venerdì 5 novembre 2010

Aimi Kobayashi: il do diesis di Dio

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Nel primo articolo musicale apparso su questo giornale, attribuivo, e seguito ad attribuire, una singolare omnipotenza pianistica a Valentina Lisitsa, una pianista ukraina di cui non avevo mai sentito parlare. La sua tecnica è eccezionale e la pone ai vertici della classifica mondiale di tutti i tempi. Ma quello che mi aveva maggiormente colpito, più che la tecnica, era la mancanza di ogni forma di sfoggio da parte sua. Certi libri sono scritti benissimo, ma vi si vede, appunto, lo sfoggio della propria bravura letteraria da parte dell’autore. Mentre altri hanno uno stile apparentemente dimesso, ma che ha il pregio di risultare più veritiero. Il De Bello Gallico di Giulio Cesare è scritto volutamente in questo stile humilis, che rende la narrazione, priva di ogni forma di autoincensamento e di vanagloria, straordinariamente realistica. E pensare che viene chiamato cesarismo proprio il palese autoriferimento. Ebbene, di fronte alla Lisitsa è nata una nuova stella, una meraviglia giapponese che, apparentemente, sembra proprio l’opposto di Valentina: piccola invece che gigantesca, una giovanetta di quindici anni, invece che una signora di quarantuno. Quello che le unisce è una tecnica prodigiosa ed una profondità interpretativa che mi lascia senza parole (le troverò, le troverò). La bambina prodigiosa è Aimi Kobayashi, che ha già fatto il giro del mondo come concertista. Il fatto straordinario ed irripetibile è che su YouTube, ed in generale su tutta la rete, la vita pianistica di Aimi è fedelmente registrata a partire dal suo esordio concertistico all’età di anni tre. È quindi possibile vedere questa bambina, sempre nella stessa sala da concerto, prima montare su un seggiolino munito di pantografo per alzarla all’altezza della tastiera, e poi poggiare i piedini su una “cassetta dei congegni”, munita di rimandi, manovelle, molle, cinghiette e differenziali per consentirle di agire sui pedali con i piedini che non ci arrivano. Siccome poi è piccola di natura, questi congegni l’accompagneranno fino ad oltre i dieci anni, rafforzando la sua icona di bimba prodigio.

Aimi è nata il 23 settembre 1995 nella città di Ube, prefettura di Yamaguchi, ed è ivi vissuta fino al 2007, anno in cui si è traferita a Tokyo. Ha cominciato gli studi pianistici a tre anni, ed ha suonato con l’orchestra all’età di sette, e dall’età di otto anni è sotto la guida di Yuko Ninomiya, un’insegnante invero straordinaria come la sua piccola allieva. Ha vinto tre volte (vale a dire ogni volta che ha parttecipato) il premio “Glory Culture Prize” della Prefettura di Yamaguchi. Ha ricevuto l’entusiastico sostegno della AADGT, cioè della American Association for Development of the Giftet and Talented (Associazione Americana per lo Sviluppo dei Dotati e dei Talenti).

Le interpretazioni di Aimi Kobayashi sono impressionanti per la loro “consapevolezza”. Non è tanto il virtuosismo ciò che desta ammirazione, ma è il “rigore”, la perfetta attinenza al testo, la mancanza di orpelli ed abbellimenti. In una parola. la “maturità”. Quella maturità che un bravo musicista costruisce in sé lungo anni ed anni di carriera e che Aimi Kobayashi possiede sin dalla nascita come dono celeste. Sin dalle sue prime esibizioni in pubblico, su un pianoforte da concerto, pur cominciando con brani d’una certa semplicità, le sue interpretazioni sono state sempre “adeguate”, nel senso che “quel” determinato brano neanche Arturo Benedetti Michelangeli l’avrebbe suonato meglio. Ci sono le prove. Prendiamo un pezzo che più che da concerto è da saggio annuale degli insegnanti privati, perché non essendo trascendente come difficoltà, fa  comunque una bellissima figura. Parlo dell’Improvviso op. 90 n. 2 di Schubert. Ho la fortuna di possedere l’esecuzione veramente straordinaria di Dinu Lipatti, il pianista romeno morto troppo prematuramente nel 1950 a soli 33 anni, avendo dimostrato di essere un gioiello di inestimabile caratura. Questo brano lo potete trovare su YouTube, e mi darete ragione se pensate che la sua interpretazione è d’altri tempi, e geni così non se ne incontrano più (questo è quello che pensavo anche io). Questo Improvviso è articolato su due forme musicali: la prima costituita da una serie di fluide sestine da eseguire alla velocità della…luce. Che culminano in un brano cadenzato basato su accordi. Ebbene, Aimi lo esegue alla stessa velocità, ma mentre Lipatti, arrivato agli accordi, li monumentalizza stagliandoli ed indugiandovi sopra con forza un po’ troppo accentuata, Aimi li esegue più agevolmente, contenendoli, domandoli in una perfetta linea melodica. Lipatti merita almeno 9,5, ed Aimi guadagna un bel 10. Aimi aveva 7 anni e le sue spallucce erano quelle di una bambina gracile.





