sabato 23 aprile 2011

Shirley Temple: tanti auguri, "Riccioli d'Oro"

Shirley Temple
Il 23 aprile 1928, e cioè un anno e cinque giorni prima di me, nasceva a Santa Monica di California Shirley Temple, la bambina prodigio che negli anni 30, gli anni della Grande Depressione americana, deliziò grandi e piccini di tutto il mondo, facendoli ridere con le sue risatine, e facendoli piangere con le sue lacrime. E commuovendoli tutti con le sue vicende di orfanella, di povera milionaria misconosciuta e maltrattata, che anche nelle situazioni più tragiche e senza speranza, manteneva la sua fiducia nella giustizia e nella lealtà e mai abbandonava la sua speranza, la sua certezza in un destino mgliore. Però, cari lettori, non dovete pensare che io voglia fare la biografia di una santa: Shirley Temple era un’attrice di incredibile abilità scenica, una volpona della recitazione. In gergo, parlando di grandi attori o artisti lirici, si cita il termine di animali da palcoscenico, e Shirley Temple va annoverata tra i maggiori animali dello schermo cinematografico, accanto a Charlie Chaplin, a Walt Disney e….non saprei dire altri. I suoi compensi erano maggiorissimi (!) di quelli di Greta Garbo, e pare che solo Cary Grant guadagnasse di più. Ma va tenuto conto che la sua carriera di stella del botteghino si spense improvvisamente a 12 anni, col suo ultimo successo The Little Princess (La Piccola Principessa). Naturalmente ci furono successive sporadiche apparizioni, alcune delle quali sono sicuramente degne di menzione, ma il tornado Shirley Temple finì lì. Come, dove, perché? Shirley Temple era figlia del funzionario di banca George Francis Temple e di sua moglie Gertrude Amelia Krieger, casalinga. I genitori di Shirley erano di origini tedesche, olandesi ed inglesi. Al tempo della nascita di Shirley, erano già nati due suoi fratelli: John Stanley e George Francis jr. La madre, qui o là in internet ho letto che aveva avuto precenti teatrali, o per lo meno ambizioni andate deluse, e tali ambizioni riversò sulla figliolina gioiello. In effetti la madre, oltre ad aver dato alla luce la bambina Shirley, fu la creatrice del fenomeno interplanetario di Sherley Temple “Riccioli d’Oro”.
Mae West

Fu estremamente intelligente, perché a tre anni la mandò alla Menglin’s Dance School di Los Angeles ad imparare il ballo, il canto e la recitazione. Poi la fece scritturare alla Educational Pictures, una società che produceva men che mediocri filmetti di bambini da una o due bobine (che era una misura americana per denotare cortometraggi e lungo metraggi) col patrocinio di società produttrici di cereali e merendine. Nel 1933 la Educational Pictures provvidenzialmente fallì e la piccola Shirley firmò per la Fox Films. Da questo momento apparve in piccole parti e, sempre per piccole parti, veniva prestata alla Paramount e alla Warner Bross. Ma nel frattempo la mamma di Shirley aveva creato il suo capolavoro: Shirley aveva i capelli castani e lisci, e la madre trasformò la sua testolina in una selva di riccioli biondi, e cioè in 56 boccoli che ogni mattina pettinava, avvolgeva e lucidava. La bambina così cosmetizzata era diventata assolutamente irresistibile. Più della maestosa Mae West, più della misteriosa Marlene Dietrich. In pratica la madre aveva trasformato la sua bambina in una piccola Mary Pickford, la fidanzata di tutti, l’attrice amata in tutto il mondo non solo dagli uomini d’ogni età, ma da tutte le madri che si auguravano questa moglie per i loro figli. In aprile del 1935 il film Stand up and Cheer! ruppe gli argini: la Fox riconobbe il fascino di Shirley e cominciò a pubblicizzarla prim’ancora dell’uscita del film nelle sale, ed in breve la bambina divenne il simbolo del sano intrattenimento di tutte le famiglie.

Mary Pickford

Il suo compenso balzò a 1.250$ la settimana e sua madre ebbe anch’essa 150$ come pettinatrice di sua figlia. Cifre con cui si potevano acquistare aerei da battaglia e navi da guerra. A quel tempo il New York Herald Tribune pagava 1.500$ gli articoli mensili di Margherita Sarfatti firmati da Mussolini, mentre un giornalista professionista guadagnava (ca.) cento volte meno. Un disegnatore impiegato presso la Walt Disney nel 1940 prendeva 17$ settimanali. Il 28 dicembre 1934 uscì nelle sale il film Bright Eyes, che fu il primo film girato su misura per Shirley Temple, ed in cui il suo nome appariva sopra il titolo del film. Questo è il punto dove volevo arrivare: dopo i primi esperimenti, i cineasti si convinsero che la bambina non andava inquadrata in una routine prestabilita. Era talmente brava, talmente esperta che la cosa più intelligente da fare era quella di lasciarle fare le cose che le venivano per istinto, e di costruire una trama attorno ad esse. All’inizio di questo articolo ho dichiarato di essere un coetaneo di Shirley Temple. Con ciò intendevo dire che tutto quello che avevo intenzione di scrivere su di lei non proveniva solamente dalla consultazione di pubblicazioni varie, ma anche da ricordi personali. In Italia non si è mai avuta un’idea delle vere dimensioni della Grande Depressione americana, detta anche crisi del 1929, o grande crisi, o anche crollo di Wall Street. La crisi, comunque, è associata al crollo della borsa valori di Wall Street del 24 ottobre 1929 (giovedì nero), cui fece seguito il definitivo crollo di borsa del 29 ottobre (martedì nero). In Italia il regime dirigistico e totalitario di allora, dichiaratamente anticapitalistico, non trovò difficoltà ad imporre efficaci contromisure a tale disastro per evitare l’assalto agli sportelli bancari e la chiusura delle fabbriche. In America, invece, l’intonazione liberistica ad oltranza del loro statuto costitutivo, impediva l’attuazione immediata di provvedimenti governativi, per cui la crisi, oltre che ad assumere dimensioni catastrofiche, si protrasse nel tempo e fu provvista di efficaci dispositivi di difesa solo a seguito dell’elezione, nel 1933, del presidente Franklin Delano Roosvelt. Era il cosidetto “New Deal”. Shirley Temple, assieme ad altri valorosi attori di Hollyvood, fu chiamata ad infondere ottimismo negli strati popolari, in modo da aiutare la ripresa dalla crisi. In Italia, dunque, mancò questa aureola eroica attorno al visino della bimba, ma brillò maggiormente l’aureola dei suoi riccioli d’oro. Se dovessi inserire Shirley Temple nella mia classifica delle attrici cinematografiche italiane, sicuramente la collocherei alla testa, o accanto, ad uno schieramento formato da Alida Valli, Isa Miranda, Elsa Merlini, Anna Magnani e Sofia Loren. Forse sbaglierei la sua collocazione, ma non sbaglierei dicendo che la bambina di Hollyvood sicuramente guadagnò infinitamente di più di tutte e cinque le attrici italiane messe insieme. 

Shirley ed il tip-tap con Bill Bojangle Robinson
La quale bambina di Hollyvood accanto alla sua valutazione puramente artistica, acquisì anche una caratura istituzionale: fu lei a consegnare la statuetta dell’Oscar a Walt Disney per Biancaneve, assieme alle sette statuette in miniatura in rappresentanza dei sette nani. E fu accanto al produttore Darryl F. Zanuck nel ricevere a Hollyvood Vittorio Mussolini per trattare la produzione di film americani a Cinecittà. In onore di Shirley Temple in Italia fu prodotta una bambola Lenci che la riproduceva in tutto lo splendore dei suoi Riccioli d’Oro. Naturalmente tutto il resto del mondo era già pieno di oggetti del merchandising attorno a Shirley Temple: vestitini, pigiamini di seta, saponette, giocattoli e bambole. Ma le bambole Lenci erano un’altra cosa. Fatte né di coccio, né di celluloide, né di pezza, bensi di un panno di feltro toscano di nome “Casentino”, più frequentemente detto, però, “Panno Lenci”. Erano bambole modernissime, di taglio spigliato e avveniristico, molte delle quali disegnate dal pittore Marcello Dudovich. Accanto ai personaggi delle favole e delle tradizioni, rappresentavano anche illustri personaggi tratti dall’attualità, come l’imperatrice negra di Parigi: Josephine Backer, un bambolotto nero con lo storico gonnellino di banane. Come l’attrice di varietà Mistinguette, e come Marlene Dietrich in persona, con le gambe accavallate e le calze di seta in bellavista. Marlene Dietrich, essa stessa era collezionista di bambole Lenci. Non mancava l’archetipo hollywoodiano di Mary Pickford. Personaggi della lirica come Violetta e Madame Butterfly. E tanti negretti, negrette e cinesini, a dimostrare che la società italiana era cosmopolita ed aliena ad ogni forma di razzismo. Per un vero miracolo, e contrariamente alle rigide regole hollywoodiane, Shirley Temple girò molte scene duettando con artisti negri, come i famosi tip-tap assieme a Bill “Bojangle” Robinson. Volevo anche dire che possedere una bambola Lenci era un vero tratto distintivo, un lusso che pochi potevano permettersi. Mio padre non poté comprarsi la Topolino quando costava 6.000 Lire, però riuscì a regalare una “Bella Spagnola” a mia sorella maggiore.
E prima di abbandonare il riferimento con l’Italia, mi viene in mente un parallelo tra Shirley Temple e la più grande attrice teatrale di tutti i tempi: Eleonora Duse, nata nel 1858 e morta nel 1924. La cui carriera fu talmente coronata dal successo conquistato nei teatri di tutto il mondo, da dimenticare che essa fu una vera inimitabile bambina prodigio, un vero esempio unico in tutta la storia del teatro. Figlia di attori, sin dalla nascita venne incorporata nella loro compagnia di giro, ed a quattr’anni esordì ufficialmente nella parte di Cosetta nei Miserabili di Victor Hugo. Ma il fatto straordinario ed irripetibile, messo in ombra dall’enorme fama che poi l’accompagnò, fu che nel luglio del 1872, a quattordici anni, la stessa età di Giulietta, a Verona, la città stessa di Giulietta, recitò nell’Arena la parte di Giulietta in Giulietta e Romeo di Shakespeare.
Shirley Temple babola Lenci

Una simile impresa era preclusa a Shirley Temple, che a dodici anni abbandonò la carriera di bambina prodigio e si iscrisse alla scuola media. Arrivata ad una certa età, la bambina non si trasformò in una signorina ma, come diciamo nella nostra lingua, non divenne né carne né pesce. E pensare che un altro bambino prodigio, Mickey Rooney, seguitò a fare la parte del ragazzino fino a 35 anni! Comunque, conclusa la carriera di bambina prodigio, Shirley Temple non rimase senza far niente. Si diede alla politica, vinse qualche elezione e ricoprì cariche importantissime come rappresentante USA alle Nazioni Unite, ambasciatrice in Ghana e poi, nel periodo più caldo della guerra fredda, in Cecoslovacchia. Quello che mi consola è sapere che Shirley Temple ha seduto nel consiglio d’amministrazione di importanti istituzioni e società come The Walt Disney Company, Del Monte, Bank of America, The Bank of California, Bancal Tri-State, Fireman’s Fund Insurance, The United States Commission for UNESCO…….il che significa che la sua gloria cinematografica non fu che un episodio introduttivo alla sua vita vera, e non un paradiso perduto. Va detto che lei fu per quattro anni consecutivi prima nella classifica degli incassi negli anni 1935, 1936, 1937, nel 1938 e precipitò al quinto posto nel 1939. Nell’autunno del 1972 le fu diagnosticato il cancro del seno. Fu operata, e dopo l’operazione fu una delle prime donne al mondo ad annunciare apertamente alla radio, alla TV ed ai giornali: “Ho avuto il cancro al seno e sono stata operata”. Tanti auguri, Riccioli d'Oro, e buon proseguimento.



