infinitamente più difficile, di quella pianistica. Un rondò è una composizione in cui il primo tema viene ripetuto più volte (in genere tre volte), intervallato da concertati, variazioni o sviluppi, cosa che non avviene integralmente nella versione pianistica. Liszt non ha tentato minimamente di riprodurre sulla tastiera il pizzicato, il glissato e gli “uccellini” con cui il brano si chiude. Dopo l’esecuzione di Salvatore Accardo, ho aggiunto una ouverture del Signor Bruschino, per concludere una serata festosa.


(Foto Google di pubblico dominio. Click per ingrandire)



sabato 5 febbraio 2011

Il Duce e Biancaneve

Di Marino Mariani

Walt Disney e Shirley Temple
Il film Biancaneve e i sette nani fu il primo lungometraggio realizzato con la tecnica dei cartoni animati, quella che veniva comunemente impiegata nei filmetti di ca. 8 - 9 minuti che, nelle sale cimetografiche, venivano proiettati come intermezzo nel programma che comprendeva un film principale, un film secondario facoltativo, un cinegiornale e, appunto, questi brevi cartoni animati. Ma poi, in America, si ventilò la proposta di rendere obbligatoria la proiezione di un secondo film, ed allora si cominciò a temere che la proiezione dei cartoni animati venisse a cessare. E venissero a cessare gli introiti delle case cinematografiche specializzate nella produzione dei cortometraggi animati, dedicate essenzialmente, ad un pubblico infantile. Tra le case minacciate da questo provvedimento in prima fila si trovava quella di Walt Disney, che si era specializzata nelle cosiddette “Silly Symphonies”, cioè le “Sinfonie Allegre”, che si avvalevano di personaggi che si erano conquistati il favore del pubblico dei più piccini: Topolino e la sua fidanzatina Minnie, Pippo, il cane Pluto, Paperino, i Tre Porcellini…..Wallt Disney pensava di salvarsi se, utilizzando quelle tecniche in cui eccelleva (disegni animati, colori ed accomapagnamento musicale sincronizzato), avesse potuto realizzare un intero film della durata abituale di un’ora e dieci, venti, trenta minuti….Il progetto fu giudicato irrealizzabile, ed i suoi familiari lo pregarono insistentemente di desistere. E dello stesso parere erano anche alcuni dei suoi più stretti collaboratori. L’ostinazione con cui Walt Disney rimase fedele al suo progetto fu denominata ufficialmente “La follia di Disney”. La realizzazione di Biancaneve meriterebbe una trattazione a parte, e qui basterà dire che durò più di tre anni, impiegò diverse centinaia di specialisti, implicò l’invenzione e l’impiego di nuove tecniche e bruciò somme di denaro dieci, cento volte maggiori del preventivato. E così Walt Disney si trovò ad invocare disperatamente nuovi prestiti dalle banche, un'impresa quasi disperata. Comunque tagliò, incollò, spolverò e lucidò i metri di pellicola girata, e si recò in banca con tutta l’apparecchiatura necessaria alla proiezione. Il direttore l’accolse senza fare nessun commento, stette in profondo silenzio per tutta la durata della proiezione, rimase in silenzio anche dopo la proiezione, non espresse nessun segno di approvazione, accompagnò Walt Disney all’uscita e così lo salutò: “Penso che il vostro film farà un sacco di quattrini. Avrete tutto il denaro che vi servirà”. Alla fine Bincaneve venne a costare un milione e settecentomila dollari, una cifra incalcolabile per quei tempi. La sua prima proiezione avvenne il 21 dicembre 1937, nella sala del Carthay Circle Theatre di Los Angeles. Il pubblico non era formato dai più piccini, bensì da critici e giornalisti professionisti, da gente di teatro e di cinema, da affaristi potenziali finanziatori, nonché da tutti coloro che erano rimasti scettici fino all’ultimo. Ed all’ultimo tutti si alzarono in piedi ad applaudire freneticamente.

Leni Riefenstahl 





Lo scontro con Olympia
L’anno successivo (1938) Biancaneve e i sette nani fu presentato alla mostra cinematografica di Venezia, e per ottenere un posto sul podio dei vincitori, si dové scontrare con il colosso tedesco Olympia, che costituiva anch’esso una novità assoluta. Era, infatti, il primo film girato su un’Oimpiade, e le Olimpiadi di questo film erano nientemeno che le Olimpiadi di Berlino del 1936, la manifestazione sportiva più grandiosa ed imponente che mai fosse stata organizzata fino allora, e che anche per il futuro seguita a restare come un modello irripetibile. Furono anche le prime Oimpiadi trasmesse su teleschermi piazzati in vari punti della città, prima ancora che la televisione fosse stata (ufficialmente) inventata (!).In definitiva, come Biancaneve era un grande cartone animato, così Olympia era un grande (anzi: grandissimo) documentario, non un convenzionale film a soggetto. A girarlo fu la più grande donna della cinematografia mondiale: Leni (Elena) Riefenstahl: audace, innovativa, intelligente, conturbante e….michelangiolesca nell’esaltazione della figura umana. Ogni suo fotogramma, ogni sua inquadratura è un’opera di Fidia, di Mirone, di Policleto. Nella massa degli atleti partecipanti ella volle individuare i protagonisti, li vuole isolare nel momento della lotta e della vittoria. Ma li riprende poi nelle pause di intimità e li raffigura come veri esseri umani. Come nella gara del salto in lungo, ove il bianco ariano hitleriano Luz Long si misura col negretto figlio di schiavi Jesse Owens: ad ogni salto Long migliora la misura precedente, e così fa Owens. Finché, all’ultimo salto, prevale il negro. Ma i due non sono rivali: per non so quale alchemia del destino, tra loro scoccò la scintilla della fraternità a prima vista. Owens era impegnato in quattro finali, e Long lo salvò avvertendolo che stava per cominciare l’eliminatoria dei 200 metri, e se non si sbrigava, sarebbe stato squalificato….Quando Owens tornò in patria fu trattato da schiavo figlio di schiavi: l’infame Avery Brundage, capo del settore dell’atletica (ma poi per decenni fu presidente del comitato olimpico internazionale), l’accusò di professionismo e gli fece togliere tutti gli onori conquistati a Berlino. Perché? La federazione di atletica si trovava a riscontrare un deficit di 20 o 30,000 dollari, e Brundage pensò bene di ripianarlo portando gli atleti che avevano disputato le Olimpiadi di Berlino in tournée per tutta l’Europa.

Jesse Owens
Owens invece voleva tornare a casa e rifiutò, da qui il decreto di proscrizione. Owens non poteva più gareggiare, e si arrabbattò facendo il fenomeno da baraccone, correndo contro cavalli, contro ciclisti, ed anche contro il suo amico Joe Louis, campione mondiale dei pesi massimi: Owens comandava agevolmente la gara, ma arrivato a pochi metri dal traguardo…..cadde! Comunque Owens era bello, simpatico, elegantissimo, e non stupitevi se io lo definisco addirittura leggiadro. Per queste sue caratteristiche ebbe diversi incarichi onorifici, tra l’altro quello di accompagnatore della squadra di pallacanestro, formata tutta da funambolici negri, degli Harlem Globe Trotters, che visitava regolarmente anche Roma, ed io la vidi. La squadra faceva tappa anche a Berlino, ed Owens, una volta, vide spuntare dalla folla anche il suo vecchio amico Luz Long. Vecchio? Ma dopo tutti i decenni passati, costui era ancora un giovanotto..! Ed il giovanotto parlò: “Papà è morto in Russia, ma mi aveva detto che il suo più grande amico era Jesse Owens”.
Nonostante i timori iniziali, di essere travolti dai negri americani, la Germania stravinse quei giochi, lasciando gli Usa al secondo posto, e l’Italia al terzo. Accanto alle preventivate vittorie degli schermidori, gli italiani, che erano i campioni del mondo in carica, vinsero anche il torneo di calcio. E particolarmente applaudita fu la vittoria di Trebisonda (Ondina) Valla negli 80 m ad ostacoli, che l’obiettivo di Leni Riefenstahl fissò per l’eternità nel suo fiero saluto romano.

Ondina (Trebisonda)) Valla

E per chiudere, chiariamo un’altra leggenda che molti seguitano a raccontare come se fosse un vangelo sinottico. Quella che Hitler, stizzito, si rifiutò di andare a premiare Jesse Owens. In effetti, durante la prima giornata dei giochi, Hitler si era ripetutamente alzato ed era sceso in campo per stringere la mano ai vincitori, ma il comitato olimpico internazionale gli fece subito passare quel vizio ricordandogli che la premiazione dei vincitori era una cerimonia ufficiale rigidamente regolata dal protocollo, e che nessuno era autorizzato a scendere dagli spalti ed entrare in campo. A nessun titolo. Se Hitler non fosse compostamente rimasto al suo posto, il comitato avrebbe sospeso i Giochi. Non era questo il primo rospo che Hitler dovette ingoiare per opera del comitato che, prima dell’inizio dei Giochi, intimò ad Hitler di far sparire dalla città tutti i manifesti antiebraici di cui era costellata. Hitler replicò che, da parte loro, gli USA perseguitavano i negri, ma il comitato respinse il paragone tra gli ebrei bianchi e i negri neri, e come al solito minacciò di sospendere le Olimpiadi, ed Hitler dovè abbozzare. Nelle sue memorie Jesse Owens afferma che, ogni volta che passava a contatto di vista con Hitler, costui gli faceva un benevolo accenno di saluto, che lui ricambiava.