La prova del fuoco è costituita dall’esecuzione della sonata Waldstein (detta anche Aurora) di Beethoven: qui il punto di riferimento assoluto, incontestabile, è rappresentato dall’esecuzione di Walter Gieseking del 1938 (in studio), mentre l’esecuzione di Aimi Kobayashi reperibile su YouTube non è ufficiale, perché avviene nel salone di una casa privata, alcuni giorni prima del suo concerto alla Carnegie Hall di New York. Devo dire che da quando avevo undici o dodici anni, e cioè da quasi settant’anni, ho cercato un’esecuzione di questa sonata che fosse paragonabile a quella di Walter Gieseking, che era posseduta in una serie di dischi da 30 cm a 78 giri, dal nostro più bravo e più ricco della classe, a casa del quale ci radunavamo per ascoltare e riascoltare la Waldstein (che noi chiamavamo Aurora). Ebbene, mentre l’intera nomenclatura del pianismo di questo pianeta è sempre risultata deludente al confronto di Gieseking, Aimi Kobayashi esegue questa sonata, che per esplodere in tutto il suo incomparabile fulgore deve essere tenuta sotto un sovrumano controllo dalla prima all’ultima nota, che dicevo? Ah, che Aimi Kobayashi esegue questa sonata… come Gieseking! Ci sono alcuni errori, non ha ancora la forza per il glissato del Prestissimo, perde alcuni centesimi di secondo nelle rampe ascendenti del Rondò, e di fronte al 10 assoluto di Gieseking arriva comunque ad un 9,6, che dimostra come la piccola principessina non è più il gracile fantolino di quando aveva 7 anni. Adesso ne ha 12. (Prima di chiudere il paragrafo vi dirò che su un parco di almeno venti pianisti da me ascoltati, il terzo classificato è Friedrich Gulda con 8,6. E comunque, con i moderni metodi di registrazione digitale, Aimi e la Lisitsa valgono potenzialmente 11/10).

E veniamo ai nostri giorni, cioè alla Aimi Kobayashi dell’anno 2010. Lei è 15enne, e tutte le tracce di sensualità interpretativa, anticipate nelle sue precedenti esecuzioni, ora assumono le sembianze di una evidente, precoce donnitudine. Da piccola nel suo cervello in via di conformazione si affollavano i feltrini di un pianismo intellettuale oscillante tra le tre corde ed il sordino. Ora interviene il cuore e la marea dell’amore. Ha già suonato tutti i tipi di musica da concerto, ma vediamola in un bis che, prima di adesso, ha già suonato altre tre volte reperibili su YouTube, e quindi chiunque può fare le proprie considerazioni sulle fasi del suo sviluppo. Il brano in questione è un brano facile che, come dico spesso, viene suonato in tutti i saggi annuali degli insegnanti privati. Trattasi del Notturno n. 20 in do diesis minore, opera postuma di Chopin. Difficoltà tecnica: nessuna. Valore musicale: dipende dall’interpretazione. Aimi lo suona con una tale intensità, con un tale rapimento, da creare un vero e proprio turbamento nell’auditorio. Quel do diesis, che nel corso del brano interviene due volte, e si riconosce perché è la nota più alta che viene suonata, è come una freccia scoccata a trafiggerle il grembo e l’apre all’estasi mistica di Santa Teresa d’Avila. Più che un’interpretazione è una vicissitudine, una passione che la isola dal resto del mondo. Come giudicheremmo un Daniel Baremboim, un Alfred Brendel, un Maurizio Pollini che suonassero così? Oltre che impossibile, sarebbe inappropriato. C’è una musica che è fatta solo per donne vere.
Marino Mariani





Orologio di famiglia


Orologio del periodo ellenistico, I° secolo a.c.