(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

giovedì 7 aprile 2011

Aimi Kobayashi: primadonna assoluta

Aimi Kobayashi in un quadro di Margaret Wiierzbicka

Quando assistiamo al fenomeno di un genio infantile, inconsciamente siamo soggetti ad uno spontaneo condizionamento: che cosa farà da grande? Ora Aimi Kobayashi si avvia a compiere 16 anni: sin dalla sua prima apparizione in pubblico, e cioè all’età di tre anni, le sue esecuzioni sono state impeccabili, e dopo poco sono state talmente perfette, talché io ho potuto asserire che, quegli stessi pezzi, non tutti estremamente facili, nessun pianista ben affermato li avrebbe potuto eseguire meglio, e nell’articolo “Aimi Kobayashi: il do diesis di Dio”, portavo come esempio l’Improvviso op. 90 n. 2 in mi bemolle maggiore di Schubert eseguito all’età di anni 7. Ebbene, di questo Improvviso posseggo l’esecuzione principe di Dinu Lipatti, il prodigioso pianista rumeno morto nel 1950 all’età di 33 anni la quale, per le prime 84 battute, dà l’idea di essere la migliore esecuzione possibile. Alla battuta n. 85 il brano, che consiste in un vorticoso ma dolce susseguirsi di terzine scorrevoli come le acque di un fiume, giunge al cosiddetto episodio centrale, con melodia squillante affidata ad accordi. Da questo punto in poi l’interpretazione di Lipatti sembra ancora sublime, ma il confronto con Aimi Kobayashi mostra che il maestro rumeno cade in preda a sentimentalismi, ad accentuazioni, ad indugi, ancorché fugacemente accennati, ma, sempre nel confronto, chiaramente distinguibili. Ciò vale nel confronto tra l’esecuzione di Aimi e quella di qualsiasi altro grande maestro. All’inizio ognuno di loro sembra potersi imporre dall’alto di una classe inarrivabile, ma all’arrivo della battuta n. 85 devia dalla retta via ed esibisce i propri personalismi. Aimi, invece, va avanti imperterrita, si attiene strettamente allo spartito. Sembra essere impervia ad ogni emozione, ed invece la sua esecuzione è altamente emotiva. Sembra ricacciare da sé ogni lusinga passionale, ed invece la sua esecuzione è la più appassionata, romantica, a volte goliardica, a volte eroica, in ogni caso vigorosa e squillante. Cosa che le riesce perché dall’intelligente decodificazione dello spartito ella estrae la quintessenza dell’anima schubertiana e non s’accontenta finché non perviene all’interpretazione vera. Franz Schubert è l’aedo dell’intero romanticismo tedesco, ed anche Aimi Kobayashi lo è. Parliamo di una bambina di sette anni.

Aimi e le variazioni di Beethoven 


“Nel cor più non mi sento”
Ed ora parliamo di una bambina di cinque anni che esegue le sei variazioni di Beethoven sull’aria di Paisiello “Nel cor più non mi sento”, dall’opera “La Molinara” (o “La bella molinara” come dicevano ai miei tempi). Beethoven deve essere rimasto fulminato da quest’aria, che andò in scena a Napoli nel 1788, ovviamente con l’opera “La Molinara”, e quando la conobbe, nel 1795, compose le variazioni. Che siano passati solo 8 anni dalla prima dell’opera, al suo arrivo alle orecchie di Beethoven non deve destare alcuna meraviglia, perché dal 1792 Beethoven si era trasferito a Vienna, città che, dal punto di vista culturale, per gli italiani era diventata quella che fu Roma nei confronti dei greci, e cioè un polo d’attrazione irresistibile. La corte di Vienna fa incetta di letterati, musicisti, impresari e compagnie di canto. Apostolo Zeno, Goldoni, Metastasio, Lorenzo da Ponte, Salieri….ed all’imperatore non basta più neanche Mozart: vuole Domenico Cimarosa, che però è tenuto ben stretto da Caterina di Russia. Beethoven era già venuto qualche anno prima a Vienna e, si dice, ebbe un’audizione da Mozart. Il quale, invece di dargli lezioni, gli disse: “Siete talmente bravo che non ne avete bisogno!” Errore fatale: Beethoven era talmente bravo in ogni settore della musica strumentale da far dimenticare la sua inesperienza nel canto, specie nel canto corale. In effetti non si sente la mancanza di un Beethoven operista, e la saltuaria esecuzione del suo Fidelio è più un avvenimento mondano che artistico, però il sinfonista ad oltranza (com’ero io da giovane, assieme ad un pugno di miei amici) col tempo si accorge che la parte corale della Nona è strozzata ed isterica nel coro, e sfiora la stonatura nell’aria del tenore: “Froh, wie seine Sonnen…” (Marcia Turca). Quanto alle sue due Missae, basta confrontarle con quelle di Mozart e col Requiem di Verdi per ridimensionarne la portata. E pensare che l’enorme popolarità di Beethoven proviene proprio dalla irresistibile melodia dei cantabili delle sue sonate e delle sue sinfonie! Beethoven si trovava a vivere in una città in cui la moda dell’italianismo sfiorava la follia. L’imperatore imponeva al suo popolo le opere di Lorenzo da Ponte musicate da Mozart (Don Giovanni, Le nozze di Figaro, Così fan tutte) che furono capite solo dopo, molto dopo, quando si cominciò ad eseguirle anche in tedesco. E sfiora il paradosso il fatto che l’imperatore rimproverasse la prolissità delle Nozze di Figaro (“Troppe note, signor Mozart!”), e andasse poi in brodo di giuggiole per un’altra opera italiana, “Una cosa rara”, composta su libretto di Lorenzo da Ponte dal compositore spagnolo Vicente Martin y Soler (che veniva comunemente chiamato Martini), opera interminabile, ancora più lunga delle Nozze di Figaro. Giuseppe II fu talmente entusiasta di quest’opera che, al termine della sua esecuzione in teatro, si portò a corte l’orchestra e i cantanti e, dopo cena, se la fece rieseguire per intero. D’altra parte anche Haydn, padre della musica tedesca, compose quattordici opere teatrali tutte in italiano.

Beethoven nel 1796


È comunque impossibile che un compositore profondamente sinfonico, strumentale e …tedesco come Beethoven sfuggisse al fascino della musica italiana, che rappresentava ufficialmente la “cultura primigenia” (persino Wagner veniva ad inebriarsi di musica primigenia in Italia), ed ecco quindi le deliziiose variazioni sul tema di Paisiello. Questo brano è molto eseguito specie dai principianti, perché di difficoltà non trascendentale. Ed è prediletto anche, dai grandi pianisti che, quando lo eseguono, dall’alto della loro maestria, vogliono mostrare “come va eseguito”, impregnandolo di birignao, quel tono affettato e pretenzioso di chi le cose le fa, non sul serio, ma alla maniera di... La piccola Kobayashi esegue queste variazioni alla... maniera di Aimi Kobayashi: decisa, veloce, stagliata, imperterrita e, soprattutto, sonora. Sì, sonora. Da quando esistono documenti delle sue esecuzioni musicali, cioè da quando aveva tre anni, ciò che stupisce è la sua sonorità, intesa come quantità e ampiezza del suono prodotto. Ed anche: come ambienza, spaziosità, intensità o, più semplicemente: volume. Volendo rispiarmiarsi tutti questi aggettivi, si può dire che Aimi Kobayashi suona più forte. La sua mano sinistra sembra quella di un gigante, che produce bassi sismici ed implacabili.
All’inizio di questo paragrafo ho parlato di una bambina di cinque anni, ma, guardando bene, quando ha suonato queste variazioni, Aimi cinque anni ancora non li aveva. Tutti i dati relativi all’infanzia di Aimi non sono stati raccolti in tempo reale, bensì sono stati riscostruiti molti anni dopo. C’è voluto tutto l’amore e tutta la pazienza di Romilly Hambling per far ordine e chiarezza in tal materia. Costui è uomo dai molteplici interessi ed ha più di un blog su Internet. Uno di questi è di carattere naturalistico ed è dedicato all’osservazione e alla protezione dei gufi, civette e barbagianni nella cosiddetta “Landa Boscosa” (Weald) del Kent, il cui indirizzo è: http://www.godsownclay.com. Ma il sito di maggior importanza per noi è quest’altro:http://www.godsownclay.com/Equipment/aimi_kobayashi_1.html si tratta di un sito dedicato completamente ad Aimi Kobayashi, ai suoi concerti, alle sue incisioni ed agli articoli giornalistici che parlano di lei. Tra questi ultimi ci sono anche gli articoli di Famiglia Moderna, di cui è riportato l’indirizzo, e che è per noi fonte di tanti nuovi lettori specie dagli USA e dal Giappone. Ebbene, secondo Romilly Hambling, Aimi Kobayashi ha ufficialmente eseguito le variazioni di Beethoven sul tema “Nel cor più non mi sento” di Giovanni Paisiello nel corso della competizione PTNA (Piano Teachers’ National Association) in data luglio/agosto 2000. Ed essendo Aimi nata il 23 settembre 1995, in quella data aveva ancora quattr’anni. Accanto a queste variazioni ho incluso una mazurka ed un valzer di Chopin suonati da Aimi nel corso del suo concerto di Nagoya, quello in cui aveva suonato la sonata Waldstein di Beethoven. La particolarità di queste riprese, di cui sono detentori dei diritti Paul Lewis, Romilly Hambling e la stessa Aimi Kobayashi, è quella di essere state effettuate, contemporaneamente, da una e da quattro telecamere. Quella da una telecamera è concentrata specialmente sull’espressione emotiva di Aimi, quella da quattro telecamere è invece concentrata sulla tastiera e quindi sul movimento delle dita.


Consacrazione
In definitiva l’esecuzione delle variazioni “Nel cor più non mi sento” della quattrenne Aimi Kobayashi sembra una lezione di Maria Callas alla Julliard School di New York, quando andava ad insegnare ai tenori come si canta il Lamento di Federico, e fa pensare alla leggenda di Gesù Bambino che andava a disputare nel Tempio con i sapientoni. Non essendo edotto sui primi anni, anzi sui primi mesi, o meglio: sulle prime ore di vita di Aimi Kobayashi, mi domando come, dove e quando abbia imparato a suonare il pianoforte, visto che le sue prime apparizioni sono quelle di un maestro, non di una piccola allieva. Evidentemente questa bambina è di origine divina. Ma io, in precedenti scritti, ho espresso anche il dubbio che il suo accesso alla completezza di donna, l’insorgere in lei della passione, potesse indebolire, facesse vacillare, la sua certezza interpretativa. Avrei potuto dare una risposta immediata a questo interrogativo, se solo avessi avuto la visione completa del quadro di cui mi veniva fornito solo un frammento. Il frammento era l’esecuzione del notturno op. 20 in do diesis minore, che ho trattato nell’articolo: “Il do diesis di Dio”. Allora sapevo solo che l’esecuzione era avvenuta il 29 ottobre 2010. Poi venni a sapere che si trattava di un bis concesso nel corso di un concerto di cui non avevo alcuna contezza. Nel corso dei successivi cinque mesi, a piccole dosi per volta, sono venuto a sapere che un altro bis di quello stesso concerto era costituito da una esecuzione “dantesca” dello studio, sempre di Chopin, op. 10 n. 4, e sempre in do diesis minore. Mi accorsi che su YouTube appariva un tempo del concerto n. 2 di Chopin, eseguito da Aimi Kobayashi il 28 ottobre 2010. A poco a poco il concerto n. 2 di Chopin si concretizzò in due distinte pubblicazioni, di cui una buona per essere ripresa. Poi è apparsa l’esecuzione del notturno op. 20 in do diesis minore come bis del concerto del 28 ottobre, per cui ci sono state due diverse serate musicali con lo stesso programma e con gli stessi bis. E sistemando questi dati nelle loro giuste caselle, vien fuori che io ho esposto un quesito la cui risposta era stata data il giorno precedente. La risposta al mio quesito e, più in generale, alla domanda di rito: “Che cosa farà da grande?” è riposta nell’esecuzione di Aimi Kobayashi del concerto n. 2 per pianoforte e orchestra di Chopin, un avvenimento musicale che non credevo possibile. Ed in effetti questo avvenimento non era materialmente possibile neanche nel miglior posto nella sala da concerto, neanche al posto del direttore d’orchestra. I microfoni e le telecamere hanno rivelato, anzi hanno radiografato ogni palpito dell’esecuzione, cui non è possibile dare un resoconto sintetico. Si potrebbe dire che ho passato invano i primi 82 anni della mia vita, ma non è vero. In questo periodo di tempo ho accumulato una esperienza ed una sensibilità che mi permettono di dire che mai una esecuzione concertistica era stata in tal misura determinata dal valore del solista. Per fortuna quanto dico non è frutto del sogno di una notte di mezza estate, ma è una realtà documentata. Ed ognuno può esprimere il suo giudizio. Ma vi avverto: se avete un amico hacker, cioè capace di scaricare da internet anche ciò che non è legalmente scaricabile, scaricate indelebilmente questo concerto, che può essere cancellato da YouTube in ogni istante secondo il desiderio e il diritto di chi ne detiene il legale possesso: anche quando sarà pubblicato, presumibilmente dalla EMI, il disco di questo concerto, questa registrazione televisiva che mandiamo in rete ha un valore assolutamente insostituibile. Non solo e non tanto per il suo significato storico, ma per il suo incalcolabile valore intrinseco: un suono super High Fidelity ed una visione super High Definition per una vicenda irripetibile: una bambina prodigio appare improvvisamente sotto le spoglie di una donna superiore e fa adesso quello che farà da grande.