Amedeo Nazzari
Il volere del Duce
Anche l’Italia, ovviamente, ha la sua schiera di film (“pellicole”, si diceva allora) in lizza per la vittoria. A capo del quale subito si profila “Luciano Serra Pilota”, un film eroico, interpretato da Amedeo Nazzari, l’archetipo del novello italiano di fede fascista: alto, bello, riccioluto, atletico, e soprattutto leale, onesto, pronto ad ogni sacrificio. Non solo in questo film, ma in tutta la sua carriera e sotto i diversi regimi, Amedeo Nazzari ha sempre palesato una suprema dignità, mai abbassandosi a ruoli infami ed equivoci: mai ha pronunciato una parola sconcia. La sua massima invettiva cinematografica fu, nella Cena delle Beffe: “E chi non beve con me, peste lo colga!”, e questa frase detta in stretta tonalità sarda divenne l’epicentro di infinite imitazioni e parodie. Il film traeva spunto dalle famose spettacolari imprese aviatorie di Italo Balbo, che al comando di nutriti squadroni di idrovolanti Savoia Marchetti compì le leggendarie trasvolate atlantiche, in formazione compatta, dei “Sorci Verdi” e del “Decennale” (dell’ascesa al potere del fascismo). Uno degli aviatori partecipanti a queste imprese era, appunto, Luciano Serra, che puoi muore in Africa Orientale cercando di recare aiuto al proprio figlio combattente volontario in Abissinia. Ma il Duce puntava su un altro asso: Biancaneve e i sette nani di Walt Disney: come, dove, quando e perché?! La letteratura, su queste decisioni mussoliniane, era ed è particolarmente disinformata, fuorviante e tendenziosa. Tutta la nazione subì le restrizioni imposte dall’autarchia, cioè il ricorso sistematico ed assoluto ai prodotti nazionali e blocco dell’importazione di ogni tipo di bene, giudicato superfluo, dall’estero. La vulgata tende ad interpretare questa misura come un colpo di testa di Mussolini, invece che come una misura necessaria, ma da quando l’Italia conquistò il suo impero africano, il circolo dei paesi colonialisti respinse l’ingresso dell’Italia nella loro cerchia, come se un cafone pretendesse l’iscrizione al Circolo della Caccia o al Circolo degli Scacchi, notoriamente riservati ai gentlemen. E così, mentre Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda…si scambiavano tra loro le materie prime ed i prodotti agricoli prelevati dai loro imperi sconfinati, l’Italia, in assenza di accordi commerciali paritetici, non poteva importare tali prodotti in cambio di biciclette, macchine per scrivere, automobili e motociclette…., ma solo dietro pagamento in oro. Noi bambini vedemmo sparire dai nostri giornalini gli eroi cui eravamo maggiormente affezionati: Gordon, Cino e Franco, l’Uomo Mascherato, Mandrake….Quello che resistette più a lungo fu Topolino, ed allora si disse che piaceva tanto ai figli di Mussolini, come se i figliolini del Duce non avessero già fatto la guerra d’Africa e non avessero conquistato i gradi di sottotenente per valor militare. Per quanto puerile, questa ipotesi, però, era….più che vera!


Cinecittà
La dote della sposa
Dunque, esisteva la base per un matrimonio, tra la famiglia Disney e la famiglia Mussolini, che non poteva essere definito d’interesse, però (e questo è innegabile) di “reciproco interesse” sì, senz’altro. Walt Disney era titolare di un patrimoniio inestimabile: il suo genio, ma era sempre in lotta con gli ebrei ed i sindacati di Hollywood. La dote della sposa era proprio quello che gli serviva: i 40 ettari di modernissimi teatri di posa sulla via Tuscolana a Roma. E di quei 22 teatri di posa, lo Studio 5, con i suoi 3.200 m2 di superficie, era il più grande d’Europa. Questo complesso di assoluta eccellenza mondiale, si chiama Cinecittà, ed è nato da un’idea di Luigi Freddi che, essendo amico di Galeazzo Ciano (genero di Mussolini), riesce a farla pervenire al Duce che l’approva, e nomina Freddi Direttore Generale per la Cinematografia. Il Duce proclama che: “La Cinematografia è l’Arma più Forte”. Il partito e gli italiani tutti sono galvanizzati. La posa della prima pietra avvenne il 28 gennaio 1936 e dopo soli quindici mesi, l’opera venne inaugurata. Era il 28 aprile 1937, e quel giorno compivo 8 anni. Accanto ai fuochi d’artificio dell’esaltazione retorica, il pensiero di Mussolini era febbrilmente rivolto alla trasformazione di quell’imponente edificio in una miniera d’oro che redimesse l’Italia dalla sua storica povertà. È probabile che la parola “coproduzione” venisse coniata in quei tempi. Ed infatti il progetto di Mussolini era quello di portare a Cinecittà una buona percentuale della produzione di Hollywood, tormentata dalla conflittualità sindacale e dall’esosità capitalistica. In quel particolare, troppo breve, periodo storico, l’America e l’Italia erano strettamente unite. La scritta: “Roosevelt and Mussolini must be brothers!” (Roosevelt e Mussolini siano fratelli!) appariva frequentemente sui muri e sui titoli dei giornali, perché i cittadini di quel grande paese sapevano che il “New Deal”, quel complesso di provvedimenti legislativi emanati dal presidente Roosevelt per battere la grande depressione conseguente al crollo di Wall Street del 1929, era copiato di sana pianta dalla costituzione corporativa italiana, rappresentata massimamente dalla fondazione dell’IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale) ed all’istituzione della Previdenza Sociale.

Vitorio Mussolini ad Hollywood, con Shirley
Temple ed il produttore D. F. Zanuck


In questo clima di costruttiva cordiale collaborazione, Mussolini accolse l’invito dei produttori di Hollywood e spedì in America il figlio ventunenne (nel 1937) Vittorio, con cui si iniziarono colloqui sulle coproduzioni. E, puntando tutto sulla popolarità di Biancaneve e i sette nani, provvide affinché a Cinecittà se ne allestisse una versione italiana con i fiocchi e controfiocchi. A tal uopo indusse Lina Pagliughi, il soprano lirico italiano di fama mondiale, nata a New York, a prestare la sua voce alle canzoni cantate da Biancaneve, mentre nei dialoghi la voce di Biancaneve era quella della più esperta tra le doppiatrici cinematografiche italiana: Rosetta Calavetta. Per le canzoni del principe la voce era quella di un altro celebre cantante lirico: il tenore Giovanni Manurita. Va detto che, a quei tempi, il doppiaggio cinematografico era un arte tipicamente italiana. Anzi, si poteva considerare una specialità esclusiva italiana, perché negli altri paesi, in genere, il parlato non veniva toccato e si ricorreva ai sottotitoli, non sempre gradevoli e decorativi. Con questa meticolosa e spettacolare preparazione, la Biancaneve e i sette nani italiana era pronta ad affrontare la giuria internazionale.

Il trionfo
E la giuria internazionale attuò alla lettera il volere di Mussolini, ed emise un verdetto sostanzialmente giusto, attribuendo il Premio Mussolini per il miglior film straniero ad Olympia di Leni Riefenstahl, che fu ben felice di dichiararsi vincitrice del festival di Venezia. L’altro premio Mussolini per il miglior film italiano fu meritatissimamente attribuito a Luciano Serra pilota di Goffredo Alessandrini, e rese felici gli italiani tutti. Ma in definitiva chi vinse l’edizione 1938 della Mostra Cinematografica di Venezia? Il vincitore era colui cui veniva attribuito il Gran Trofeo d’Arte della Biennale (sic), e costui fu Walt Disney col suo lungometraggio d’animazione Biancaneve e i sette nani. Si noti che la pellicola vincitrice era la “versione italiana” di Snow White and the seven dwarfs. Walt Disney era raggiante e profuse una marea di complimenti alle maestranze di Cinecittà e a tutti gli artisti che avevano partecipato al doppiaggio. La vittoria a Venezia fu estremamente significativa: in Inghilterra la distribuzione di Biancaneve era stata proibita perché il film era stato giudicato troppo impressionante per i bambini. Anche in Svezia Biancaneve, mi si dice, e non so con quale motivazione, fu proibita. Sulla spinta del successo raccolto a Venezia, anche Hollywood nel 1939 attribui a Walt Disney un premio Oscar speciale, ad honorem, in forma di una statuetta di formato regolamentare, e di altre sette statuette di formato mignon. Pur essendo un premio onorifico, la cerimonia fu toccante, in quanto gli venne consegnato dalla grande diva del momento: Shirley Temple di anni 11.

Adriana Caselotti


C’è quasi un destino che lega Snow White all’Italia, ed è
la voce della protagonista: avendo provveduto a tutto il resto, Walt Disney concentrò tutti i suoi sforzi per trovare la voce adatta per questo personaggio etereo, ed indisse una selezione cui parteciparono qualche centinaio di ragazze. Persino Deanna Durbin partecipò alle prove…e fu respinta! Ed allora si ricorse ad un celebrato maestro di canto italiano: Guido Caselotti, cantante lui stesso, cantante la moglie soprano in un non identificato Royal Theater, cantanti le figlie Louise ed Adriana. Mentre il padre era al telefono a parlare con un emissario di Walt Disney, Adriana, la figlia minore, gridò: “Ci voglio provare anche io!”. Il padre la zittì e l’allontanò dal telefono, ma Walt Disney scelse proprio lei. E per sacramentare questa scelta, le diede 900 dollari e le fece firmare un contratto che la impegnava, per tutta la vita, a non cantare in nessun’altra manifestazione. E così la ragazza passò l’esistenza a pubblicizzare il film e a firmare autografi. Per completare l’aneddoto, vi dirò che l’altra figlia, Louise, si dedicò anch’essa al canto e all’insegnamento del canto, e sposò l’impresario teatrale Eddie Bagarozy, il quale formò una compagnia di cui faceva parte una giovane e promettente Maria Callas. Nel 1946 e 1947 Louise Caselotti si proclamò “insegnante” della Callas. Alla fine, per mancanza di fondi, la compagnia si sciolse, e la Callas e la Caselotti presero la nave ed emigrarono in Italia. Per chiudere: nel 1938 o 39, Walt Disney e signora vennero a Roma, dove ebbero un’udienza col Papa ed un invito di Mussolini, non a Palazzo Venezia, ma proprio a casa della famiglia Mussolini, a Villa Torlonia. Il giorno dopo Luigi Freddi li portò in visita a Cinecittà, e si sarebbe potuto dire che vissero felici e contenti, se non per il fatto che Hitler, insensibile a queste tenerezze, scatenò la 2a Guerra Mondiale.