La passione è quanto unisce gli “amatori” degli orologi antichi (o semplicemente vecchi) ma la miccia che la fa esplodere è estremamente personale. Come molti primogeniti nella generazione del primo dopoguerra, quando me ne sono andato dalla casa paterna ho “ereditato” l’orologio d’oro di mio padre: per me questa è stata la prima volta in cui un oggetto (l’orologio) assumeva la valenza di un testimone, al di là del valore venale dell’oggetto. Quell’orologio mi venne poi rubato una ventina di anni fa dal mio ufficio in Largo Forano a Roma, lasciandomi un vuoto dentro, non giustificato dal rapporto che avevo, o avevo avuto, con mio padre. Da allora è come se lo stessi ancora cercando, era un cronometro “Universal” in oro rosa. Ho detto “come se lo stessi cercando” perché mi son ben guardato dal ricomprarlo: nel mercato specializzato se ne trovano di identici, in buonissime condizioni, per un prezzo che varia dai 400,00 ai 900,00 Euro (foto 1). 

Crono Universal anni 50, oro rosa
Un amico psicologo, mio quasi coetaneo, ha confermato con il suo comportamento che il “rapporto” con l’orologio di famiglia è particolare. Questo amico, quando è venuto a sapere della mia passione per i restauri mi ha affidato l’orologio di un suo zio, un Longines da tasca calibro 19 in argento. Questo orologio per lui ancora bambino era un oggetto tentatore da esplorare, di grande fascino, purtroppo una volta in una di queste “esplorazioni” l’orologio sfuggì alle manine del mio amico e cadde a terra rompendosi (mancava una parte dello smalto del quadrante e la cassa aveva il gambo che regge la corona di carica staccato) . L’orologio era poi stato riparato alla buona, con delle saldature che negli anni avevano ceduto e con un poco di colla avevano riattaccato i pezzi del quadrante; in aggiunta a questi danni estetici erano crepati un paio di rubini e un asse si era piegato. Revisionarlo e mettere a nuovo la macchina non è stato difficile, per la cassa il problema era diverso, occorreva togliere i residui delle precedenti saldature a stagno e far risaldare in argento, ribattere i “bozzi” e poi c’era il quadrante, ormai inguardabile in un orologio lucidato e rimesso completamente a nuovo, così ho fatto rifare il quadrante, sempre di smalto. Tutto questo spendendo più di quanto sarebbe costato in internet comprare un identico orologio in buone condizioni. Quando ho riportato, come mio regalo, il risultato di un mese di lavoro al mio amico, lui mi ha ringraziato ma ho visto nei suoi occhi un’ombra di tristezza, come se non fosse più l’oggetto che conosceva, evidentemente le riparazioni erano state “troppo” radicali ed avevano cancellato la storia degli incidenti, senza che lo zio ormai morto potesse di nuovo autenticare l’originalità dell’oggetto. L’orologio di famiglia così come l’ ho presentato in queste righe ha il massimo della sua diffusione nella seconda metà dell’Ottocento fino ai primi anni del dopoguerra con la nascita e lo sviluppo della classe media. Ho trovato dei cataloghi, specialmente americani (foto 2-3-4), in cui era il cliente a scegliere la macchina e poi la cassa, un monogramma aggiungeva un ulteriore tocco di unicità a quello che sarebbe diventato il simbolo del gusto, ma anche dello stato sociale della famiglia.



foto 2 foto 3 foto 4
A volte questi “pezzi unici” avevano altre origini, altre storie. Mi viene in mente il caso degli orologi con due o tre marchi, un esempio per tutti gli orologi destinati da Georges Favre-Jacot, poi Zenith (1911) dalla cittadina di Billodes, al mercato islamico (foto 5) tra il 1870 e il 1890. Il mercato era marginale e non giustificava la creazione di un nuovo marchio con cui contrassegnare il macchinario, così abbiamo il macchinario e la cassa marcati “Billodes” (foto 6), il marchio che in quegli anni usava il signor Favre-Jacot, e il quadrante “ K. Serkisoff & Co Costantinople” (foto 7) e addirittura una terza firma, quella del referente turco del marchio, colui che in una casa editrice potrebbe essere il distributore locale (foto 8).