Frederik Chopin (Francesco Hayez)

Il mistero dell’origine
La Kobayashi introduce nel pianismo un nuovo paradigma: quello dell’amante dell’autore. Io paventavo che l’insorgere in lei della passione potesse indebolirla sotto forma di sentimentalismi, e di conseguenza indugi ed incertezze nell’esecuzione che lei, invece, sin dalla nascita, ha sempre condotto con impavida determinazione. Ed invece devo riconoscere che l’insorgere della passione l’ha trasformata in una dinamo emotiva. La sua tecnica, fuori discussione, è veramente un dono divino che la mette in grado di suonare quel che vuole come vuole. Ed ella sfrutta integralmente la sua sovrana podestà della levità del tocco: il pianoforte è un dispositivo meccanico che produce suoni entro due limiti costituiti dall’impulso minimo necessario per passare dal silenzio all’emissione del suono più tenue, al massimo impulso necessario a produrre il suono più forte. Ella spinge il suo fraseggio sino al limite (e sembra superarlo) del suono più tenue e lo sposa con la sua arte più sottile: quella del legato. Ella lega anche lo staccato, anche le pause. Una nota, un accordo tenuto, che sembrano aver esalato l’ultimo respiro acustico, Aimi li riprende e li riporta in vita. Il suo eloquio, la sua dizione, sono ricchissime di sfumature, di nuances, di fremiti e sussurri, e non mancano di confluire nel grido di passione e d’esultanza. Chiude gli occhi e si lascia trasportare dal dialogo interiore. In tale viaggio sentimentale, in tal emotivo rapimento. ella stringe a sé, sul suo soffice seno appena spuntato, il sembiante dell’amante, mentre le sue mani tessono la più dolce delle poesie.
Le sue mani, le sue dita, sembrano quelle gommose di un geko, la lucertolina che s’arrampica sulle pareti e s’addormenta sul soffito della stanza. Come le dita di Valentina Lisitsa sembrano sfiorare i tasti senza toccarli, le dita di Aimi Kobayashi sembrano mai rompere il contatto con la tastiera, e questo è il segreto della continuità della sua perorazione. Ma non è solo il cuore che le batte in petto ad alimentare la sua azione: nella sua testolina una zampillante fonte montana distilla sinapsi ignote al resto del mondo ed alimenta il suo albero della conoscenza. Quand’ero bambino, presso la parentela, i conoscenti ed il vicinato io ero considerato un genio, e mi rammarico di non aver domandato, quando potevo, perché. Adesso il perché mi appare abbastanza chiaro. Sapevo leggere e scrivere prima di andare all’asilo, e leggevo libri di trecento pagine. Tutto merito di nonna Adele, che non mi ha mai regalato né un giocattolo né un dolcetto, ma mi portava al Teatro Reale dell’Opera a vedere il Barbiere di Siviglia, mi insegnava il francese, mi faceva studiare il pianoforte, mi regalava libri, ma innanzitutto, mi aveva regalato una scatola contenente tanti cartoncini con tutte le lettere dell’alfabeto, maiuscole e minuscole, stampate e corsive. E così, giocando, scrivevo e leggevo. Credo che se avessi avuto sempre al mio fianco nonna Adele, la mia vita si sarebbe sviluppata in maniera diversa. Ed indubbiamente Aimi ha mostrato il suo talento precoce ed ha trovato al suo fianco il devoto giardiniere che l’ha fatta crescere, fiorire e fruttificare. Forse la sua storia familiare è presente nei siti internet in giapponese, ma in quelli in lingua inglese si legge solo quando è nata ed in quale prefettura, dopodiché segue l’elenco, interminabile, dei concerti dati e dei premi vinti. Ma chi ha soffiato sul focherello attizzato dalla sua prima scintilla e l’ha tramutato in un inarrestabile falò? Bene, prima o poi lo sapremo.

Il giorno decisivo
Nel frattempo il massimo (ed unico) vero informatore sulla vita e la carriera di Aimi Kobayashi rimane Romilly Hambling con i suoi vari blog su internet. Ove è riuscito già a pubblicare la recensione del paio di dischi di Aimi incisi dalla EMI per il solo mercato giapponese, comunque acquistabili presso le grosse agenzie tipo Amazon. Ebbene, ripeto, io mi sono posto tanti interrogativi su Aimi la cui risposta è tutta contenuta nel concerto chopiniano tenuto il 28 ottobre 2010 (con una coda nel giorno successivo) a Tokyo, nella sala da concerto dell’istituto femminile Shouwa con la Yomiuri Nippon Symphony Orchestra diretta dal maestro Kimbo Ishii Eto in cui venne eseguito, oltre che ad una sinfonia di Dvorak, il Concerto n. 2 di Chopin e, come bis il notturno n. 20 in do diesis minore e l’Etude op.10 n.4. Come ho già accennato, mi ci è voluto un bel po’ di tempo per collegare i brani, apparsi in ordine sparso su YouTube, alle date. Ebbene, io e la cricca dei miei amici di gioventù avevamo sempre relegato i concerti di Chopin nel limbo, ed andavamo in brodo di giuggiole per i concerti di Bethoven eseguiti da Arturo Benedetti Michelangeli. Non era una scelta sbagliata, dati i tempi (anni 40 e 50), in cui la nostra fame di musica classica veniva soddisfatta dai concerti all’Adriano e a Santa Cecilia ma, prevalentemente, dall’ascolto radiofonico. Il quale era generossissmo nei programmi di musica classica sinfonica, strumentale ed operistica ma, acusticamente parlando, era quello che era: limitato nella banda passante, limitato nella dinamica ed affetto da continui disturbi atmosferici. A parte il fatto che chi aveva un vero e proprio orecchio musicale riusciva ad ascoltare e capire tutto quello che c’era da ascoltare e capire anche attraverso le gracchianti apparecchiature di quell’epoca (senza TV, senza stereo e senza modulazione di frequenza), evidentemente la musica di Beethoven, marziale e travolgente, emergeva meglio di Chopin. E comunque non si poteva certo dire che tra noi giovani ci fosse disprezzo e disistima nei confronti di Chopin, tanto e vero che, a clamorosa smentita di quanto detto finora, il brano che ci galvanizzava e che ripetevamo fino all’esaurimento nei nostri concerti fischiettati era la Mazurka op. 68 n. 2 di Chopin, elegiacamente eseguita da Arturo Benedetti Michelangeli.



In questo brano, miracolosamente reperito su YouTube, si può ammirare il Maestro bresciano nella sua rigida compostezza, talché ci si domanda come potevano i comandi del cervello raggiungere mani e dita senza alcun movimento apparente. Invece Aimi Kobayashi si agita, si sposta da destra a sinistra, si alza e si abbassa, anzi si lascia cadere sulla tastiera per produrre i suoi fortissimi. Poi abbassa la sua testolina fino a sfiorare la tastiera per estrarre dal silenzio i suoi pianissimi che più piano non si può. Mi piacerebbe riavere tutta la strumentazione e la camera ad acustica controllata che avevo ai tempi in cui pubblicavo la rivista Audiovisione per eseguire analisi spettrali sull’emissione dei suoni di Aimi, la cui formantica (sruttura spettrale di un suono nella fase iniziale di formazione del fronte d’onda. Questo termine non si trova su nessun dizionario, neanche sul Battaglia e neanche sul New Oxford American Dictionary, ma in articoli che trattano l’acustica del tocco ho trovato un termine che credo perfettamente equivalente: transitorio d’attacco) è di impareggiabile dolcezza, come se fosse dovuta all’interferenza costruttiva delle sole armoniche d’ordine pari. Prima di andare avanti su questa strada, sarà bene che io controlli che cosa si sa su questo argomento. Al momento quello che si può affermare con certezza è che Aimi Kobayashi, più o meno istintivamente, esercita un forte controllo sul tocco, che è diventato una sua caratteristica peculiare se non esclusiva. Ogni suo accordo, arpeggio o singola nota è sempre sotto il dominio della sua capacità espressiva. La prima volta che sono stato in Francia, m’è sembrato che lo zucchero fosse più dolce, il sale più salato, l’acqua più fresca ed il vino più inebbriante. Lo stesso dicasi per un brano musicale suonato da Aimi: se i singoli suoni fossero organismi viventi, si troverebbe che i suoni di Aimi presentano una sensazionale biodiversità. Questo l’ho constatato, per esempio, nel confronto con il titano del pianismo femminile: Martha Argerich, che dalla sua giovinezza fino ai nostri tempi ha sempre suonato mostrando un vollto serio, corrucciato, a volte malevolo e come sospettoso che qualcuno venisse a saccheggiare le sua miniera di diamanti. E deformato da un empito volitivo. Laddove Aimi Kobayashi, col suo visetto di animaletto disneyano, si ritrae in se stessa, si astrae dal mondo e se ne va dove va la sua fantasia, il suo pensiero, lasciandosi cullare “sull’ali dorate”. Il suono di Martha Argerich è rigidamente determinato e preciso. Quello di Aimi Kobayashi è duttile e malleabile come l’oro. Martha Argerich compie integralmente il suo dovere. Aimi Kobayashi esprime tutta la sua gioia di vivere. Ritorniamo per un istante all'esecuzione di Arturo Benedetti Michelangeli della mazurka op. 68, n.2: un  lettore di YouTube mi precede nel dire: “Se togli l’audio e guardi, sembra che non stia facendo nulla, è lì, muove appena le dita, eppure fa tutto e molto di più”. Nella frase precedente il lettore aveva detto: “I pianisti bravi non sono quelli che si agitano, ma sono quelli che eseguono i pezzi più estremi con paurosa semplicità”. Sembra vero, ma non è: i pianisti bravi sono quelli che danno, come possono, tutto quello che hanno nell’anima. Mia moglie, che l’ha vista più volte in concerto, dice che Clara Haskil sembrava un passerotto dalle ali spezzate che a mala pena si teneva in equilibrio sulla tastiera, che svolazzava penosamente, e non si sa dove traeva le forze per suonare come suonava. Quanto ad Aimi Kobayashi, nel suo moto perpetuo non c’è nulla di esibizionismo. Tutti vedono che la bambina si stringe e s’allarga, si alza e si abbassa col suo corpicino, per essere presente in tuti i punti della tastiera e dei pedali ove il suono viene formato, forgiato e modellato. Ella segue un’arcana coreografia, si trasla in un’altra dimensione in cui le lunghezze cambiano a seconda della tensione emotiva, ed in cui il tempo non è metronomico ma viene colto a chicchi e a grappoli. In Aimi Kobayashi tutto l’organismo è chiamato alla produzione del suono. Quando nel concerto n. 2 la pianista, dopo l’introduzione orchestrale, inizia la sua parte, le due mani discendono unite dalla parte alta della tastiera, quella dei suoni acuti, alla parte bassa, quella dei suoni gravi. Ivi giunte, la mano sinistra rimane abbandonata priva di sensi sulla tastiera, mentre la destra s’invola in un aereo solfeggio. Durante il quale la mano sinistra riprende i sensi e si autosostiene con suoni prelevati direttamente dal silenzio. È così che viene costruito il legato continuo “a la Kobayashi”, che può essere faticosamente descritto a parole, ma che risulta evidente dalla visione, dove non ha bisogno di essere spiegato ai profani che spontaneamenta lo intuiscono. Il suono della Kobayashi è congenitamente audiovisivo. Gli antichi amanti dell’Alta Fedeltà non possono chiudere gli occhi ed immaginarsi che ella suoni veramente nel loro salottino. Per ascoltare veramente Aimi Kobayashi bisogna vederla suonare.