Biancaneve e i sette nani

Walt Disney trovò il doppiaggio italiano del 1938 eccezionale, perfetto, Ma nel 1972, otto anni dopo la sua morte, il doppiaggio fu rifatto, indubbiamente per buoni motivi tecnici, ma furono anche portate giustificazioni deprimenti come quella secondo cui, il primo doppiaggio non era fedele al testo originale. Per esempio, quando Biancaneve morde la mela, dice “I feel strange”, e cioè “mi sento strana”. Nel doppiaggio del 1938 Biancaneve dice, invece: “Ho freddo al cuore”….L’edizione di Biancaneve e i sette nani che offriamo al nostro pubblico è il rifacimento del 1972, ma contiamo di reperire almeno qualche brano con le voci di Lina Pagliughi e di Rosetta Calavetta da pubblicare in seguito. Se i lettori vorranno aiutarci in questa ricerca…..



mercoledì 2 febbraio 2011

Roskopf

di Luciano Zambinachi
Orologio del periodo ellenistico, 1° secolo avanti Cristo

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Quando quasi 50 anni fa misi le mani sul primo orologio a cipolla, per tentare a modo mio di ripararlo, mi scontrai con la complicata semplicità di un orologio prodotto su licenza Roskopf. Tutto sembrava a posto ma l’orologio non funzionava: se lo scuotevo per qualche secondo andava, poi il movimento si arrestava; dopo vari tentativi, in cui distrussi la spirale del bilanciere e poi anche l’asse del bilanciere, portai la cipolla ad un orologiaio che mi spiegò che solo per i pezzi da sostituire avrei dovuto spendere una piccola fortuna, così lasciai l’orologio all’orologiaio in modo che lo utilizzasse come parti di ricambio, e interruppi la mia carriera di “orologiaio” in erba. Qualche giorno fa sono passato in via Germanico a Roma, quasi all’angolo con via Ottaviano, ed ho trovato la piccola bottega dell’orologiaio dove 50 anni prima avevo portato quell’orologio a riparare: penso di aver portato fortuna all’artigiano, visto che è ancora in attività. Tornando all’orologio, come “caratteristica” del mio primo Roskopf ho parlato di complicata semplicità, provo a spiegare questo concetto ai non addetti ai lavori partendo da alcune note biografiche su George Frederic Roskopf e sulla sua famiglia (queste informazioni sono disponibili in internet su Wikipedia, l’enciclopedia libera e aperta ai contributi di tutti). Ho cercato tra le mie solite fonti e in un vecchio testo americano, “New and complete Clock and Watchmakers manual”, edito a New York nel 1863, che però non ne parla proprio, mentre tutti i testi che ho dell’associazione dei collezionisti americani hanno pagine e pagine sulla dinastia Roskopf. Infatti di dinastia sarebbe meglio parlare invece del solo fondatore, ma attenzione, alcune notizie riportate su Wikipedia sono incomplete e quindi vi consiglio di controllarle come ho fatto io, oppure di fidarvi e prendere per buone le cose che vi dirò.
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George Frederic Roskopf nacque nel 1813 a Niedwiller, in Alsazia, in una famiglia numerosa. Dopo varie esperienze a 21 anni, tardi per il periodo, entrò come apprendista nella bottega di un orologiaio, e da allora quello dell’orologeria resterà il suo mondo. Investendo i capitali della moglie, nel 1835 allestì un laboratorio in cui montava e rifiniva i suoi primi orologi. Tuttavia una bottega sua la aprì solo nel 1855 con il figlio Fritz Eduard e un socio Henry Gindraux. più che una fabbrica era un atelier di progettazione e controllo qualità. Dopo la fuoriuscita del socio (che se ne andò per dedicarsi all’insegnamento) il nostro George Frederic Roskopf riuscì a portare a termine il sogno della sua vita: realizzare orologi che fossero di qualità medio buona ma di costo basso, un orologio per il popolo! A questo scopo modificò il classico movimento ad ancora introducendo alcune varianti: un bariletto della molla di carica enorme, che faceva risparmiare la ruota intermedia, l’azione della ruota dello scappamento (a 18 denti) al centro della nuova ancorina (ora composta da due cavicchi inseriti in una
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striscia metallica ancorata ad un perno), ed una originale regolazione a vite della prossimità dello scappamento (con cui regolare l’accoppiamento dello scappamento). In realtà, ad essere proprio pignoli, lo scappamento a cavicchi non fu un’idea originale di Roskopf: prima di lui Luis Peron (1779-1836) ideò lo scappamento che, a Glashűtte, Adolf Lange sviluppò con successo, e anche Andrè Pichon intorno al 1830 costruì orologi con scappamento a cavicchi ed una ruota in meno. Andrè Pichon aveva introdotto i cavicchi (o caviglie) sull’ancora ed una ruota di scappamento centrale enorme, 32 denti rispetto ai 15 usuali. Con queste modifiche Pichon ridusse di molto i pezzi dei suoi orologi. Roskopf brevettò il suo orologio solo nel 1867 e da allora l’ancorina con i cavicchi venne considerata una sua invenzione. Roskopf ridusse fino alla metà il numero dei pezzi che componevano i suoi orologi: meno di 70 contro i circa 150 pezzi che formavano gli orologi della concorrenza, e tutto questo senza perdere in precisione. Certo, la rimessa dell’ora avveniva agendo direttamente sulle lancette, e purtroppo queste prime macchine erano abbastanza critiche: i perni delle ruote lavoravano inseriti in buchi fatti sulla platina e sui ponti, spesso senza bronzine né rubini. Quando i buchi si slabbravano, era troppo costoso riparare questi orologi. In questo modo però Roskopf riuscì a mettere in pratica la sua filosofia costruttiva: i suoi orologi potevano essere venduti ad un prezzo inferiore all’equivalente di una settimana di stipendio di un lavoratore non specializzato, in pratica si trovò ad anticipare di cinquanta anni i “dollar watch” americani. 
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Non tutti i suoi colleghi produttori di orologi presero bene questa innovazione e così si trovò a dover affrontare problemi di ogni tipo, specialmente con i suoi abituali fornitori che lo boicottarono. Per sua fortuna ebbe l’appoggio e la stima di Breguet e trovò nella Reconvillier la fabbrica che mise a disposizione una elevata capacità produttiva. Fu Breguet ad appoggiare la presenza di Roskopf nelle esposizioni universali ed a pubblicizzarne la filosofia costruttiva sui mercati del continente americano. Grazie a questa pubblicità George Frederic fece produrre circa 70.000 orologi, e si aggiudicò le forniture di orologi per le ferrovie di mezzo mondo, e tutto ciò fino al 1872, quando morì la moglie e Roskopf vendette la sua azienda ai fratelli Wille (Foto 1). Dopo alcuni anni il figlio Fritz Eduard, tra il 1897 e il 1930, usando la stessa fabbrica che aveva utilizzato il padre, ma registrando un nuovo marchio a suo nome, F.E. Roskopf (successivamente Fritz Roskopf & Cie), fece produrre circa 20.000.000 di orologi. Anche il nipote Luis Frederic, che inizialmente sembrava essersi dedicato a tutta un’altra attività (faceva l’importatore di uccelli tropicali) prima da solo (L.F. Roskopf) e poi con il padre fino al 1930, continuò a far produrre orologi Roskopf: con il suo marchio ne sono stati costruiti circa 10.000.000 di pezzi. 
Foto $a

Le differenze principali tra questi “Roskopf originali” si riscontrano nella corona che si muoveva in una sola direzione nei primi modelli (quelli del fondatore della dinastia), che erano anche senza rimessa dell’ora e rigorosamente inseriti in casse di metallo povero (ferro, argentana, bronzo). Ulteriori differenze si notano nei colori del marchio: nei modelli successivi il colore del marchio è rosso e nero, non solo nero; nella rimessa dell’ora, che dal quadrante diventa a pulsante o direttamente tramite la corona. Negli ultimi modelli prodotti, il marchio contiene le iniziali del produttore con la scritta Patent e per alcuni anni anche la croce elvetica. Tutti i movimenti degli orologi fatti produrre dalla famiglia Roskopf (gli originali) erano comunque costruiti da Reconvillier, come i primi esemplari. Le ditte del figlio e del nipote di George Frederic Roskopf si fusero nel 1923 nella Reconvillier Watch Co. Oltre ai 30.000.000 di pezzi fatti produrre dai Roskopf sul mercato comparvero almeno il doppio di esemplari costruiti su licenza o falsi o solo imitazioni (magari marchiati Rosskopf o Roskopff), prodotti in Svizzera, negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Spagna (Foto 1a) e nei paesi dell’America Latina. Anche grazie a questo, oltre alla caratteristica di essere orologi non riparabili, il marchio “Roskopf” è l’equivalente dell’ attuale fenomeno “Swatch”, almeno dal punto di vista del collezionista. Questa è la storia dei circa 90 milioni di orologi in qualche modo Roskopf. Nella realtà basta andare in un mercatino di cose vecchie per vedere che i Roskopf sono tra gli orologi più collezionati e quindi venduti ad un prezzo troppo elevato rispetto alla qualità, un prezzo sicuramente drogato dalle richieste. È una specie di operazione mediatica iniziata da un grande come Breguet, e che anche oggi, grazie ad altri sponsor, tiene elevato il prezzo di marchi che non meritano così tanta fama e considerazione. 
Foto 5

Detto questo per amor di polemica iniziamo l’autopsia di uno dei miei orologi Roskopf. Foto 2: nell’immagine si vede la controplatina di bronzo, avvitata alla platina, su cui andranno fissati i due ponti che reggeranno l’ancora e lo scappamento. La vite orizzontale, regolando l’accoppiamento tra ancora e scappamento, determina la buona resa dello scappamento stesso (è una delle innovazioni tecniche introdotte da Roskopf). Foto 3: nella foto 3 possiamo osservare il bariletto, grandissimo rispetto ai normali orologi ad ancora del periodo. Potete notare che le “bronzine” sono stampate e non riportate nel metallo dei ponti e della platina (Foto 4 e 4a). Nella successiva immagine (Foto 5) si vede un rubino anche sul ponte della ruota di scappamento: è una mia modifica, visto che il buco era slabbrato (si tratta di un altro orologio, sempre prodotto dalla Reconvillier per Fritz Roskopf). Foto 6: è innegabile che il classico e spartano orologio Roskopf, in argentana come quasi tutti gli “esemplari originali”, ha un suo fascino. L’innovazione principale introdotta da Roskopf sta nell’uso della particolare ancorina con i due cavicchi di acciaio che attivano la ruota dello scappamento con 18 denti Le ancorine avevano forme diverse, tuttavia le ancorine classiche son quelle che mostro nella foto successiva (Foto 7). 