Zenith Turco in argento, seconda metà ottocento

Naturalmente anche la concorrenza a quello che per semplificare chiamerò “Zenith” in quegli anni ha lo stesso comportamento per i mercati marginali. I macchinari diventano pressoché identici (prodotti in Svizzera dalla stessa fabbrica con calibri diversi con marchi e sottomarchi diversi) ma sempre con la stessa logica. La costruzione della macchina era molto legata al gusto estetico del mercato a cui era destinata (quello turco ed egiziano), così ecco controrubini cabochon sorretti da staffe in acciaio lucidate a specchio, uno spettacolo di pietre e specchietti (foto 9). Per chi volesse approfondire, “Georges Favre-Jacot” era un signore che forniva anche Faberge ed il mercato russo della corte dello Zar, come innovatore è stato tra i primi a realizzare macchine a 36000 alternanze, è facile trovare in Internet la sua biografia. L’alternanza è il numero di oscillazioni che un bilanciere compie in un’ora, maggiore è il numero di oscillazioni e maggiore è la precisione di un orologio.

foto 6 foto 7
foto 8 foto 9

Anche gli americani Elgin e Walthman avevano macchine prodotte in Svizzera, ma di questo mi andrebbe di parlare in un prossimo articoletto, in cui scoprire che anche aziende come la Longines per superare i problemi posti dalle Corporazioni dei produttori di orologi svizzeri (che erano una potentissima gilda) e i dazi doganali (altissimi negli USA sugli orologi svizzeri e non sui macchinari) esportavano in America macchine che poi venivano incassate negli Stati Uniti o in America Latina e non sempre con i marchi originali del fabbricante. Una morale? Se avete il vostro orologio di famiglia pensateci bene prima di farlo rimettere a nuovo!
Luciano Zambianchi

(Tutte le foto sono dell'autore. Per ingrandire: click su foto. Per Mac ulteriore ingrandimento su tastiera) 


mercoledì 3 novembre 2010

Innovativo Master dell’Università di Bologna

Claudio Tentoni, Pasqualino Maietta Latessa e Giovanni Paruto
La promozione dell’attività fisica e lo sviluppo di un ambiente fisico e sociale favorevole al vantaggio della salute pubblica è diventato anche un obiettivo a livello Europeo, come dimostrano le recenti iniziative della Commissione e del Parlamento Europeo. Un esempio è dato dal Libro Bianco della Commissione Europea dal titolo “Una strategia europea sugli aspetti sanitari connessi all’alimentazione, al sovrappeso e all’obesità” (2007), che ha come obiettivo la definizione di un approccio integrato europeo destinato a ridurre i problemi sanitari causati da un’alimentazione scorretta, dal sovrappeso e dall’obesità. Questo documento, che sottolinea l’importanza di adottare misure preventive e dinamiche per arrestare il calo dell’attività fisica riscontrata negli ultimi decenni è stato la base di un’idea: quella di formare soggetti con caratteristiche manageriali nel settore della promozione della salute.

In questi giorni è stato pubblicato sul sito dell’Università degli Studi di Bologna il bando per la partecipazione al Master Annuale di II Livello “Sviluppo dell’Attività Motoria e Promozione della Salute”. Il Master, nato da un’idea del dott. Fausto Felli, Presidente dell’Equity in Health Institute, è stato presentato, per la sua realizzazione, al prof. Carlo Bottari, Preside della Facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Bologna e successivamente approvato dal Consiglio di Facoltà e dagli Organi Accademici dell’Ateneo Bolognese.

La titolarità dei corsi che caratterizzano il master è stata affidata ad esperti di chiara fama e specialisti di settore. Inoltre, sono stati previsti alcuni seminari tematici e su temi specifici e caratterizzanti ad integrazione dei moduli di insegnamento. Al fine di perfezionare la preparazione dei partecipanti è stata inoltre prevista una formazione in aziende del settore.

Il master intende formare una nuova figura manageriale, lo “Equity in Health Manager”, la cui competenza sarà quella di collocarsi nell’azione dei distretti consentendogli di governare la graduale crescita di una funzione indispensabile nell’era della longevità di massa.Le figure professionali di riferimento sono i Medici e laureati in Scienze Motorie, Giuridiche ed Economiche che operano già in strutture pubbliche o private.Il Piano Didattico si compone di Materie di Insegnamento e Seminari, che sono parte integrante e qualificante del Master.