Attenzione: per evitare inceppamenti, fissare la definizione non oltre 480p
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Prima donna assoluta
Chi aspetta ancora un po’ per emettere un giudizio definitivo su Aimi Kobayashi, e che seguita a porre l’interrogativo: “Bisognerà vedere che cosa farà da grande”, è completamente fuori strada. Dal concerto del 28 ottobre 2010, che è materia di questo articolo, a tutt’oggi, Aimi Kobayashi ha vinto la 12th International Chopin Piano Competition in Asia in January 2011 nella “Division C”, cioè aperta a tutti, senza limiti d’età (le altre categorie avevano limiti d’età a 15 e 22 anni). Un vero e proprio campionato mondiale, ed Aimi Kobayashi entra nell’albo d’oro come la più giovane vincitrice. Contemporaneamente Romilly Hambling riporta il giudizio di due acquirenti (musicisti) del secondo CD di Aimi Kobayashi edito dalla EMI inizialmente per il solo mercato giapponese. Il disco (HQCD), intitolato “Aimi Kobayashi” contiene due sonate di Beethoven (Patetica e Appassionata) e le Kinderszenen (Scene Infantili) di Schumann. I due musicisti hanno giudicato con indifferenza le due sonate, ma hanno asserito che le Kinderszenen sono “Una cosa al di fuori di questo mondo”. Il giudizio sulle sonate non concorda col giudizio entusiastico dato dai critici sulle sue esecuzioni in concerto. In compenso il giudizio sulle Kinderszenen concorda col mio pensiero. Cioè che Aimi è una vera dinamo emotiva che si esalta col sentimentalismo. Che diventa una sua arma invincibile (quando io temevo che fosse un pericolo in agguato). Aspettiamoci quindi che Aimi esegua l’intera opera omnia di Schumann, e poi seguiti con Schubert, Mendelssohn e completi la sua panoramica su Chopin. E se scoprisse una vena di romanticismo nelle 555 sonate classiche di Domenico Scarlatti suonato, invece che col clavicembalo, con tutta la squillante sonorità di uno Steinway? Questo esperimento è già stato tentato con pieno successo da Christian Zacharias, rivelando un compositore nuovo, fresco, dinamico, da rispolverare e da mandare in scena, come ha fatto la Callas che ha riportato alla luce vecchie opere cadute ma non sepolte nell’oblio. E come la Callas veniva eletta e riverita come “Primadonna Assoluta”, così pensiamo che Aimi Kobayashi sia matura per adornarsi dello stesso titolo.

(Fototitolo: www.paintingsbymargaret.com, le altre: foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

giovedì 17 marzo 2011

Banzai Nippon


Il monte Fuji, simbolo del Giappone

Questo pianeta è fiero del suo popolo migliore: il Giappone. Se il Giappone cede, cederà l’intero pianeta, praticamente senza nessuna ulteriore capacità di difesa contro l’instabilità introdotta dalle attività umane. Il Giappone vincerà questa sua battaglia e tutte le battaglie successive, ma vincerà a nome proprio e non a nome del resto del pianeta. Il Giappone ha virtù che gli altri paesi non hanno, tra cui quella di un razionalismo che trascende ogni altra qualità. Adesso tutto il mondo ha visto come i giapponesi, di fronte alle calamità che mai, prima d’ora, s’erano abbattute in tal misura sul mondo, (talché aggettivi come “biblico” e “apocalittico” vengono a perdere tutto il loro significato), si sia comportato in maniera estremamente composta ed ordinata, quasi con indifferenza e sprezzo del pericolo. In realtà ognuno di essi ha eseguito al millimetro le istruzioni ricevute sin dalla nascita. Ognuno di loro conosceva il regolamento, e l’ha applicato, ma un conto è eseguire il regolamento in una cerimonia dimostrativa di fronte alle autorità, al pubblico festante ed al suono della banda cittadina. Ed un altro conto è quello di eseguirlo nel momento della fine del mondo. Io spero che se il nostro pianeta sarà ulteriormente provato da queste terribili prove, almeno i giapponesi sopravvivano per riaccendere la vita nelle generazioni future. Alla fine di questa vicenda si conteranno le perdite, e qualsiasi sia il loro ammontare, se i giapponesi non avessero applicato il loro regolamento le perdite sarebbero state il quadrato, il cubo, l’ennesima potenza di queste.

L’accoglienza
Non ricordo quando per la prima volta sono stato in Giappone, se nel ’78 o ’79 o prima. Ricordo il mese: aprile. E tra quei giorni di aprile ivi trascorsi c’era anche il 28, che è la mia festa. E qualche giorno prima o dopo c’era anche la festa del loro imperatore Hiro Hito. Per cui trovai un Giappone in festa, ed in piena fioritura delle azalee e dei rododendri. La stranezza della belleza giapponese m’aveva colpito prima ancora di atterrare: dal cielo si vedevano le culture a terrazze del riso, ed il terreno era conformato in maniera diversa da come lo conoscevo. Il terreno delle risaie che conoscevo io, nel nord Italia, era in in pianura, con le mondine che avanzavano a schiere e cantavano.

Risaie di montagna
Il campo di riso era come un lago, mentre qui il campo di riso era come una cascata che si frange e rimbalza sui fianchi di una montagna. La fugace visione dei campi di riso verticali mi aveva comunque comunicato una fulminea impressione: quella del terreno, del territorio, delle culture agricole trasformate ed elevate al livello di una creazione artistica. Quella di un panorama che non fa da sfondo ad un’opera d’arte (come, per esempio, nella Gioconda di Leonardo), ma che è opera d’arte di per sé. Dopo quella prima impressione, tal concetto si è in me rafforzato quando in Europa, in Italia, in Svizzera, vedo la bellezza delle cime innevate, dei fiumi che fluiscono maestosamente, dei laghi che ribrillano i bagliori di un tramonto, accanto ai filari delle vigne che ammantano i fianchi di una collina e digradano in elaborate terrazze. Ma lì. In Giappone, ogni elemento della natura che ci circonda è preso come elemento essenziale di un’opera d’arte. Le oleografie (chiamiamole così) giapponesi sono canoniche nel mostrare il giardino ideale con la sorgente zampillante, il corso d’acqua e lo stagno, con il loro ponticello, e sulla proda la piccola foresta di bambù. E l’albero abbarbicato e contorto dal vento….Tutti questi elementi dello stereotipo si traducono in una realtà che  si attua nell’ambito dello spazio disponibile: dal paio di metriquadri di un atrio ricavato in una minuscola locanda alle distese fiabesche dei giardini imperiali di Katsura (Kyoto). Ma che si sintetizzano in un singolo vaso di fiori, in un singolo mazzo di fiori, in un singolo fiore, come mostrano l’arte del Bonsai, e l’arte dell’Ikebama.

Pittura tradizionale giapponese

Eravamo uno stuolo di giornalisti europei invitati in Giappone dalla Matsushita (o Panasonic). Io, direttore e propretario della rivista Audiovisione, ero stato da loro selezionato a rappresentare l’Italia (negli anni successivi l’invito fu esteso, a turno, a tutte le altre riviste tecniche), ed all’atterraggio il loro comitato d’onore mi circondò e mi sobbarcò di un pomposo omaggio floreale. Rimasi imbarazzato e commosso, ma non volli sbarazzarmi di quel mazzo di fiori, e me lo portai appresso finché non fummo alloggiati in albergo. Ero esilarato da quell’omaggio, probabilmente offertomi come il più anziano della compagnia. Ero già stato numerose volte invitato in Europa e in America dalle più rinomate ditte di “Alta Fedeltà” e di elettronica d’intrattenimento, ero già stato principescamente accolto e lussuosamente alloggiato, ma mai mi era stato offerto un mazzo di fiori. Ed arrivati all’albergo, nella mia stanza trovai un regalo per il mio compleanno: una bottiglia di brandy Suntory (da pronunciare “Suntory”) ed una scatola di legno contenente un bellissimo vaso di porcellana. È inderogabile caposaldo dell’etichetta giapponese offrire regali di modesto valore venale ma pomposamente impacchettati. Come per il semantico McLuhan “il mezzo è il messaggio”, così per i giapponesi l’oggetto è l’involucro, non il contenuto. Anni dopo venni a trascorrere due e o tre settimane di vacanze a Tokyo, e ad un certo punto mi trovai a corto di quattrini. Telefonai a mia moglie chiedendo di inviarmi una certa cifra, e qualche giorno dopo la banca mi avvertì che c’era un messaggio per me. Recatomi in banca, mi fu offerto un cestino di vimini intrecciato, contenente un pacchetto confezionato in carta di seta con tanto di sbuffi e nastrini. Ci scambiammo ampi sorrisi, e solo dopo aver soprassato diversi isolati osai aprire il pacchetto, che conteneva il rotolino di yen tanto sospirato.

Traghetto Blue Star degli anni '70
Concezione del lavoro
Comunque, la prima vera, grande, inaspettata sorpresa col mondo giapponese la ebbi quando una mattina il “Mainichi Daily News”, il giornale che quotidianamente ci veniva recapitato nella nostra stanza d’albergo, recava articoli allarmistici ed ampia documentazione fotografica sull’imminente sciopero dei traghetti che minacciava di paralizzare il traffico dei pendolari, e quindi di paralizzare l’attività degli uffici, dei negozi, delle agenzie della capitale. Come contromisura impiegati, operai e funzionari si stavano attrezzando per il pernottamento negli uffici e nei posti di lavoro in modo da non interrompere l’attività. Le foto ritraevano l’allestimento di giacigli provvisori negli uffici, cucine di fortuna ed altro. Come è costume in Giappone (ed in Svizzera), lo sciopero, minacciato come inevitabile, all’ultimo momento fu scongiurato, ma se si fosse tenuto, la città l’avrebbe vanificato con le sue contromisure.
Come ho detto, questo viaggio riservato ai giornalisti specializzati nel settore elettronico, era organizzato dalla Matsushita, la ditta elettrotecnica più grande al mondo (per lo meno allora). Gli intrattenimenti ed i seminari tecnici venivano intramezzati con le visite in fabbrica. Fummo portati ad Osaka e visitammo uno stabilimento per l’allestimento delle casse acustiche. I vari componenti da assemblare giungevano con un montacarichi, ove una squadra di operai erano pronti ad accoglierli. Questi operai non erano vestiti da operai tradizionali, ma sembravano un gruppo sportivo in allenamento, con tanto di magliette, pantaloncini e scarpe da tennis. Appena arrivava un carico di componenti, essi erano pronti ad afferrarli, inserirli negli appositi ricettacoli, porgerli alla portata di un compagno di lavoro che con la chiave inglese serrava i bulloni e girava le viti. Un lavoro vertiginoso svolto all’insegna di una ben congegnata coreografia ergonomica. In pochi secondi il prodotto veniva confezionato, imballato, etichettato e spedito ad una destinazione determinata dal computer. Durante uno di questi cicli operativi, avevo notato un operaio (o meglio, un atleta) che, con particolare slancio, scattava in azione ed animava il resto del gruppo. Si distingueva per avere un nastro rosso che gli cingeva il capo. Domandai se fosse il caposquadra o comunque un elemento emerito del gruppo, e che cosa significasse quel nastro rosso. La risposta fu: “No, quello è in sciopero”.