Foto 6
Da tutto questo avrete certamente capito che il signor Roskopf non era sicuramente un grande produttore di meccanismi strani o di complicazioni ma, pur essendo al momento ancora sopravvalutato specialmente per la non eccelsa qualità dei suoi orologi, ha sicuramente un posto nella storia dell’orologeria moderna, almeno per la sua grande capacità di industrializzare il prodotto. Qualche riga fa ho parlato in modo superficiale del “valore” di un orologio antico. 
Foto 7

Un orologio d’epoca vale per il suo stato di conservazione, per l’aspetto storico (altro valore ha l’orologio di Garibaldi rispetto a quello di Ciro Esposito, senza offesa per Ciro), per il significato sentimentale (orologio di famiglia, dell’amico, ecc. …). Per questo motivo evitate di scrivermi per chiedere una quotazione del vostro tesoro ticchettante, decidete voi a quale prezzo siete disponibili a privarvene: a meno che non vogliate veramente venderlo, quello sarà per voi il giusto valore!




Didascalie
Foto 1: Un orologio Roskopf costruito dai Fratelli Wille
Foto 1a: Un Roskopf spagnolo
Foto 2: La platina con la controplatina e la vite di regolazione dell’accoppiamento
Foto 3: Il bariletto molto grande rispetto al normale
Foto 4: Le bronzine sono stampate sulla platina
Foto 4a: Particolare delle bronzine mancanti e un rubino aggiunto
Foto 5: Un rubino non originale sul ponte della ruota di scappamento.
Foto 6: Un Roskopf prodotto da Fritz E. Roskopf
Foto 7: la classica ancorina dello scappamento Roskopf a caviglie

(Tutte le foto sono dell'autore. Click per ingrandire)

martedì 1 febbraio 2011

Albert Einstein 3a parte

Di Marino Mariani

Il giovane Albert Einstein, rinfrescato e rasserenato dall’anno scolastico passato nel pestalozziano Liceo cantonale di Aarau, rigenerato e rinvigorito dal caloroso amplesso della famiglia Winteler, a diciassette anni entra da trionfatore nel Politecnico di Zurigo, dove l’attende un preside di fisica, che già l’aveva iscritto d’ufficio nella categoria dei geni, e non vedeva l’ora di averlo come allievo modello. Errore! Einstein non smentisce la sua fama di “Svevo insolente”, manca di rispetto proprio al professor Weber, chiamandolo “Signor Weber” invece che “Herr Professor”. Crede che la matematica non serva ad un fisico puro, trascura le esercitazioni di fisica sperimentale che non servono ad un fisico teorico, provoca esplosioni in laboratorio e per poco non ci rimette un braccio. In definitiva ancora una volta rischia di essere cacciato via e si porterà appresso una nomea negativa che gli costerò almeno un decennio di carriera accademica. Ma questo Einstein sarà proprio un genio e si farà un nome in campo scientifico? Per fortuna i suoi amici lo terranno a galla.


Albert Einstein

Quando nel 1896 vi entrò Albert Einstein, il Politecnico di Zurigo contava 841 studenti destinati prevalentemente a diventare tecnici ed insegnanti, ed era meno prestigioso della contigua Università di Zurigo, e delle Università di Ginevra e di Basilea, che potevano assegnare il titolo di dottore, cosa preclusa al Politecnico fino al 1911, quando cambiò la sua denominazione ufficiale di Eidgenossische Polytechnische Schule (Scuola Politecnica federale) in Eidgenossische Technische Hochschule (Università Tecnica Federale, ovvero la ETH, da pronunciare E Te Ha, con la “H” fortemente aspirata). Il Politecnico aveva, comunque, una solida reputazione in ingegneria ed in scienze. Il preside di fisica, Heinrich Weber, aveva recentemente acquisito un nuovo grandioso edificio finanziato dal magnate dell’elettrotecnica (e concorrente della famiglia Einstein) Werner von Siemens, che ospitava laboratori modello famosi per le loro misure di precisione. Einstein era una delle undici matricole iscritte al corso per insegnanti di matematica e fisica. Viveva in un alloggio per studenti e percepiva una “retribuzione” di 100 franchi mensili (non ho capito se glieli mandava la famiglia o se era una borsa di studio. Nel testo di Isaacson la parola inglese è “stipend”, che bene o male corrisponde all’italiano stipendio. Ma se Isaacson ha scelto la parola “stipend” invece che salary, wages o pay, che sono la paga che un prestatore d’opera riceve dal datore di lavoro, traducendo dal tedesco “Stipendium”, ebbene in tedesco “Stipendium” ha un solo significato, che è quello di “Borsa di Studio”. D’altra parte l’ottima votazione conseguita da Einstein nell’esame di ammissione al Politecnico giustificherebbe il conseguimento di una borsa di studio), di cui metteva da parte 20 franchi che gli sarebbero serviti per acquisire la cittadinanza elevetica.

La Eidgenossische Technische Hochschule di Zurigo

A partire dal 1890 la fisica teorica cominciava a sbocciare in ogni parte d’Europa, ed era diventata una materia che richiedeva molta matematica, ma Einstein aveva una pronunciata vocazione più per la fisica che per la matematica, e non realizzava come i due soggetti fossero entrambi indispensabili per lo sviluppo delle nuove teorie. Su un massimo di 6, prendeva regolarmente 5 e 6 in fisica e non più di 4 in matematica e in geometria. Se ne accorse un decennio dopo, quando si trovò a combattere con la geometria della sua stessa teoria della gravità, ed in questa circostanza trovò fortunatamente un’ancora di salvataggio nell’aiuto di Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi Civita, i matematici italiani all’avanguardia del calcolo differenziale assoluto, cioè del calcolo tensoriale.

Scaramucce
Al Politecnico il suo insegnante di riferimento era sempre il professor Heinrich Weber, colui che gli aveva proposto di seguire le sue lezoni come “auditore” e che non aveva altro desiderio se non quello di avere Einstein come allievo modello. Per i primi due anni la reciproca ammirazione si mantenne intatta, ma col tempo Einstein rimase progressivamente disincantato dalle lezioni di Weber, ancorate alle fondamenta storiche della fisica, mai avventurandosi verso le nuove frontiere. ”Tutto quello che avveniva dopo Helmholtz era sistematicamente ignorato. Alla fine dei nostri studi sapevamo tutto sul passato della fisica, ma niente del suo presente”. La massima delusione, che anche gli altri studenti condividevano con Einstein, era la completa esclusione dai piani di studio delle equazioni di Maxwell, che regolavano la propagazione delle onde elettromagnetiche. Einstein non era il tipo da starsi zitto, e Weber non era il tipo da non reagire, ed alla fine del quadriennio i due erano nemici dichiarati. L’inveterata mancanza di rispetto di Einstein nei confronti delle autorità lo portarono ad interpellare il suo professore col termine non consentito di “Signor Weber”. Il rapporto con gli altri professori non era migliore. Nel corso di esercitazioni di laboratorio, tenute dal professor Jean Pernet, Einstein era sempre assente, e si beccò un “1”, il voto più basso possibile, di portata storica. “Ma perché si è impuntato con la fisica, invece di scegliere altri corsi come medicina a giurisprudenza” lo apostrofò Pernet, e Einstein rispose: “Per quelle materie ho ancor meno talento. Perché non tentare la fortuna con la fisica?” Uno dei due interlocutori era destinato a rimanere imperituro nella storia della scienza, ma da questo scambio di battute non sembrava dovesse essere Einstein. Un giorno, alle esercitazioni di laboratorio, ad Einstein fu consegnato un foglietto con la precisa procedura con cui eseguire l’esperimento. Einstein appallottolò il foglietto e lo gettò nel cestino, così racconta il suo biografo Carl Seelig. Ed Einstein proseguì a modo suo. Pernet domandò all’ assistente: “Che cosa mi dite di Einstein? Fa sempre il contrario di quello che io ordino”. “In effetti è così, Herr Professor. Ma le soluzioni che lui propone sono giuste, ed i metodi che segue sono molto interessanti”. Finché un giorno di luglio del 1899 Einstein provocò un’esplosione nel laboratorio di Pernet, e si ferì a tal punto la mano destra da dover correre all’ospedale a farsi metter i punti. Per un paio di settimane non riusciva a scrivere, e per un tempo ancora più lungo non potè suonare il violino.

Hermann Minkowski



Nonostante la sua predilezione per la fisica e la sua avversione per la matematica, migliori rapporti Einstein ebbe col professore di matematica Hermann Minkowski. Einstein apprezzava come Minkowski sapeva collegare la matematica alla fisica, ma evitava i suoi corsi più difficili, e questi lo bollò col termine di “lazy dog”. Non conosco il termine in tedesco, che si dovrebbe trovare nella biografia del Seelig, ma in definitiva il significato è quello di un “cane dormiglione”. Minkowski è titolare dello “Spazio di Minkowski”, una configurazione geometrica in cui le coordinate sono quelle spaziali ed il tempo (da cui il nome di cronotopo). Quando Einstein formulò la teoria della relatività ristretta (ai corpi in moto rettilineo uniforme), per questa sua visione adottò lo “Spazio di Minkovski”. Il professor Krall con cui ho studiato la relatività ai tempi dell’università, chiamava lo spazio di Minkowski come il luogo delle “prospettive nello spazio-tempo”.