Ammasso globulare di azalee a Tokyo
Giardini e fioriture
Arrivai dunque a Tokyo nel periodo della festa dell’Imperatore, della festa mia, della fioritura dei ciliegi e della fioritura delle azalee e rododendri. Come appassionato di floricoltura, molte cose in teoria già le conoscevo, ma non ero preparato a vederne la spettacolare dimostrazione pratica. Una pianta cui dedicavo particolare attenzione è sempre stata l’azalea assieme al suo fratello maggiore: il rododendro. Sapevo dai libri che il clima adatto a queste piante era quello caldo e umido che in Italia, o per lo meno a Roma, non c’è, perché qui, quando arriva il caldo ad aprile e a maggio, smette di piovere. Quindi nel nostro clima le azalee e i rododendri sono quello che sono, ed i migliori esemplari vanno ricercati nelle serre. Comunque, nel nostro piccolo, le azalee in vaso esposte verso Pasqua sulla scalinata di Trinità dei Monti, a cura del Comune di Roma, una certa figura l’hanno sempre fatta.

Azalea bonsai

Ma come il piccolo astronomo dilettante rimane stupefatto a guardare da un vero osservatorio astronomico le galassie globulari, così a Tokyo rimasi annichilito ad osservare i giganteschi ammassi globulari delle azalee in piena terra spuntare nei giardini pubblici. Sì, quello è il loro clima: ad aprile invece di andarsene vengono le piogge. Inoltre, forse neanche in Inghilterra, nei reali botanici giardini di Kew, è possibile trovare giardinieri provetti quanto i giardinieri giapponesi. In ogni località giapponese in cui mi sono recato, le piante, i prati, gli alberi, i fiori sono coltivati con perizia ed eleganza inimitabili. Gli ammassi globulari di azalee di cui parlavo, sono ottenuti piantando decine o centinaia di esemplari uno accanto all’altro, di varia tonalità cromatica, e poi potando a palla tutto l’ammasso. Quello che i giapponesi fanno in grande, lo fanno anche in piccolo, ed in effetti, tornando in patria, portai con me un bonsai Kuro Matsu, e cioè un “Japanese Black Pine” (pino nero giapponese), mentre il cuore lo lasciai nel giardino pensile di Mitsukoshi, accanto ad una piccola azalea in pieno fiore del costo di 12 milioni di lire. I giapponesi sono capaci di creare un giardino zen sistemando su un vassoio sabbia e sassolini. In grande, quello che ho visto nei giardini di Katsura, la residenza imperiale di Kyoto, non ha riscontro in tutto il resto del mondo. 

Katsura, residenza imperiale a Kyoto
Pur trasudando una civiltà d’antichissima data coeva con la nascita del mondo, ben poche vestigia si sono tramandate nel tempo, perché i giapponesi hanno sempre anteposto al marmo il legno. E così, nel grande parco di Katsura, gli edifici che emergono dalle acque sono, appunto, in legno ben cigolante, in modo che nessuno potesse furtivamente inoltrarvisi senza essere notato. Dalle immagini si vede il trionfo dello stereotipo estetico, filosofico e naturalistico tradizionale giapponese.


Una geisha a Kyoto
Le geishe
A Kyoto il nostro gruppo fu intrattenuto in maniera principesca: accanto alla visita di Katsura, con relativa cerimonia del tè, e ad escursioni varie, la parte elettrizzante era costituita dal trasferimento, di sera, nel grande locale da ballo dal nome di “Bellamy”, una sala a due piani (platea e galleria) con una orchestra di quaranta elementi. Il nostro posto era in galleria, sistemati attorno ad eleganti tavolinetti, circondati da stormi di ragazze (ma sembravano bambine) adibite alla nostra cura (intensiva). Il loro compito era quello, teorico, di eseguire ogni nostro desiderio. In pratica esse prevedevamo, prevenivano e catalizzavano ogni nostro desiderio, facendoci pervenire una bottiglia di champagne dietro l’altra ed altre bevande rare, intramezzate da piattini di sushi ed altre delicatezze che non ricordo.  Quello che ricordo è che ci attorniavano da presso e non ci facevano mancare il calore di fruscianti carezze. Poi venne la celebre cantante, accolta da salve di applausi. Applausi che divennero addirittura disruptivi quando attaccò: “Ciao, ciao Bambina” e nel brusio chiaramente si distingueva la parola “Canzone”. Così seppi che in Giappone le canzonette si chiamavano “Hits”, ma quelle italiane si chiamavano “Canzoni”.

Govane apprendista geisha


Se a Kyoto fummo intrattenuti in modo principesco, a Tokyo il nostro intrattenimento si poteva classificare, ma solo a posteriori, addirittura “regale”. Fummo portati in un locale di geishe, che si esibivano su un palcoscenico in danze col ventaglio ed in escuzioni musicali col koto (a sei o otto corde, non ricordo). Trattasi di una sorta di cetra stativa, cioè che non viene portata a braccio ma va appoggiata ad un tavolo o al suolo, un antichissimo strumento giapponese indelebilmente legato ad ogni opera letteraria classica. Infatti, negli anni successivi, l’ho trovato più volte citato nella lettura del “Genji monogatari”, l’opera di mille pagine, scritta nell’anno mille in caratteri kana dalla dama di compagnia della corte imperiale Fujiwara Fuji, in arte Murasaki Shikibu. Poi fu servita la cena, ed ognuna delle geishe venne a sedersi accanto ad ognuno di noi. Quella sera ero burbero e non gradii quella vicinanza. Poi, nei giorni successivi, seppi quanto veniva a costare l’intervento delle geishe ad un ricevimento ed ammutolii. Le geishe sono donne rispettabilissime, che, prima di raggiungere la qualifica, si sottopongono ad anni ed anni di durissimo tirocinio nelle loro accademie di formazione. Esse rappresentano il massimo giapponese in tema di eleganza e distinzione. Il loro abbigliamento, la loro acconciatura ed il trucco non possono (nel senso di: non devono) essere oggetto della minima critica se non di esplicita stupefatta ammirazione. La loro presenza in qualsiasi tipo di cerimonia ne determina il rango in maniera univoca: una festa con dieci geishe ha una caratura doppia di una festa con cinque geishe.

La danza del ventaglio
Ad Osaka il ricevimento riservatoci fu addirittura imperiale, nel senso che in una lussuosa immensa sala di non so quale Grand Hotel erano presenti non solo una quantità sterminata di geishe, ma anche due sculture in ghiaccio, alte almeno sette metri, una raffigurante un airone, l’altra raffigurante una pagoda a cinque piani. Mentre noi ci divertivamo a mangiare, a bere, e a suonare un grande Steinway da concerto. Le due sculture gocciolavano ed all’alba si sarebbero completamente liquefatte. Qualcuno di noi provava nostalgia per le affettuose ragazzette del Bellamy.

Banzai Nippon
In definitiva “Banzai Nippon” significa semplicemente “Viva il Giappone”, ma con alcune specificazioni. Innanzitutto il nostro “Viva” sottintende l’estensione “Viva a lungo” e, nel caso del “Banzai”, quel “a lungo” si può valutare attorno a “Diecimila Anni” come minimo garantito. Perentoriamente, nell’ora del terremoto, dello tsunami e della minaccia nucleare, il Giappone conferma di essere il miglior popolo della Terra. La sua cultura, di cui ho provato a dare una piccola rappresentazione, è equamente distribuita in tutti gli strati della popolazione senza zone di accumulazione presso determinati strati sociali e senza zone di esclusione in altri strati. La delinquenza in Giappone è molto bassa, e mostra una certa accentuazione nel settore minorile. Non è un dato inquietante, innanzitutto perché è dovuto allo stato di sforzo che determina il comportamento scolastico, caratterizzato da un altissimo tasso di competività, di cui parlerò in qualche altra occasione. Il fatto, poi, che il tasso di delinquenza si abbassa passando nelle fasce adulte d’età, significa che il fenomeno di delinquenza giovanile, anzi: infantile, è transitorio.

Il ponticello è il cuore del giardino formale giapponese (Katsura)
Quanto alla delinquenza vera e propria, essa presenta un aspetto paradossale: la Yakuza agisce in piena visibilità, la sua sfera d’interessi si esercita prevalentemente sugli appalti per le opere pubbliche, e prevale addirittura sulle forze dell’ordine nell’assicurare alla società giapponese ordine e sicurezza nei confronti della delinquenza spicciola. In primis essa tiene la società esente dallo spaccio della droga. Se la serata con gli amici si è troppo prolungata e siete rimasti senza più un goccio di birra, se avete una procace figliola di dodici anni, mandatela pure di notte a cercare un bar aperto: la Jakuza vi assicura che la vostra bambina non correrà nessun pericolo. Ebbene, i giapponesi ce la faranno a ricacciare indietro la minaccia del disastro nucleare. In caso contrario, non varrebbe la pena di aspettare l’uscita del prossimo numero di Famiglia Moderna.
Marino Mariani

(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

giovedì 24 febbraio 2011

Tanti auguri, caro Steve!

Steve Jobs

Steve Jobs, il capo della Apple e padre dell’iPod e di tutti gli oggetti che cominciano con la i minuscola, ha bisogno dei nostri auguri. Le notizie che trapelano dai giornali, a proposito del suo stato di salute, sono tutt’altro che rassicuranti, anzi…E poi lui è nato il 24 febbraio 1955, oggi è il 24 febbraio, quindi i nostri auguri hanno una doppia giustificazione, e speriamo che valgano il doppio.
Walter Isaacson


Dagli ultimi rilevamenti risulta che Famiglia Moderna, negli Stati Uniti, ha 693 lettori. Un po’ pochi per un Paese così grande, ma sarebbe bello che uno di questi si trovasse a Cupertino, e gli telefonasse: “Ehi, Steve, guarda: ti fanno gli auguri anche dall’Italia”. Ma anche se il nostro messaggio non giungesse a destinazione, qualche altro milione di messaggi gli arriveranno certamente da tutta la gente che lo ama. E poi resta con noi per un altro bel po’ di anni, così terrai occupato Walter Isaacson che sta scrivendo la tua biografia. Non sei curioso di sapere che cosa hai combinato nella vita? Tanti auguri, comunque, da tutti noi.

(Foto Google di dominio pubblico. Click per ingrandire)

domenica 13 febbraio 2011

Albert Einstein: 4a parte

Di Marino Mariani


Questa volta, cari lettori, sia pur di malavoglia cedo la parola, anzi la scena, a Liliana Cavani, regista della finzione “Einstein”, andata in onda in due puntate su RAI 1, il 26 e il 27 ottobre. Così facendo, questa puntata della mia biografia di Einstein diventa anomala, perché non rispetta la continuità temporale. Ma non si tratterà di tempo, o meglio: di spazio tipografico perso, perché approfitterò della mia constestazione dell’opera della Cavani per narrare episodi della massima importanza della vita di Einstein, che avrei comunque dovuto toccare nelle future puntate. (Biografia scritta originariamente per la rivista Suono)

Albert Einstein

Se non mi sbaglio, questa è la seconda volta, da quando ho iniziato la mia collaborazione con Suono, che uso la parola “finzione” laddove chiunque altro, in Italia, avrebbe usato la parola “fiction”. Non è un mio vezzo esclusivo: questa parola (finzione), con questo significato (fiction), l’ho sentita pronunciare alla TV della Svizzera Italiana, e siccome sono cittadino svizzero, mi sono sentito pienamente autorizzato ad utilizzare liberamente vocaboli dell’Italiano Federale che si scrive e parla nel Canton Ticino. Ovviamente, dovendo scendere apertamente in lizza sul significato di questa parola non in un contesto Federale, bensì di lingua Nazionale Italiana, mi sono premurato innanzitutto di stabilire il significato esatto di questa parola nella sua lingua originale, cioè l’inglese scritto e parlato sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico. Nel “dock” del mio computer MacIntosh c’è una figurina (icona) intitolata Dictionary, che incorpora il New Oxford American Dictionary (che è anche il mio dizionario inglese di riferimento), l’Oxford American Writer’s Thesaurus, l’Apple Dictionary, e la Wikipedia. Alla voce “fiction” il dizionario mi dà tre significati: 1. Brano letterario in forma di prosa, prevalentemente storie brevi o novelle, che descrive eventi e personaggi immaginari. 2. Invenzione o montatura opposta alla realtà (he dismissed the alligation as absolute fiction: respinse l’accusa come un’assoluta falsità).  3. Falsa supposizione o dichiarazione, che spesso si assume come vera per la convenienza di farlo (the notion of that country being a democracy is a polite fiction: dire che quel paese è una democrazia è una pietosa bugia).