Le prime amicizie
In definitiva Einstein gli argomenti che prediligeva preferiva studiarseli con un paio di amici. Anche se seguitava ad autodefinirsi un vagabondo solitario, cominciò a frequentare i caffè e le serate musicali con un gruppo di bohémien e compagni di studi congeniali. Nonostante il suo proclamato distacco, lasciò a Zurigo tenaci legami destinati a durare tutta la vita. Tra questi Marcel Grossmann, brillante matematico ebreo appartenente al ceto medio, il cui padre possedeva una fabbrica nel cantone di Zurigo. Grossmann prendeva minuziosi appunti che condivideva con Einstein, studente molto meno diligente. Alla moglie di Grossmann Einstein confidava che questi appunti potevano essere presi integrralmente, stampati e pubblicati. “Alla vigilia degli esami, che cosa avrei potuto fare senza quesgli appunti?”. I due, assieme, fumavano la pipa e sorseggiavano caffè ghiacciato, discutendo di filosofia ad un tavolo del caffè Metropole al Limmat Quai. “Questo Einstein un giorno diverrà un grand’uomo” predicava Grossmann ai suoi genitori. E fu proprio lui a procurare ad Einstein il suo primo impiego quale esaminatore tecnico di terza categoria all’Ufficio Svizzero dei Brevetti a Berna, e lo aiutò con tutta la sua matematica quando si trattò di convertire la sua Relatività Speciale in Relatività Generale. Poiché le lezioni di fisica al Politecnico sembravano antiquate, i due studiavano per conto proprio i testi più moderni e suggestivi. Accanto ai vari ed illustri autori come Kirchhoff, Helmholtz ed Hertz, spiccava quello, meno conosciuto, ma più attuale di Auguste Föppl che nel 1984 pubblicò il trattato che Einstein ed i suoi amici progressisti tanto aspettavano. “Introduzione alla Teoria dell’Elettricità di Maxwell”, contenente un capitolo sull’elettrodinamica dei conduttori in movimento, che poneva la questione del concetto di “movimento assoluto”, in cui Föppl fa notare che “L’unico modo per definire un moto è quello di metterlo in relazione con un altro corpo”. Quindi, nel fenomeno delle correnti indotte, è perfettamente equivalente che un magnete si muova in prossimità di un circuito elettrico in riposo, o che sia il circuito a muoversi in prossimità d’un magnete in riposo. È proprio così che comincia il trattato di Einstein del 1905 sulla Relatività Speciale. Il trattato di Föppl ebbe molta fortuna, e dopo un decennio se ne fece una nuova edizione. Poi il trattato di Föppl fu ereditato da Abraham che ne fece numerose successive edizioni, finchè fu preso da Riccardo Becker e divenne un trattato classico sulla “Teoria dell’Elettricità”. L’edizione italiana del 1949-1950 fu tradotta da Mario Ageno, costava 7.000 lire (due volumi), e su di essa studiai io ed i miei colleghi della facoltà di Fisica. Ovviamente il trattato di Föppl su cui studiò Einstein ispirò, ma non conteneva la relatività. Il trattato del Becker, invece, è una vera fonte per gli studiosi di relatività. In questo periodo fioriscono un’infinità di aneddoti su Einstein e prende forma la figura di quello che sarà il professore distratto per antonomasia. Ma già da adesso, che è ancora
uno studentello sulla soglia dei vent’anni, si dimentica chiavi di casa, valige, colletti e cravatte, ogni sorta di genere di vestiario, gli indirizzi, e qualcuno avvertì i genitori. “Questo giovane non combinerà mai niente perché non si ricorda di niente”.

Marcel Grossmann

Aspetti familiari
La vita spensierata dello studente era angustiata dai continui rovesci familiari di suo padre che, contro il consiglio di Einstein, seguitò a tentare di mandare avanti una impresa propria, invece che procacciarsi un salario da parte di qualche grossa impresa stabile, come alla fine aveva fatto zio Jakob. “Se potessi decidere io, papà avrebbe dovuto cercare un lavoro salariato già da un paio d’anni”, scrisse alla sorella nel 1898 durante un periodo veramente nero, quando sembrava che gli affari del padre fossero di nuovo sull’orlo del fallimento. La lettera era particolarmente sconsolata, forse più di quanto le circostanze richiedessero: “Ciò che maggiormante mi angustia è la sfortuna dei miei poveri genitori, che ormai da tanti anni non hanno goduto di un momento di felicità. E più ancora mi dispiace profondamente che, come adulto, dovrei fare qualche cosa senza essere capace di muovermi. Sono soltanto un peso per la mia famiglia…..meglio sarebbe stato se non fossi neanche venuto al mondo. Solo il pensiero di aver sempre fatto quanto potevo nell’ambito delle mie modeste possibilità, e la coscienza di non essermi mai permesso nessuno svago e nessuna distrazione dal corso dei miei studi, mi sostengono e mi impediscono di cadere nella più nera disperazione”. Forse questa era solo la manifestazione di un’angoscia giovanile. Ma in ogni caso il padre, armato del suo solito ottimismo, sembrava in grado di riemergere da ogni crisi. Nel successivo mese di febbraio aveva vinto la gara per l’illuminazione stradale in due piccoli villaggi prossimi a Milano. “Quanto sono felice al pensiero che i guai maggiori per i nostri genitori sono ormai passati”, scrisse a Maja. ”A vivere in tal maniera, cioè come sto facendo io, non varrebbe più la pena d’inventare le trame di novelle e romanzi”.
La nuova vita bohémien, e la sua inveterata natura immersa e centrata in se stesso, rendevano improbabile che Albert Einstein continuasse la sua relazione con Marie Winteler, la dolce fanciulla della famiglia che l’aveva accolto ad Aarau, forse un po’ leggera, irresponsabile, ma di toccante sincerità. All’inizio Einstein seguitò ad inviarle, per posta, cesti di biancheria che lei lavava, stirava e rispediva. A volte non c’era neanche una letterina d’accompagnamento, ma ella cercava comunque di compiacerlo.
Chiunque sia stato chiamato a tracciare una biografia di Einstein, deve affrontare il nodo, lo scoglio, la linea di frattura di Marie Winteler, la fanciulla leggiadra, intemerata, gentile, ingenua ed appassionata, che, amandolo tenacemtente, fu la prima e l’unica, in quel momento, a riconoscerne il genio e l’ultraterrena genialità. Ebbene, in un primo momento avevo deciso di sorvolare la vicenda di Marie Winteler, per non far pesare sul lettore il mio sentimentalismo. Poi ho pensato che una rivista audio-musicale come Suono, era invece il terreno ideale per conoscere ed approfomdire un aspetto della vita e del carattere della vicenda einsteiniana, che tutte i testi citano e commentano ma non espongono mai nella sua essenza originale. Per questa ragione pubblico interamente la lettera n. 29 tratta direttamente dal Vol. 1 della raccolta “The Collected Papers of Albert Einstein”. Questa lettera è disponibile in inglese su internet, ed alcuni brani (brevi periodi) vengono citati nella maggior parte delle biografie di Einstein, ma il testo integrale originale non è né in inglese né in tedesco, bensì in “Schweitzer Tütsch”, cioè nel dialetto svizzero che varia da cantone in cantone, da valle in valle, da città a città, e persino da quartiere a quartiere. La lettera di Marie Winteler è in “Züri Tütsch”, quello che si parla prevalentemente nel canton Zurigo.

La lettera n. 29
Al tempo in cui Einstein fu ospite della famiglia Winteler in Aarau, Marie Winteler aveva 18 anni (due più di Albert) ed aveva conseguito il diploma di maestra. All’epoca di questa lettera, ella aveva ricevuto un incarico di insegnamento bimestrale nella Gesamt-und Bürgerschule (che provo a tradure come “scuola primaria popolare”) nel villaggio di Olsberg, nel nordovest del canton Argovia, ed è datata tra il mercoledì che precede l’inizio dei suoi corsi, ed il mercoledì che precede la lettera successiva, e cioè “Olsberg, mercoledì sera (4-25 novembre 1896)”, e dice

Mio amato tesoro!
oggi è arrivato il vostro cestino ed invano ho cercato con gli occhi un vostro bigliettino, anche se la sola vista della vostra amata scrittura nell’indirizzo mi avesse già riempito di gioia. Vi ringrazio, Albert, che vogliate tornare ad Aarau, ed è inutile dire che conto i minuti che mi separano da tal momento. Domani è giovedì, e dopo sarà venerdì, e poi…. e poi finalmente sarà sabato, e voi arriverete col vostro violino, amato fanciullo, e l’altra fanciulla (anch’essa amata?) accorrerà dall’altro lato della strada. Chi arriverà per primo ed accoglierà l’altro alla stazione? Io sarò a casa tra le 2:30 e le 3, e voi non arriverete così tardi, mio tesoro, e domenica dovrò già ripartire prima delle 4, perché ci metterò un’altra ora e mezzo per arrivare dalla stazione ad Olsberg. Domenica scorsa ho dovuto attraversare il bosco sotto la pioggia battente per portare il vostro cestino alla stazione. È arrivato in tempo?. Mio caro, nella vostra lettera c’è un passo che non riesco a capire. Voi dite che non volete più scrivermi, ma perché no, mio tesoro? Già avevate detto, nella vostra lettera da Toggenburg, che avremmo ricominciato a scriverci dopo il mio arrivo ad Olsberg. Sono e non sono d’accordo, non vorrei far così ed aspettare fin quando saremo di nuovo insieme. Ma allora non mi sarò scordata, e se riceverò una gradita risposta, come mi piacerebbe avere, allora potremmo ricominciare a suonare assieme, oh…quanto ne sarei felice. Mi rimproverate che non vi ho scritto come e perché son giunta qui. Ma mio cattivo, non immaginate che vi siano cose più belle e più intelligenti di cui parlare, che non di queste sciocchezze? E se voi, caro mio filosofo (ma completamente falso), traete queste malevoli e sballate conclusioni (e quante volte sono illogici i pensieri anche se vengono da un’intelligente ed amata ricciuta testolina….non è forse così?), come avete fatto nella vostra ultima lettera a questo amato cuoricino, allora non posso proprio capire, e voi dovete essere del tutto adirato nei miei confronti, se mi avete potuto scrivere in modo così rude………

In una lettera successiva Einstein rimprovera la poverina per avergli spedito in regalo una teiera, un regalo così stupido e inutile, ed ella si difende così: “Tesorino mio caro, quella stupida “cosa” che vi ho spedito, non c’è assolutamente bisogno che vi piaccia: l’importante è che facciate bollire l’acqua e vi serviate un buon tè, e poi, tesorino mio caro, da me voi potrete avere solo quello che il mio cuore può darvi, e nient’altro, siamo d’accordo (?) Ed ora siate contento e smettetela di fare quella faccia arrabbiata che mi guarda minacciosa da ogni angolo e da ogni lato della vostra lettera”. Poi Marie, che si firma Mariechen (Marietta, Mariuccia o Mariolina) descrive le sue esperienze di maestrina al suo primo insegnamento: è commossa ed innamorata delle bambine e dei bambini della sua classe, che stanno sui banchi composti e sorridenti, pendono dalle sue labbra ed obbediscono ad ogni sua indicazione. Ma chi ama di più è il bambino più piccolo della classe, che si chiama Albert come Albert, che ha una testolina ricciuta come Albert, che le ricorda Albert, ed ella gli parla come se fosse Albert……
I lettori avranno notato che Einstein e Marie Winteler, pur essendo in piena confidenza e dimestichezza, si danno del “voi”. In realtà essi usano la massima forma di rispetto e cortesia offerta dalla lingua tedesca: “Sie”, vale a dire “Loro”, cui, nell’italiano di oggi, corrisponderebbe l’usuale “lei”. Ma, prima di essere stato messo al bando per ragioni politiche, in italiano il “voi” era la rispettosa forma discorsiva reciproca tra due persone “uguali”, di pari grado e dignità, mentre il “lei” era la forma con cui il servo si rivolge al padrone, l’inferiore al superiore, che gli risponde col “tu”. Nei Promessi Sposi il Griso, che è un servo, si rivolge con il “lei” a Don Rodrigo, che gli risponde col “tu”. Ma se avete in casa una copia di questo libro, andate a leggerne l’ultimo periodo: dopo numerosi anni di matrimonio, e dopo numerosa figliolanza data alla luce, Renzo si rivolge a Lucia, e Lucia risponde a Renzo, dandosi del “voi”. Stando così le cose al tempo della mia giovinezza, per il colloquio tra Einstein e la Winteler ho dunque usato l’egalitario “voi” al posto del servile “lei”. Fermo restando che non si davano del “tu”.

Mileva entra in scena
Ed infine, in una lettera alla madre di lei, Einstein dichiara chiusa la relazione con Marie Winteler, relazione che era vista con particolare simpatia da entrambi i lati del parentado. Einstein, annunciando che non sarebbe venuto ad Aarau per le vacanze scolastiche, adduce che sarebbe stato più che indegno “comprarsi” altri istanti di (illusoria) felicità a spese di nuovo dolore, oltre a quello già causato alla cara fanciulla, per sua colpa (di Einstein). Fa un’autoconfessione: “Mi riempie di cupa soddisfazione il fatto che adesso io stesso debba soffrire quello stesso dolore che ho prodotto alla cara fanciulla con la mia mancanza di riguardo ed a causa della mia ignoranza della sua delicata natura…”.

Einstein e Mileva: si sposeranno
Dal punto di vista del biografo Isaacson, la freddezza di Einstein nei riguardi di Marie Winteler può sembrare crudele. Ma le relazioni, specie tra adolescenti, sono difficile da giudicare dall’esterno. Essi erano molto differenti l’uno dall’altra, specie dal punto di vista intellettuale. Le lettere di Marie, specie quando si sentiva insicura, si risolvono in un balbettio. Una volta dice “..Sto scrivendo assurdità, non è così (?) e voi neanche le leggerete fino alla fine (ma non credo che lo farete)”. In un’altra così si esprime piuttosto incoerentemente: “Non penso a me stessa, mio tesoro, questo è vero, ma l’unica ragione per cui faccio così, e che non riesco neanche a pensare, se non quando sopravvengono stupidi calcoli che richiedono, per cambiare, che io ne sapessi più dei miei scolaretti”. Chiunque fosse da rimproverare, seppure, non c’è da soprendersi che abbiano infine preso vie diverse. Dopo la fine della sua relazione con Einstein, Marie cadde in una depressione nervosa, spesso dimenticando i suoi giorni d’insegnamento. Dopo qualche anno sposò il direttore di una fabbrica di orologi. Mi dispiace di non aver trovato, finora, una sua fotografia: tutti dicono che Marie era la più bella delle tre sorelle che, assieme ai quattro fratelli, costituivano la nidiata della famiglia Winteler. Da parte sua Einstein reagì alla fine di questa relazione cadendo nelle braccia di una donna che non poteva essere più differente ed opposta a Marie. Costei era Mileva Maric, la favorita figlia maggiore di un ambizioso contadino serbo che aveva abbracciato la carriera militare, che aveva contratto un matrimonio che gli assicurava una certa agiatezza. Il quale dedicava tutto se stesso alla carriera della sua brillante figliola, affinché riuscisse a farsi strada in fisica e matematica, un mondo accademico che sembrava dedicato esclusivamente agli uomini. La ragazza aveva passato la maggior parte della sua gioventù a Novi Sad, un città serba allora occupata dagli ungheresi, ove aveva frequentato classi nelle scuole più rigorose, risultando sempre la più brava, culminando il suo trionfo allorché il padre riusci ad iscriverla al Ginnasio Classico di Zagabria, istituto assolutamente maschile. Dopo essersi quivi diplomata in fisica e matematica col massimo dei voti, si trasferì a Zurigo ove divenne, non ancora ventunenne, la prima ed unica donna della sezione del Politecnico ove era iscritto Einstein. Di tre anni più anziana di Einstein, sin dalla nascita era afflitta da una malformazione all’anca, che la rendeva claudicante e soggetta ad attacchi di tubercolosi ed a crisi di depressione. Non era certamente nota per l’aspetto e la personalità, ed una sua amica di Zurigo così la descriveva: “ Molto intelligente e seria, piccola, delicata, bruna e brutta”. Aveva comunque qualità che Einstein, almeno nel romantico periodo in cui era studente, trovava attraenti: la passione per la matematica e le scienze, una dolente interiorità, un’anima incantata ed incantevole. I suoi occhi profondi avevano una spiritata intensità, il suo volto emanava un tocco di attraente malinconia. Col tempo sarebbe diventata per Einstein la musa, la compagna, l’amante, la moglie, la bête noire, l’antagonista, ed avrebbe saputo creare un campo di forza emotiva più forte di quanto Einstein abbia mai potuto sperimentare nell’intero corso della sua vita. Tutto ciò l’attraeva e lo respingeva alternativamente con una tale violenza che egli, scienziato puro, non riuscì mai a scandagliare completamente.

Lettere d'amore tra einstein e Mileva


Essi si incontrarono quando entrarono insieme al Politecnico, nell’ottobre del 1896, ma la loro relazione impiegò un certo tempo a svilupparsi. Dalle loro lettere e dalle loro reminiscenze non trapela alcun segno che, in quel primo anno accademico, nulla fossero più che semplici compagni di scuola. Tuttavia, durante l’estate dell’anno successivo, decisero di fare lunghe esursioni solitarie. In autunno, “impaurita dal nuovo sentimento che sentiva nascere in sé” a causa di Einstein, Mileva decise di abbandonare temporaneamente il Politecnico e di frequentare, in sostituzione, corsi all’Università di Heidelberg. La sua prima lettera ad Einstein che sia stata reperita, mostra i palpiti di una romantica attrazione, ma dimostra anche una sua confidente noncuranza. Ella si rivolge ad Einstein col cerimonioso “Sie” della tradizione tedesca (il “Loro” che io ho tradotto col “voi” a proposito della corrispondenza tra Einstein e Marie Winteler), senza ricorrere al confidenziale “du” (“tu”), ma a differenza della Winteler, Mileva, canzonatoriamente, ci tiene a non mostrarsi ossessionata nei suoi confronti, anche se Einstein le aveva scritto una lettera di inusitata lunghezza. “È passato un bel po’ di tempo da quando ho ricevuto la vostra lettera” gli risponde, “ed io vi avrei risposto immediatamente, ringraziandovi del vostro sacrificio di scrivermi quattro lunghe pagine, e vi avrei anche parlato della gioia che mi avete procurata in quella escursione che abbiamo fatto assieme, ma voi diceste che io dovevo scrivervi soltanto un dì in cui mi sentissi annoiata. Ed io ero intenzionata ad obbedirvi in pieno, ed ho atteso ed atteso lungamente di sentire insorgere finalmente la noia; ma finora la mia attesa è stata invano”. Ciò che ancor più distingue Mileva da Marie è proprio l’intensità intellettuale delle sue lettere. Nella prima di tali lettere Mileva proclama il suo entusiasmo per lezioni di Philipp Lenard, allora assistente all’Università di Heidelberg, sulla teoria cinetica che spiega le proprietà dei gas come risultato delle collisioni tra milioni di molecole individuali. “Oh, è stato magnifico alla lezione di ieri del professor Lenard” scriveva, “Adesso sta spiegando la teoria cinetica del calore e dei gas. Sembrerebbe che le molecole d’ossigeno si muovono con una velocità superiore a 400 metri al secondo, poi il buon professore ha fatto calcoli su calcoli…ed è venuto fuori che le molecole, anche se si muovono con questa velocità, percorrono una distanza pari soltanto ad 1/100 dello spessore di un capello”.
A quel tempo la teoria cinetica non era ancora completamente accettata dalla confraternita degli scienziati (non era neanche completamente accettata l’esistenza di atomi e molecole), e la lettera di Mileva dimosra che ella non aveva una grande conoscenza di tale argomento. E, sempre in quella prima lettera, è contenuta una triste ironia, un vero e proprio tragico presagio: Lenard fu una delle prime fonti di ispirazione per Einstein, ma in seguito divenne uno dei suoi più spietati persecutori antisemiti.

PS.: ho cominciato questa puntata, e l’ho quasi completata, prima della vacanze d’estate, cioè nel mese di luglio. Durante l’estate ho potuto contare sui libri della mia biblioteca di Zurigo e me ne sono portato una ragguardevole quantità a Roma. Prima di consegnare alla redazione quest’articolo, ho potuto scovare una preziosa notizia sulla biografia di Albrecht Fölsing, relativa allo “stipendio” di 100 franchi mensili corrisposti ad Einstein al suo ingresso al Politecnico di Zurigo. Sull’Isaacson e sulle Collected Papers pubblicate dalla Princeton University Press non viene assolutamente menzionato da chi e a che titolo questa somma fosse erogata. Ebbene sul Fölsing l’autore di questo “stipendio” viene indicato, ma si tratta di un’autrice: era la zia Julia Koch, sorella della madre di Einstein (Pauline Koch), residente a Genova.