Liliana Cavani giovane



Dunque, nel suo significato primigenio, la fiction è una finzione, una falsità. Se andiamo ad esplorare le altre sezioni del mio dizionario su schermo, cioè la Wikipedia, leggiamo: “per fiction (letteralmente in italiano “finzione”, dal latino fingere) si intende la narrazione di eventi immaginari, in netto contrasto con la narrazione di eventi reali”. Questo testo è in italiano, quindi non soggetto ad errori di traduzione. Viene trattata anche la voce “Fiction Televisiva”, sempre in italiano: “…Per quanto riguarda la fiction televisiva l’aspetto prevalente di finzione non risiede nella storia narrata, che può invece essere basata anche su fatti realmente accaduti (è il caso della fiction televisiva di genere biografico e storico) ma nella rappresentazione scenica. La fiction televisiva si contrappone quindi al documentario nel quale può esservi certamente finzione scenica, ma questa non ne costituisce un aspetto prevalente, bensì funzionale a quello che è il suo scopo: l’informazione, la divulgazione scientifica, la documentazione. Questo differenzia la fiction televisiva dall’opera cinematografica, il film, per il quale il documentario costituisce invece un genere”. Ed infine: “Uso del termine fiction televisiva: soprattutto nelle guide ai programmi televisivi, per film TV, miniserie televisive, serie televisive (escluse sitcom) e serial televisivi (escluse le soap opera e le telenovela) prodotti in Italia, viene usato più frequentemente il termine più generico “fiction”, mentre per le produzioni straniere vengono usati i più specifici termini “film TV”, “miniserie televisiva”, “serie televisiva”, “serial televisivo” e “telefilm”. Dal momento che in lingua inglese non viene usato, per denominare la “serie TV”, il termine fiction può indurre a pensare che solo la fiction televisiva italiana sia fiction, cosa non vera in quanto trattasi esclusivamante di consuetudine linguistica”. Come volevasi dimostrare.

Ma era una fiction?
Dunque io seguiterò ad utilizzare il termine finzione, con cui ci capiremo al volo, salvo tornare al temine fiction se devo parlare con qualche funzionario della RAI. Ebbene, Liliana Cavani ha presentato in anteprima la sua miniserie televisiva in due puntate da un’ora e mezza ciascuna alla quarta giornata del “RomaFictionFest”, quindi l’opera di cui parliamo avrebbe il dovere di essere classificata come una “finzione” ed io avrei il dovere di astenermi da ogni critica riguardo alla sua veridicità e credibilità. Senonché Liliana Cavani ha rilasciato un’intervista di 7’:30’’ reperibile su YouTube in cui ha dichiarato di non aver avuta nessuna intenzione di fare una fiction (“…non esiste….è assurdo, a meno che uno non voglia fare un serial, che però richiede tecniche specifiche..”). Ha affermato che la sua miniserie di complessive tre ore, è come un film di tre ore. Se avesse dovuto girare un film destinato alle sale, l’avrebbe fatto esattamente così. E su questo intento erano d’accordo lei stessa, i suoi sceneggiatori Massimo De Rita e Massimo Falcone, i finanziatori Claudia Mori, la RAI &c., gli attori, ed anche tutto il personale tecnico dai caporeparto all’edizione…. al montaggio. La Cavani fa cenno, in termini dichiaratamente spregiativi, ad un “docudramma” prodotto tempo fa tra Parigi e la BBC “ …che però è la solita cosa: c’è lo studio, poi un’immagine completamente inventata…” mentre il suo è “un film in assoluto, che vuol andare a fondo, ma nel contempo vuol far capire quello che stiamo raccontando…”. 

Il professor Gino Isidori


E qui la signora Cavani invoca il suo consulente, il fisico Prof. Gino Isidori a testimoniare i loro sforzi “per approfondire la figura di Einstein, personaggio semplice ed autoironico, anticipatore dei tempi moderni perché le cose non sono più come cinque o dieci anni fa “(ma Einstein è nato 121 anni fa!). Chi vuole infine sentire parola per parola tutto quello che la regista ha detto per sostenere la veridicità e le buone intenzioni della sua “miniserie”, vada su Google e chieda “einstein liliana cavani”, e sarà servito di barba, capelli e shampo.
Ebbene, contro la pretesa di Liliana Cavani di aver fatto di Einstein una narrazione tesa all’approfondimento della verità, ed un film vero e proprio invece che una finzione, io affermo che tutta la sua narrazione, più che una finzione immaginata sulle ali della fantasia, è una sequela di falsità gratuite, ingenue, sistematiche e fuorvianti. In tutto il filmato che ho potuto vedere, c’è solo un piccolo episodio assolutamente vero che la Cavani ha rispettato in tutta la sua minimalistica integrità, e di ciò ringrazio la signora sin da questo momento. Lo rivelerò alla fine di questa puntata
Ebbene, dico subito che né la prima, né la seconda puntata dell’opera ho potuto vederle sin dall’inizio: ero intento a scrivere la quarta puntata di questa biografia, quando mi ha telefonato il professor Caprioli avvertendomi che su RAI era iniziata la trasmissione di un film su Einstein. Lì per lì neanche vi badai, ma più tardi mi sintonizzai, ed il giorno dopo, per caso, scoprii che andava in onda la seconda puntata, ed anch’essa la vidi, ma non dall’ìinizio

Einstein e Niels Bohr

“Einstein, piantala di……..”
Lo scopo principale di questa puntata, comunque, non è tanto quello di istruire un castello di accuse contro la Cavani, quanto quello di individuare gli episodi maggiormente travisati e sostituirli con la loro realtà storica. Suppongo che diversi lettori di Suono abbiano visto l’Einstein televisivo, e principalmente ad essi devo il ripristino della realtà
Comincerò dalla fine, quando Einstein muore, e la Cavani gli fa dire alcune parole di commiato iniziate dalla frase “Dio non gioca a dadi….” Quando Einstein morì, essendo un ateo irremovibile come Bohr e Fermi, il suo pensiero non era rivolto a Dio. Ma Einstein quella frase, rimasta famosa, la disse una quarantina d’anni prima quando battibbeccava con Bohr sulle conseguenze del principio di indeterminazione di Heisenberg che trasformava il determinismo della fisica classica nel probabilismo della meccanica quantistica. Pensando di poter chiudere la questione con una “frase scenica” alla maniera degli operisti italiani dell’ottocento (tipo “Ridi, pagliaccio!”, “Cortigiani, vil razza dannata”, “Eri tu che macchiavi quell’alma”…..), Einstein gli lanciò questo lungolinea: “Dio non gioca a dadi!”. Ma Bohr gli rispose con uno smash imprendibile: “Einstein, piantala di dire a Dio quello che deve fare!”. Qualsiasi uomo di teatro, o di cinema, o di piccolo schermo non si sarebbe lasciato sfuggire questo scambio al fulmicotone, sempre che qualcuno del gruppo avesse letto una biografia di Einstein.
Ma questa, in fondo, è un’omissione, un’occasione perduta, e dal punto di vista della rilevanza dibattimentale c’è di peggio. Passiamo adesso ad un punto cruciale della vita di Einstein e del mondo intero. Ve lo racconto integralmente, perché tanto l’avrei pubblicato in una puntata successiva, e dopo che ve l’avrò raccontato a modo mio, vedremo come invece è stato interpretato dalla Cavani.

La lettera
Vi devo presentare Leò Szilàrd, un fisico ungherese brillante ed alquanto eccentrico, vecchio amico di Einstein, con cui aveva collaborato a Berlino negli anni 20 nel progetto e nello sviluppo di un nuovo tipo di frigorifero “senza alcuna parte in movimento”, una vera trovata da geni, che i due brevettarono, senza riuscire ad immetterlo con successo sul mercatto, data la loro inesperienza nel campo degli affari. Sfuggito ai nazisti, Szilàrd si recò in Inghilterra, e poi a New York, dove lavorò nella Columbia University alla realizzazione di una reazione nucleare a catena, idea che gli era venuta in mente qualche anno prima, attendendo che un semaforo diventasse verde. Quando ebbe notizia della scissione avvenuta con l’impiego dell’uranio, egli realizzò l’idea che questo stesso elemento poteva essere utilizzato per una reazione a catena potenzialmente esplosiva, e ne discusse con Wigner, altro fisico rifugiato da Budapest, e i due cominciarono a preoccuparsi dell’acquisto, da parte della Germania, delle riserve di uranio del Congo, che a quel tempo era una colonia del Belgio (a scuola si chiamava Congo Belga). Come potevano due rifugiati ungheresi in America mettere in guardia il Belgio? Szilàrd si ricordò che Einstein era grande amico della Regina Madre del Belgio. Ed Einstein stava passando l’estate del 1939 in barca a vela a Great Pecony Bay, in Long Island, nel paesino di Hamptons. Altri particolari Szilàrd li ebbe, telefonicamente, dall’Università di Princeton. Domenica 16 luglio 1939 i due ungheresi si misero in viaggio, con Wigner al volante, perché Szilàrd, al pari di Einstein, non sapeva guidare. Arrivati ad Hamptons, nessuno seppe indicare loro il villino del dott. Moore, dove Einstein alloggiava, ma sul punto di arrendersi ebbero l’idea di domandare ad un ragazzo: “Per caso, non sapete dove vive il Professor Einstein?”. La risposta affermativa fu immediata.