Isaac Newton

PPSS: tornato in Italia ho trovato i numeri di Suono in cui erano stampate le prime puntate di questa biografia. Nell’ultimo numero uscito, contenente la seconda puntata, ho visto che al titolo il signor Direttore aveva aggiunto questa nota interrogativa: “Un genio è mai stato un bambino?”. Do volentieri la risposta: la maggior parte delle biografie di Einstein pongono l’accento principale sull’evoluzione del pensiero scientifico di Einstein, che dopo la formulazione della Relatività Speciale e della Relatività Generale non era riuscito a far avanzare il fronte di queste sue scoperte giovanili, e sembrava che avesse un visibile declino nelle sue polemiche con Niels Bohr sulla meccanica quantistica. In effetti l’opera scientifica di Einstein non è proseguita oltre i limiti cui ho accennato. Per tale ragione ho sempre pensatoche, come scienziato, Einstein fosse inferiore a Niels Bohr e ad Enrico Fermi. Vero, verissimo, ma lo scienziato è solamente una parte dell’uomo. Come uomo, nella maturità e nella vecchiaia Einstein è stato estremamente prolifico, trovandosi sempre al centro della ribalta mondiale, specialmente come padre onorario dello stato di Israele. Riservandomi di ampliare il concetto nel prosieguo di questi articoli, affermo sin da questo momento che Einstein fu bambino non solo durante la sua infanzia, ma mantenne la prodigiosa freschezza creativa in tutto l’arco della sua vita. La scienza non è tutto. Isaac Newton, dopo essere stato quello che è stato, abbandonò ufficialmente il settore scientifico e preferì dedicarsi alla direzione della Zecca di Stato d’Inghilterra. Un impiego parastatale.

(Foto Google di pubblico dominio. Click per ingrandire)



lunedì 31 gennaio 2011

I Fondamenti della Nutrizione Umana: 2a parte

Io e Ludovica
Nella precedente puntata di questa serie, per darle un inizio spiritoso, ho scritto: “Non so come abbiano fatto, ma gli scienziati hanno determinato che, originariamente, l’uomo era un roditore arboricolo, cioè che viveva sui rami degli alberi, ed una volta detto questo ognuno può indovinare che il suo nutrimento doveva consistere in noci, frutti e, forse, germogli e ramoscelli. Attraverso chissà quante successive trasformazioni, l’uomo è arrivato ad essere quello che, oggi, tutti noi siamo: un animale che, grazie alle sue invenzioni, e prima fra tutte quella del fuoco, oggi viene definito omnivoro, che può mangiare di tutto”. Possibile che sia stato io a scrivere simili infamità…seppur esatte? Eppure è solo da poco tempo che ho finito da leggere tutte (dicesi tutte) le avventure di Sherlock Holmes riunite in un sol volume di oltre mille pagine, in cui viene mirabilmente esposta, in tutte le sue sfaccettature, l’arte della deduzione. Ebbene, proviamo a riprendere il racconto cambiando il punto di vista prospettico, e cercando di non scambiare le cause con gli effetti. Abbandoniamo quindi l’osservazione dell’uomo che zompetta di ramo in ramo, e domandiamoci che tipo di alimentazione fosse più adatta ad un essere privo di artigli e munito di una dentature incapace di azzannare e dilaniare una preda. L’essere umano, incapace di misurarsi con gli altri animali muniti di zanne e artigli, non può essere carnivoro, ma solo vegetariano. E tra i vegetariani sappiamo che non è mai stato un erbivoro come le mucche, le pecore e le zebre, e quindi, non essendo costretto a brucare nelle radure, è naturale trovarlo annidato sugli alberi, a sfruttarne le risorse alimentari copiosamente offerte dalle frutta, ricche di vitamine e sali minerali, e dalle noci, ricche di acidi grassi essenziali e di calorie. Che non sia mai stato erbivoro è provato dal suo stomaco con duodeno, ben diverso dal triplice stomaco degli erbivori ruminanti. Che non sia stato originariamente carnivoro è fuori discussione, ma può esserlo diventato in seguito, avendo scoperto il fuoco ed inventato le armi? Ebbene, nella puntata precedente ho introdotto il concetto di malleabilità epigenetica, come complesso di certe variazioni che vengono riscontrate dopo tempi piuttosto lunghi quando l’organismo in questione adotta certe nuove abitudini non presenti nel patrimonio ereditario primordiale. È un concetto che assomiglia all’epigenesi intesa come ereditarietà dei caratteri acquisiti, e può far credere che l’uomo, avendo imparato a nutrirsi, oltre che di prodotti vegetali, anche di prodotti animali come carne, pesce e latticini, ed essendogli stato insegnato a scuola di essere omnivoro, abbia veramente acquisito, almeno in parte, i caratteri distintivi degli animali carnivori: errore! Oltre a non essergli cresciute zanne e artigli, anzi gli si sono accorciati i denti canini che originariamente aveva e tutto il corpo gli si è ingentilito (ma ciò è dovuto all’adozione di macchine che lo sollevano dalle fatiche iniziali), rimane il fatto che la lunghezza del suo intestino è pari a 12 volte il tronco, mentre l’intestino dei carnivori non supera la lunghezza di tre volte il tronco. Proporzionalmente l’intestino umano è quattro volte più lungo di quello degli animali carnivori, il che conferma che la carne ed i prodotti animali non sono adatti alla digestione umana, perché cominciano ad impudridire prima di poter essere espulsi. D’altra parte anche i bovini allevati sono trattati come se fossero omnivori, visto che gli si fanno ingerire cemento, cartongesso e cose ancora peggiori (Jeremy Rifkin), per non parlare delle farine ossee.
Avete visto che, considerate le caratteristiche dell’essere umano all’atto della sua costituzione, è stato facile, per semplice deduzione, attribuirgli la qualifica di roditore arboricolo, senza bisogno di lunghe e faticose ricerche. Ma l’uomo non sarebbe diventato uomo se non avesse imparato a discendere dagli alberi e ad accendere focolai. Con la cottura la lista delle portate a sua disposizione crebbe a dismisura: cereali (grano, orzo, avena…), leguminose (fagioli, ceci, lenticchie), cassava (manioca e tapioca), ed infine i prodotti della caccia e dell’allevamente. I quali ultimi, in questi ultimi tempi, per interesse e avidità, stanno prevalendo nell’alimentazione umana, senza che nel corso dei millenni l’uomo abbia modificato la sua struttura di un solo millimetro nel verso dell’acquisizione delle caratteristiche peculiari dell’animale carnivoro. Ilya Metchnikoff (premio Nobel) affermava che: “È la putrefazione alimentare la responsabile delle morti premature, che è causa di tutte le malattie, perché questi veleni, altamente pericolosi, passano dal canale alimentare nella linfa e nel sangue, e da questi sono condotti in tutte le parti del corpo: il fegato, i polmoni, i reni, il cuore e il cervello”.

Ilya Metchnikoff (1845 - 1916)
Riporto ancora un paio di citazioni dal sito internet intitolato: “I rischi nel mangiare carne” (datato 12 gennaio 2011). “Secondo un eminente medico francese, il brodo di manzo è una vera soluzione di veleni. Il dottor Austin Flint, del Bellevue Hospital College, uno dei più importanti medici d’America, fece un’analisi chimica del brodo di manzo e scoprì che il risultato era praticamente lo stesso di un’analisi dell’urina”. “È inevitabile che sia così, perché il brodo di manzo, il brodo di carne, il brodo di pollo, il bollito e gli estratti di carne di tutti i tipi sono dei veri e propri tessuti disintegrati, preparati artificialmente, proprio come l’urina, che è composta da tessuti disintegrati, prodotti dal metabolismo del corpo”. I testi che sto citando sono stati scritti in italiano, ma evidentemente tradotti in maniera non impeccabile da fonti straniere. Comunque il loro significato è inequivocabile. “La carne si decompone nel tratto digestivo, il veleno risultante viene assorbito e il sangue contaminato, con risultati disastrosi. Questa è la principale causa che predispone al cancro, alla tisi e ad altri tipi di malattia”.

Vitamina B12: la solita questione
Per quanto riguarda la questione della vitamina B12, essa, più che un problema dell’umanità, è un problema dei ricercatori, che ancora non hanno scoperto come venga introdotta o prodotta nel corpo umano. Nel trattato “Ernärungsmedizin in der Naturheilkunde- Handbuch für di Therapie” (Medicina alimentare nella cura naturale – Manuale di terapia), Edizione Urban&Fischer – München und Jena, gli autori così parlano di questa vitamina: “Poiché la vitamina B12 non può essere prodotta dalle piante, attorno a questa s’è accesa una controversia che non trova riscontro nei confronti di alcun’altra sostanza alimentare. L’interrogativo è su com’è possibile assicurarsene un sufficiente approvvigionamento nell’ambito di un’alimentazione esclusivamente vegetale. Nessun problema si presenta nelle forme di alimentazione mista comprendente, accanto ai vegetali, anche il latte o il latte e le uova. Studi sui vegetariani puri (che loro chiamano vegani, ndr) mostrano che essi assumono una quantità molto bassa, compresa in 0,3 – 1,2 mg/d, di vitamina B12, ma non si sanno spiegare bene con quale meccanismo. Possibilmente non tutti i vegetariani puri si astengono del tutto dal consumo di latte e prodotti del latte. È anche possibile ipotizzare l’assunzione di piccole quantità di cobalamina in virtù di torte e biscottini nella cui preparazione ci siano le uova. E sicuramente giocano un loro ruolo la flora orale e dell’intestino tenue, contaminazioni di alimenti e di posate, ed anche il contenuto di prodotti fermentati. Nonostante che il livello sanguigno della cobalamina sia estremamente basso nei vegetariani puri di lunga carriera, tuttavia le manifestazioni cliniche di una carenza negli adulti è raramente osservabile”. Bene, parrebbe che la questione della vitamina B12 oggi come oggi sia assolutamente di nessuna importanza: ce l’ha anche chi non ce l’ha. Può darsi che sia presente anche in qualche conservante aggiunto a tutti i prodotti da supermercato. Ma una domanda un po’ più seria sorge spontanea, quando si pensi che per millenni e millenni l’uomo ha fatto il roditore arboricolo, senza il conforto di tortine e biscotti all’uovo. Neanche quello di un espresso macchiato.