Einstein e Szilàrd preparano a lettera a Roosevelt

Seduti ad un rustico tavolo di legno, Szilàrd spiegò come dall’uranio cui erano sovrapposti strati di grafite poteva svilupparsi una reazione a catena esplosiva a causa dei neutroni prodotti da scissione nucleare. “Ed io non ci avevo mai pensato!”, esclamò Einstein. Fece ancora qualche domanda e ci pensò sopra per un quarto d’ora, e poi cominciò a capire tutte le implicazioni: invece di scrivere alla Regina Madre, forse era meglio scrivere ad un ministro belga che egli conosceva. Wigner, più saggiamente, ritenne che tre stranieri, prima di confidare ad uno stato estero tanto delicati argomenti di sicurezza, avrebbero dovuto interpellare il Dipartimento di Stato, ed in tale caso la lettera avrebbe dovuto essere firmata da Einstein, per poi essere smistata all’ambasciatore belga in una busta del Dipartimento di Stato. D’accordo su ciò. Einstein dettò una bozza in lingua tedesca. Wigner la tradusse in inglese, la diede alla segretaria per dattiloscriverla, e la inviò a Szilàrd. Alcuni giorni dopo un amico combinò per Szilàrd un colloquio con Alexander Sachs, un economista della Lehman Brothers ed amico del presidente Roosevelt. Più pratico dei tre fisici teorici, Sachs consigliò di inviare la lettera direttamente alla Casa Bianca, e si offrì di recapitarla personalmente, a mano. Pur avendo incontrato Sachs solo per la prima volta, a Szilàrd quel piano piacque. “Non farà male a nessuno seguire questa via”, scrisse ad Einstein. Potevano farlo per telefono o dovevano incontrarsi personalmente per eseguire la revisione della lettera? Einstein rispose che doveva ritornare a Peconic, mentre Wigner doveva recarsi in California per una visita. E così Szilàrd ingaggiò un altro esponente dell’incredibile gruppo di fisici teorici ungheresi che si erano ritrovati in America. Costui era Edward Teller (che in seguito costruì la bomba all’idrogeno, dopo che Fermi aveva costruito la prima bomba atomica). Oltre che essere un simpaticissimo genio, Teller possedeva una spaziosa Plymouth del 1935, e su tale mezzo Szilàrd riprese la strada per Peconic, portando con sé la bozza originale della lettera, vecchia ormai di due settimane. Ma Einstein realizzò che adesso si trattava di scrivere una lettera ben più esplosiva che non un semplice invito alla prudenza indirizzato al governo belga, a proposito della vendita dell’uranio congolese: lo scienziato più celebre al mondo si rivolgeva al Presidente degli Stati Uniti mettendolo in guardia su una probabile arma di incommensurabile potenza. Szilàrd ricorda che “Einstein dettò una lettera in tedesco, che Teller buttò giù, e che io presi a modello per preparare due bozze di lettera destinata al Presidente”. Secondo gli appunti di Teller, Einstein dettò una bozza in cui non solo sollevava la questione dell’uranio del Congo, ma che spiegava anche la possibilità di una reazione a catena, suggeriva che ne poteva nascere un nuovo tipo di bomba, e sollecitava il Presidente di prendere un contatto formale con i fisici che si interessavano a questa materia. Poi Szilàrd preparò ed inviò ad Einstein due versioni, una di 45 righe e l’altra di 25, entrambe datate 2 agosto 1939, lasciando ad Einstein il compito di decidere quale fosse la migliore. Einstein le firmò entrambe con una semplice sigla, abbandonando la pomposa firma fiorita che spesso utilizzava. La versione maggiore giunse infine al Presidente.

Il monito
Eccone il contenuto:
Signore 
Alcuni recenti lavori di E. Fermi e di L. Szilàrd, che mi sono stati comunicati in forma di manoscritto, mi inducono a prevedere che l’elemento uranio possa diventare, nell’immediato futuro, una nuova ed importante fonte di energia. Certi aspetti della situazione che si è venuta a creare sembrano richiedere vigilanza e, se necessario, una pronta azione da parte dell’Amministrazione. Credo pertanto essere mio dovere quello di porgere alla vostra attenzione i seguenti fatti e raccomandazioni:……Può sorgere la possibilità di provocare una reazione nucleare a catena in una notevole massa di uranio, dalla quale potrà essere generata una grande quantità di potenza e grosse quantità di nuovi elementi simili al radio. Ora sembra quasi certo che ciò potrà essere realizzato nell’immediato futuro.Questi nuovi fenomeni potranno dunque sfociare nella costruzione di bombe ed è probabile – ma molto meno certo – che potranno essere costruite bombe di nuovo tipo estremamente potenti. Una singola bomba di questo tipo, portata per nave e fatta esplodere in un porto, può benissimo distruggere tutto il porto e parte del territorio circostante……Alla luce di questa situazione voi potrete ritenere auspicabile stabilire un contatto permanente tra l’Amministrazione ed il gruppo di fisici che lavorano alle reazioni a catena in America.

Avrei potuto presentare questa lettera in una miglior forma italiana, ma mi sono strettamente attenuto all’originale elaborato da quattro fisici di cui nessuno era di madrelingua inglese. La lettera iniziava con la parola “Sir”, e terminava con il monito che gli scienziati tedeschi forse stavano già lavorando alla realizzazione della bomba, ma una volta scritta la lettera, rimaneva il problema di come farla pervenire nelle mani del Presidente Roosevelt. Einstein dubitava di Sachs. I quattro presero in considerazione il finanziere Bernard Baruch ed il presidente del MIT Karl Compton. Stupefacente fu il fatto che quando Szilàrd rispedì la copia dattiloscritta della lettera, avanzò il consiglio di utilizzare come intermediario Charles Lindbergh, reso celebre, dodici anni prima, dal suo volo solitario attraverso l’Atlantico.

Chaels Lindbergh. il primo trasvolatore solitario dell'oceano Atlantico

Questi illustri rifugiati ebrei sembravano non rendersi conto che Lindbergh era un ammiratore di Mussolini, ed era stato entusiasticamente accolto in Germania ove Hermann Göring in persona lo aveva decorato con la Medaglia d’Onore della Nazione Tedesca, ed era diventato isolazionista, in netto contrasto con Roosevelt. Einstein l’aveva conosciuto pochi anni prima a New York, e gli scrisse una missiva in cui gli chiedeva di ricevere il dott. Szilàrd che gli avrebbe fatto importanti rivelazioni…..Lindbergh neanche rispose. Allora Szilàrd si rifece vivo con una lettera del 13 settembre, ma il gruppo si rese conto della vanità di questi tentativi quando, due giorni dopo, Lindbergh tenne un discorso radio a tutta la nazione, incitandola vieppiù all’isolazionismo. Rassegnato, Szilard scrisse ad Einstein: “Lindbergh non è il nostro uomo”.
L’ultima loro speranza rimaneva Alexander Sachs, cui era stata affidata le missiva firmata da Einstein, ma che, nonostante la sua importanza, per almeno due mesi non fu in grado di inoltare la lettera. Nel frattempo la lettera da importante divenne impellente, perché alla fine di agosto Germania e URSS firmarono un patto di non aggressione che consentiva loro di spartirsi la Polonia. Immediatamente l’Inghilterra e la Francia (quest’ultima con un ritardo di 24 ore) dichiararono guerra alla Germania, dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Per il momento l’America rimaneva neutrale, però iniziava il riarmo
Il Presidente F:D:Roosevelt


Alla fine di settembre Szilàrd venne a trovare Sachs e rimase inorridito scoprendo che costui ancora non era stato in grado di fissare un appuntamento con Roosevelt, quindi scrisse ad Einstein. “C’è una seria possibilità che Sachs non ci possa servire a nulla. Wigner ed io abbiamo deciso di imporgli un termine di dieci giorni”. Sachs ce la fece per un pelo, e mercoledì 11 ottobre fu ricevuto, con in mano la lettera di Einstein, nell’Ufficio Ovale. Nella versione della Cavani Szilàrd e Wigner andarono a trovare Einstein, gli dissero come stavano le cose, gli proposero di scrivere una lettera a Roosevelt. Egli domandò: “Che cosa devo scrivere?”, “Comincia con: Caro Presidente”. Fine della trasmissione.


Rain Man
Quella che segue non è una divagazione fuori tema, ve ne accorgerete più tardi. Vi ricordate quel bel film americano del 1988 intitolato “Rain Man”? Credo che in italiano si chiamasse “L’uomo della pioggia”, che è l’esatta traduzione di Rain Man, ma in realtà quel “Rain Man” è una deformazione di “Raymond”, il nome che nel film assume Dustin Hoffman, mentre Tom Cruise si chiama Charlie, ed è il fratello minore di Raymond. Charlie è dipinto come uno yuppie egoista, che subisce un rovescio nel commercio di automobili Lamborghini, e che ignora persino di avere un fratello maggiore, d’altronde ricoverato in clinica perché egotista (non confondete con egoista). Lo viene a sapere quando muore il padre, ed il grosso dell’ingentissima eredità va proprio al fratello maggiore.

Tom Cruise e Dustin Hoffman


Sia come sia, egli va a prelevare Raymond nell’istituto ove è ricoverato ed assieme a lui inizia un viaggio da Cincinnati a Los Angeles, reso interminabile dal fatto che Raymond, per il suo stato psichico, non può viaggiare né in aereo, né in autostrada. Durante questo viaggio Charlie comincia ad affezionarsi al fratello che, accanto a comportamenti maniacali, come la ripetizione infinita di “Who’s on first” (una gag presa da un film di Gianni e Pinotto, relativa ad una partita di baseball: “Chi è in prima base?”, in cui “Who” è l’interrogativo “Chi?”, ma è anche un nome proprio), ebbene, oltre a queste pause psicotiche, Raymond mostra di avere una memoria prodigiosa. Così capitano a Las Vegas, e si siedono ad un tavolo di Blackjack, il più popolare “casino game” descritto per la prima volta, nel 1602, da Miguel Cervantes autore del Don Quijote. nella sua opera “Novelas Ejemplares”. Il gioco si svolge tra un certo numero di giocatori ed il banco. Vince chi ottiene il punteggio più alto, ma inferiore a 21 (chi supera questo valore “sballa”), attribuendo alle carte i seguenti valori: da due a dieci le carte valgono tanti punti quanto il loro valore nominale. Le figure valgono, indistintamente, dieci punti, mentre gli assi possono valere “uno” o “undici” a seconda delle circostanze e per scelta del giocatore. Il fascino di questo gioco consiste nel fatto che il giocatore, oltre alla fortuna che presiede alla distribuzione delle carte, può contare su una certa strategia: quella di tenere il conteggio mentale delle carte già uscite per calcolare la probabilità di uscita delle successive carte del mazzo, determinando così la convenienza di chieder carta o restare. Ebbene, sfruttando la prodigiosa memoria di Raymond, i due fratelli effettuano grosse vincite prima di essere allontanati dal casino.

Dustin Hoffman memorizza le carte uscite a Blackjack
Diverso è il caso di altri giochi di fortuna. Per esempio, giocando con una coppia di dadi, noi conosciamo perfettamente le probabilità a priori di ciascun numero. Il calcolo è facile: poiché ciascuna delle 6 facce di un dado si può liberamente combinare con ciascuna delle 6 facce dell’altro dado, le “figure” totali sono 6x6=36. Di queste i numeri 2 e 12 si possono verificare in uno ed un solo modo, cioè 1+1 e 6+6, quindi ognuno di questi numeri ha una sola probabilità a priori su un totale di 36. L’11 ed il 3 hanno invece una probabilità doppia, perché si possono ottenere in due modi: 2+1 e1+2, oppure 5+6 e 6+5. Ripetendo il ragionamento, ecco le probabilità a priori degli altri numeri: il 4 e il 10 ne hanno 3 ciascuno; il 5 e il 9 ne hanno 4; il 6 e l’8 ne hanno 5, ed infine il 7 ne ha ben 6, potendosi verificare nei modi: 6+1, 1+6, 5+2, 2+5, 4+3 e 3+4. Se fate la somma di tutte le probabilità a priori, troverete quel valore, 36, che avevamo detto sin dal principio. Ma questo aiuta poco un giocatore di dadi, che terrà conto di questi calcoli, ma se i suoi dadi non sono truccati non potrà impedir loro di far uscire un numero sempre casuale, sempre indipendente del numero che è uscito immediatamente prima. La frequenza di uscita di un ceerto numero è però soggetta ad una legge ferrea, che è detta la “Legge dei Grandi Numeri”, la quale afferma che, all’infinito, la frequenza tende ad eguagliare la probabilità a priori. Questo significa che se tirate i dadi 10, 20 o 50 volte otterrete una serie di risultatii che non sembra seguire nessuna legge. Per esempio il 2 (o il 12), che sono numeri rari, potrebbero uscire anche 5 o 6 volte di seguito, mentre il 7, favorito nel calcolo delle probabilità a priori, potrebbe tardare in modo anomalo. Ma se tirate i dadi moltissime volte, per esempio migliaia di volte, troverete che la frequenza del 7 si avvicinerà al suo valore asintotico calcolato a priori. A seconda delle giocate eseguite, la frequenza d’uscita del 7 si avvicinerà, per esempio, al valore 60mila, la frequenza del 6 e dell’8 al valore 50.000 e così via. Come si vede, uscito un numero, non c’è nessun procedimento matematico per predire il numero successivo. A maggior ragione questa indeterminazione vale per un gioco come quello delle macchinette a gettone, in cui le probabilità a priori possono essere calcolate solo sapendo quante volte ciascuno dei vari simboli (ciliegine, arancio, campana……) è stampigliato su ciascuna delle ruote (in genere tre). Questi dati non sono assolutamente a disposizione dei visitatori casuali, e comunque non possono dare alcuna indicazione sulle figurine che usciranno la prossima volta, e solamente con l’esperienza il giocatore imparerà, a proprie spese, a conoscere quali sono le combinazioni più frequenti (e meno remunerate), e quelle più ricche (che non escono mai). Ma che c’entra tutto questo con la biografia di Einstein? Assolutamente nulla. Ma Liliana Cavani non la pensa così.