Jeremy Rifkin
Difesa della razza e del pianeta
La volta scorsa dissi che, alla prima occasione, avrei voluto pubblicare la recensione di Francesca Colesanti al libro “Ecocidio” di Jeremy Rifkin, apparsa su “Il Manifesto” del 4 luglio 2001. L’occasione buona è proprio questa: abbiamo or ora visto quali danni il consumo della carne provochi nell’individuo singolo, una panoramica sul llibro di Rifkin ci mostra i danni inferti al genere umano nel suo insieme, ed al nostro pianeta. Ho tagliato qualche frase per guadagnare un po’ di spazio, sicuro di non aver alterato la parola ed il pensiero dell’autrice:
“Per un estremo istinto di autodifesa e di sopravvivenza, scorrendo quelle pagine si cerca l’errore, l’esagerazione, l’estremismo. Non ci sono. Dalle parole di Jeremy Rifkin… traspare solo la dura realtà, la cruda realtà, la realtà della bistecca. E della cultura che l’ha prodotta. Ecocidio (Mondadori, pp. 373, Lire 35.000) è un’affascinante quanto rigorosa ricostruzione storica dell’ascesa della cultura della carne dagli albori dell’umanità fino ai nostri giorni, all’epoca della mucca pazza. E se tutto conosciamo ormai dell’encefalopatia spongiforme bovina e dintorni, molto abbiamo invece da imparare sui meccanismi che hanno portato le società industrializzate a fare della carne un pilastro portante della propria economia, del proprio modus vivendi, con tutte le conseguenze che ciò comporta nell’ecosistema mondiale.
Sulla base degli elementi tratti dalla ricostruzione storica, economica e sociopolitica, Jeremy Rifkin non soltanto lancia un appello all’umanità, affinché superi nel ventunesimo secolo la cultura della bistecca, ma emetta una sentenza dal sapore più che profetico: la specie umana, se vuole salvare se stessa e il pianeta che ci ospita, è destinata ad andare oltre la carne.
Lo smantellamento del complesso bovino mondiale e l’eliminazione della carne dalla dieta umana sono un obiettivo fondamentale dei prossimi decenni. Un nuovo mondo che si va formando, secondo l’autore…., la natura non è più un nemico da sottomettere e domare, ma una comunità primordiale di cui far parte. Le altre creature non sono più oggetti o vittime, ma compagni partecipi di quella grande comunità della vita che costituisce la natura e la biosfera.
Api, il dio toro, rappresentava per i popoli del Nilo la forza e la virilità……..Poi il brusco, teatrale risveglio nei box degli allevamenti intensivi statunitensi, dove gli animali vengono castrati, imbottiti di farmaci e messi all’ingrasso. Raggiunti i 500 chilogrammi, i vitelli maturi sono ammassati in giganteschi camion; il viaggio verso il mattatoio è duro e brutale: ore, giorni lungo i percorsi autostradali, senza soste, nutrimento e acqua. “Al termine del viaggio, gli animali ancora sani vengono fatti scendere; gli altri, schiacciati sul piano di carico del camion, incapaci di alzarsi e di camminare, vengono agganciati per gli arti rotti e trascinati giù dal camion, fino alla rampa di carico, dove attendono il proprio turno di macellazione”.
Ma la massima crudezza Rifkin la raggiunge nel capitolo di ecocidio dedicato alla “industriallizzazione dei bovini”, là dove descrive la catena all’interno degli impianti di macellazione: “L’animale morto si muove lungo una catena di smontaggio. Alla prima stazione viene scuoiato. Poi la carcassa viene decapitata, la lingua tagliata e rimossa, la testa e la lingua vengono attaccate a ganci che scorrono lungo la catena di smontaggio. La carcassa, quindi, viene eviscerata. Fegato, cuore, intestini e altri organinterni vengono rimossi. Nella stazione successiva, la carcassa viene squartata con una motosega lungo la colonna vertebrale e privata della coda. La carcassa squartata viene lavata con un getto di acqua tiepida, avvolta in un tessuto e mandata nella cella frigorifera. Il giorno seguente i macellai muniti di seghe a nastro smembrano la carcassa nei tagli canonici: filetto, costata, girello, spalla. I tagli vengono posti su un nastro trasportatore per la selezione e il confezionammento. I tagli di carne, affettati, pesati e confeziionati sotto vuoto raggiungono così i banchi refrigerati dei supermercati di tutto il paese, dove vengono esposti e offerti in vendita”.
Il pregio di questo librro – scritto nel 1992 e che per il grande coraggio editoriale o estrema cautela politica la Mondadori ha deciso di pubblicare ora, soltanto dopo l’apice della mucca pazza in Italia (sarà per questo che l’Ecocidio di Rifkin sta transitando nelle nostre llibrerie quasi sotto totale silenziio stampa?) – non sta tanto, anzi non sta affatto, nel facile sensazionalismo che può ridurre la descrizione di un mattatoio o di un allevamento intensivo. Sta invece nell’attenta analisi delle conseguenze e dei costi per l’umanità che ha comportato il consumo della carne dai tempi dei conquistadores spagnoli dellle Americhe fino alla giungla automatizzata della “carne moderna dei nostri giorni.
“Vacche ovunque”, titola il primo capitolo della parte quarta, dedicato al tema “Nutrire le bestie ed affamare la gente”. “Più di un miliardo di vacche pascolano nei cinque continenti. Un quarto delle terre emerse è usato per nutrire bovini ed altro bestiame”. Questo significa, spiega Rifkin prendendo ad esempio gli Stati Uniti, che il 70% dei cereali prodotti in America viene utilizzato per la nutrizione animale. Ma a fronte di un utilizzo di 157 milioni di tonnellate di cereali per il nutrimento del bestiame da macello, la carne consumata dall’uomo è pari a meno di 28 milioni di tonnellate di carne. “Sfortunatamente – conclude Jeremy Rifkin – tra gli animali domestici i bovini sono i convertitori meno efficienti di energia, anzi possono essere considerati le Cadillac degli animali d’allevamento”. E, poiché la domanda mondiale di cereali per l’alimentazione animale è in continua crescita, le multinazionali incoraggiano i paesi del terzo mondo alla conversione dell’agricoltura a cereali per il nutrimento dei manzi dei paesi più ricchi. Quando in Etiopia la grande carestia mieteva vittime su vittime, la gran parte di quella terra era utilizzata per la produzione di mangimi a base di lino esportati in Gran Bretagna.”Con un terzo della produzone cerealicola mondiale destinata all’alimentazione animale in crescita al ritmo del venti peer cento ogni dieci anni, si sta preparando una crisi di proporzioni planetarie”.
E l’impatto distruttivo dei bovini si manifesta anche nella progressiva desertificazione di ampie fasce di territorio non soltanto nelle due Americhe ma anche in Africa e in Asia: foreste abbattute, terre fertili trasformate in deserti, minacce di profonde e devastanti modifiche climatiche. Risvegliare nel consesso umano la coscienza del saccheggio dei bovini è un compito difficile e ingrato. Ma con questo libro Jeremy Rifkin può almeno dire di aver fatto tutto il possibile”.

Pace pastorale ("Alla stanga" di Giovanni Segantini 1858 - 1899)
Alimentazione assiomatica
Quando vengono mandati all’ingrasso, gli animali non solo vengono castrati, ma le corna vengono fatte saltare con una carica esplosiva. Poi Francesca Colesanti non descrive la lista delle vivande che costituiscono l’ingrasso, mostrando così un minimo di pietà verso i suoi lettori. D’altra parte, se io avessi voluto fornire maggiori particolari di questo libro terrificante, ne avrei potuto fare personalmente un riassunto, ma non me la sono proprio sentita. Pertanto ringrazio ancora una volta la signora Colesanti, e se avrò mai la ventura di conoscerla, non mancherò di porgerle doveroso omaggio.
Ma anche se il libro di Rifkin denuncia quello che forse è il maggior delitto dell’umanità, accanto ai 9 milioni di streghe vittime della Santa Inquisizione (Hans Küng) e degli ebrei assassinati dalla persecuzione di Hitler, esso, per quel mi ricordo, non proclama la tossicità intrinseca della carne in sé. Ed io stesso mi sono convertito verso l’alimentazione vegetariana pura più per una spinta passionale ed emotiva che per una scientifica convinzione. Devo dire che prima di aver letto la testimonianza di Ilya Metchnikoff, uno scienziato del XIX secolo (1800), non pensavo che, nella valutazione prospettica del nostro apparato digerente, la carne potesse essere descritta come materiale putrescente. Ed allora l’affermazione che l’uomo è un essere vegetariano del tipo frugivoro, cioè che si nutre di frutta, non è più un’ipotesi più o meno avallata dall’indagine scientifica, ma un assioma, cioè una verità assoluta che non può più essere messa in discussione. La cosidetta malleabilità epigenetica, nel corso dei millenni, ha aggiunto al menù originario i cereali, le leguminose, le euforbiacee (cassava), le solanacee (patate, pomodori, peperoni)….senza modificare la struttura interna dell’uomo, e quindi escludendone la qualifica di omnivoro. L’uomo rimane impervio alla digestione di materiali inorganici: solo le piante sono in grado di metabolizzare la materia minerale distribuita sulla terra, e pertanto dalle piante inizia ogni forma di vita. Estranei all’alimentazione umana rimangono anche gli additivi alimentari, cioè quelle sostanze, regolamentate dalle leggi, che vengono aggiunte ai prodotti alimentari per migliorarne l’aspetto, per esaltarne il sapore, ma essenzialmente per prolungarne la data di scadenza. Le sostanze così trattate non sono adatte all’alimentazione dell’individuo che mira ad essere sano, immune dalle malattie e dal decadimento dovuto all’invecchiamento. Questo tipo di generi alimentari non è destinato al consumo diretto da parte dei vissori, ma è destinato a trascorrere la sua vita sui banchi e sugli scaffali dei supermercati. Quanto ai vissori, secondo il concetto da me introdotto e sommariamente descritto nel “Chi sono”, sono coloro che vivono avendo come scopo la vita stessa, nel senso che vogliono vivere rimanendo sani e lucidi fino al loro ultimo momento, e sempre capaci e vogliosi di aiutare gli altri.
Marino Mariani

(Foto "Io e Ludovica": Sabina Mariani. Altre foto: Google, di dominio pubblico. Click per ingrandire)