Eduard, Mileva e Hans Albert Einstein

Il viaggio di Eduard
Liliana Cavani prende molto a cuore la situazione familiare di Einstein, ed in particolare i suoi rapporti con il figlio minore Eduard, che sin da ragazzino mostrava tanta buona tendenza allo studio della musica, quanto saltuari comportamenti neurotici nichilisti nei confronti del padre. Eduard voleva intraprendere studi di psichiatria, ma fu lui stesso travolto da turbe psichiche che gli impedivano di studiare con rendimento costante. Eduard fu una continua preoccupazione per Einstein, che vedeva nel figlio avanzare ineluttabilmente una tara ereditaria forse generata nell’ambito della discendenza materna (Mileva Maric, prima moglie di Einstein, era la madre di Eduard). Durante i suoi viaggi e le sue lunghe permanenze all’estero, Einstein era continuamente informato sullo stato di salute di Eduard dal suo amico Michele Angelo Besso, col quale, sino all fine della vita di entrambi, intratteneva una fitta corrispondenza scientifica e familiare. Ecco uno stralcio della Lettera 112 del carteggio Besso- Einstein, datata Berna, 18 settembre 1932. La lettera è diretta da Besso ad Einstein, ed inizia con dolenti considerazioni suoi legami tra i due, che si ripercuotono parallelamente nel figlio di Besso, Vero, e nel figlio minore di Einstein, Eduard (detto Tete o Tetel):
……. È per questo che sono affezionato al tuo Eduard. Quali ponti ci collegano? La mia vita e la tua giovinezza, il tempo in cui il tuo genio ti suggeriva centomila idee e i tuoi sforzi tenaci riuscivano a trarne l’unica valida, e il modo puro con cui io ne gioivo, e le mie infinite obiezioni. Le pene simili a quelle altrui, la difficile posizione accanto al padre celebre, il dissidio proprio sotto i nostri occhi che ci colpisce proprio diritto al cuore. Il destino peer cui i miei sforzi sinceri per riappacificare te e Mileva hanno finito per mutarsi nella mano che ha sancito la separazione: le mie parole di allora, quando pensavo che la tua separazione dal nostro popolo e dalle sue aspirazioni non fosse così profonda come appariva al tuo sentire profondamente umano – e che in qualche modo possono aver contribuito a separazioni e unioni. Ora, il ponte esiste. Certo qualcuno potrebbe dire: ha un padre straordinario, un’ottima madre, è dotato e simpatico, anche se un po’ chiuso come molti giovani.........Lo stesso Eduard mi ha detto: “Fatico a condurre a termine il dovere impostomi. Papà deve provare un sentimento analogo quando fa lezione malvolentieri”. Fare lezione non ha per te un’importanza veramente profonda, ha pensato tra sé il vecchio amico. “Che cosa ci posso fare? Ognuno deve cavarsela da solo. Io ho dovuto farlo e devo continuare a farlo. Che ne sai tu bambino dai capelli bianchi, di quanto pesante sia il fardello di colui che cerca e di quanti ancora, da tutte le parti, vorrebbero addossamene! Aiuta, se puoi, e altrimenti rassegnati, come anche altre persone devono rassegnarsi!”.E tuttavia: prendi con te per una volta il ragazzo in uno dei tuoi grandi viaggi. Quando gli avrai dedicato il tempo libero di sei mesi della tua vita – avrai allora imparato a sopportare in lui anche cose che non ammettiamo con gli altri – perché dall’esterno le cose appaiono diversamente che dall’interno; ma allora saprete anche, una volta per tutte che cosa vi unisce e, a meno che non mi sia clamorosamente sbagliato, in quest’occasione gli si aprirebbe la via verso una propria, gioiosa attività. Un proverbio italiano dice: offelé, fa’l to mesté: “Pasticcere, fa’ pasticcini”; in tedesco, indirizzato a me, impicciati degli affari di casa tua. E ancora in italiano: va’ a farti benedire!
Caro, vecchio amico, perdona il tuo vecchio amico Besso.

Besso e Anna Winteler. foto unica esistente


Questa lettera di Besso, tanto diversa da tutte le altre, di contenuto provalentemente scientifico, se la poniamo nella giusta prospettiva, è veramente straziante. Il vecchio amico fa i salti mortali per manifestare con estrema delicatezza e discrezione la sua preoccupazione per lo stato di Eduard, e suggerisce ad Einstein quella che ritiene l’unica cura possibile che dia ancora un filo di speranza: portatelo con te e mostragli tutto il tuo amore di padre! E, nel timore di aver in qualche modo passato i limiti della buona creanza, affibbia a a se stesso l’accusa di essere un impiccione. Einstein gli risponde il 21 ottobre 1932:
Caro Michele, come potrei essere arrabbiato con te? Non ti ho ancora mai visto dire o fare qualche cosa se non con l’intenzione di fare del bene. Così è stato nel caso di Tetel. L’ho quindi invitato per l’anno prossimo in America (a Princeton). Quest’anno non sarebbe stato opportuno, perché in California la situazione e i miei doveri in particolare sono piuttosto delicati. Per Tetel sarebbe più un peso nocivo vhe un riposo. Tutto porta purtroppo a credere che la pesante eredità di famiglia si manifesti in modo decisivo in lui. L’ho già vista arrivare, lenta ma inarrestabile, fin dalla giovinezza di Tetel. Gli eventi e le influenze esteriori, in simili casi, non rivestono che un piccolo ruolo in confronto alle secrezioni interne, sulle quali nessuno può niente.
Convinto (non a torto) che si trattasse di una tara genetica, Einstein aveva già declinato un invito di Besso a far psicoanalizzare Tetel. Per convincere Einstein, Besso aveva anche affermato di aver lui stesso ricavato notevoli benefici da un trattamento psicoanalitico cui si era sottoposto per superare difficoltà con la moglie Anna Winteler, sorella di Marie Winteler di Aarau, che Einstein stesso gli aveva fatto conoscere. Nonché le difficoltà che aveva incontrato con il figlio Vero. Benché fosse amico di Sigmund Freud, Einstein ritenne che la psicoanalisi non c’entrasse per nulla con il caso di Tetel.
A questo punto facciamo rientrare nello scenario Liliana Cavani. La quale descrive la visita di Tetel a Princeton e i rapporti ripresi col padre. Il quale, in perfetto parallelismo col film “Rain Man”, si carica il figlio su un macchinone scoperto e, lui al volante, se lo porta in un lungo viaggio per la campagna del New Jersey. Sostano in vari hotel e ristoranti. In uno di questi si sta esibendo una banda di jazz, e Tetel (Eduard) si lancia sul pianoforte, lasciato provvidenzialmente libero, e si mette a capo del complesso suonando meglio di Paderewski. Ma l’analogia col film di Dustin Hoffman si fa anche più stretta quando, in un locale con annessa sala da gioco, Tetel osserva un giocatore che, spazientito per le continue perdite, sta abbandonando una macchina a gettone, e lo ferma esclamando: “Giocate ancora, alla prossima vincerete”. Ma costui perde ancora e si allontana spazientito. “Ma no, dovete assolutamente giocare ancora, la vincita è sicura!”. Einstein viene in soccorso del figlio: “Giocate ancora, se non vincerete vi rimborseremo la spesa”. Naturalmente il giocatore non vince ed Einstein lo risarcisce.
Ma a questo punto i nodi vengono al pettine: Einstein non ha mai guidato un’automobile, non possiede nessuna automobile, né può prenderla in noleggio, non avendo la patente. Al contrario di Dustin Hoffman, Eduard Einstein non è un soggetto autistico, bensì schizofrenico. Inoltre si difende sostenendo “Avevo calcolato tutte le probabilità!”. Orbene, Liliana Cavani, nell’intervista riportata da YouTube, afferma di aver usufruito della consulenza del fisico Isidori, che avrebbe dovuto spiegargli la differenza tra un calcolo delle probabilità in un gioco soggetto alla legge dei grandi numeri ed il conteggio delle carte ancora presenti in un mazzo da Blackjack, avendo memorizzato tutte le carte sinora uscite. Infine poteva fare del tutto a meno di ficcarsi in questo ginepraio, che non fa onore alla sua squadra di collaboratori, se avesse tenuto conto che Eduard Einstein era sepolto in una clinica svizzera, cui, in qualità di malato di mente, le autorià USA non concessero mai il visto d’ingresso.


Il frigorifero di Einstein e Szilàrd

Girandola finale
Dunque, tutto il viaggio in America di Eduard Einstein e le sue avventure in campagna col papà sono ”non avvenute”. Eduard, detto Tete o Tetel, è morto a 55 anni a Burghölzli, che altri non è che il nome popolare dato all’Ospedale Psichiatrico dell’Università di Zurigo. Dalla data della sua risposta alla lettera di Michele Angelo Besso, Einstein non ha più rivisto quel figlio..
Nell’opera della Cavani si vede una Berlino del dopoguerra della Prima Guerra Mondiale tirata completamente a lucido, con i cubetti di porfido (sampietrini, in romanesco) del selciato lavati e stirati uno per uno, con i professori dell’Università severamente e dignitosamente intabarrati nei loro vestimenti accademici. Ma a quel tempo, il governo tedesco, per non pagare i debiti di guerra, aveva fatto svalutare la propria moneta oltre ogni limite concepibile. Ricordo, nella collezione di francobolli di mio padre, valori di diversi milioni di RM (Reichsmark), ma sul catalogo Yvert et Tellier erano registrati anche valori postali di miliardi di RM. A quel tempo anche un paio di guanti scompagnati o di scarpe sfondate aveva un valore superiore a qualsiasi somma in danaro. I costumi erano completamente degenerati: Berlino era un lazzaretto, un bordello, un carnaio a cielo aperto. È strano che la Cavani, autrice del film “Il portiere di notte”, ritenuta quindi un’esperta di degenerazioni tedesche, abbia preferito ambientarsi in una Berlino di fantasia. In America Einstein viene alloggiato in un appartemento arredato in maniera strana. “Che cosa essere questo?”. Semplicemente un frigorifero, del tutto sconosciuto ad un Einstein che insieme a Slilàrd ne aveva progettato uno avveniristico senza parti in movimento. Sconosciuto ad un Einstein il cui padre Hermann e lo zio Jakob guidavano un’industria elettromeccanica operante nel Nord Italia.

Einstein e la segretaria Helen Dukas



Appena passata la trentina Einstein ebbe i capelli bianchi caratteristici della sua storia iconografica, ma la Cavani l’ha fatto morire con i capelli neri. Einstein si presenta ad un ricevimento senza pantaloni. Einstein si lamenta che nessuno rammenda i suoi calzini, capo d’abbigliamento che non usava. Ma lo spazio a mia disposizioni è completamente esaurito, e quindi voglio chiudere con l’episodio più improbabile evocato dalla Cavani: in America, una bambina del vicinato bussa alla porta del suo villino, e gli offre una tortina fatta in casa. In cambio l’aiuterebbe a fare i compiti di scuola? Ma certamente! Come resistere ad una bambina vera, verissima, magicamente infiltratasi nella favola della Cavani? Un altro motivo di gratitudine va alla Cavani per aver lasciato completamente in ombra la figura di Helen Dukas, segretaria di Einstein dal 1928 al 1955 (anno della morte dello scienziato). Helen Dukas è infatti vissuta nell’ombra di Einstein, ma è venuta splendidamente alla luce più radiosa dopo la morte del genio, rendendo possibile la pubblicazione della sua opera omnia in 36 volumi, in corso di stampa a cura della Princeton University Press.
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