Le Materie di Insegnamento sono: Povertà e Salute; La Disciplina del Benessere Fisico; Municipalità e Produzione della Salute; Produzione della Salute nel Servizio Sanitario Nazionale; Attività Motoria e Benessere Fisico; Produzione della Salute su Larga Scala; Urbanistica e Salute; Impatto del Produrre Salute nel Settore Sanitario; Come Promuovere l’Equità della Salute; L’Attività Motoria come Nuovo Modello del Servizio Sanitario Nazionale.Le Materie dei Seminari sono: La fondazione della ricerca scientifica e la medicina generale: progetti possibili; La qualità del management quale fattore di successo dei programmi di Health Promotion su Larga Scala; Health Promotion nel governo degli eventi prevedibili ed evitabili; Le Medicine Non Convenzionali nel Programma Salute dell’Unione Europea; Health Promotion: il ruolo propulsore dell’Europa; L’associazionismo quale valore aggiunto del produrre salute su larga scala; Produrre salute su larga scala: l’approccio sistemico al management; Il ruolo del medico di medicina generale nel produrre salute su larga scala; L’architettura funzionale di SSN, SSR e ASL; Ilprodurre salute nel paziente anziano complesso: la nutrizione.La struttura proponente e sede delle lezioni del Master è la Facoltà di Scienze Motorie in via San Vitale, 38.

Il master approfondirà la funzione terapeutica dell’attività motoria, analizzerà e svilupperà le strategie che aumentano la diffusione dell’attività fisica quali obiettivi di sanità pubblica importanti che possono essere raggiunti attraverso politiche sanitarie mirate, individuando le competenze e le responsabilità. Il master inoltre svilupperà progetti di integrazione socio-sanitaria in ambiente termale e curerà le caratteristiche, le doti e le qualità che il manager in sanità pubblica deve avere.Verranno inoltre analizzate le tecniche per affrontare il tema della salute nell’ambito delle scelte di finanza pubblica mediante l’inquadramento della salute come rilevante segmento della spesa pubblica (attraverso una panoramica dei modelli e dell’impatto quantitativo sui conti pubblici). In questo quadro saranno approfonditi gli effetti della crisi del welfare sulla domanda e sull’offerta di salute e le distorsioni ipotizzabili. Successivamente verrà inquadrato il tema delle risorse destinate alla tutela della salute nella decisione di finanza pubblica attraverso la descrizione dei principali passaggi normativi e temporali del sistema italiano, con particolare riferimento alla evoluzione della forma di stato (federalismo fiscale, piani di rientro, modalità di finanziamento).

A livello europeo verranno analizzate in particolare sia le azioni che gli Stati dell’Unione intraprenderanno, sia la le ricadute sui diversi paesi. Verrà inoltre fornito il quadro giuridico generale della politica dell’Unione Europea sulla Sanità Pubblica basata sul Trattato dell’Unione Europea.Il master intende formare manager che progettino un modello di sanità accanto al cittadino, che lavorino per l’introduzione di un terzo pilastro nei sistemi di gestione della sanità, promuovendo il miglioramento dei sistemi di gestione per l’efficienza sanitaria, attraverso misure preventive rivolte alla riduzione delle diseguaglianze nella salute.

La direzione del Master è stata affidata dal consiglio scientifico al prof. Claudio Tentoni, Associato di Metodi e Didattiche delle Attività Motorie, da anni sostenitore, insieme al dott. Fausto Felli, dello sviluppo dell’attività motoria e della promozione della salute su larga scala.
Tutors del Master sono il prof. Pasqualino Maietta Latessa, Associato di Metodi e Didattiche delle Attività Motorie e il dr. Giovanni Paruto, Coordinatore della Facoltà di Scienze Motorie.

Riferimenti:
Scadenza bando: venerdì 10 dicembre 2010
Crediti formativi: 60 CFU; stage 12 CFU; prova finale 4 CFU
Numero minimo: 15 iscritti; prevista anche la partecipazioni di cinque uditori.
Per informazioni 051.2095554 giovanni.paruto@unibo.it


Per i cittadini italiani interessati a questo corso, precisiamo il significato di alcuni termini:
Caratteristiche manageriali: capacità direttive
Master: corso di perfezionamento
Equity in health: equità nella salute
Equity in health master: dirigente d’equità nella salute
Management: amministrazione
Health promotion: promozione della salute
Welfare: benessere (pubblico)
Tutor: assistente
Stage: stadio, grado

giovedì 28 ottobre 2010

Panasonic Italia Newsletter (02)

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DECT SEGRETERIA E VIVAVOCE: PARLA LIBERAMENTE
Il nuovo cordelss DECT Panasonic KX-TG7521 con segreteria telefonica è perfetto sia per l'ufficio che per la casa. L'ampio schermo LCD da 2,1” retroilluminato di bianco permette una facile lettura del display anche al buio. Oltre alla rubrica da 100 voci, dispone di diverse utili funzioni: sveglia, orologio e indicatore livello batteria; ma l'elemento in più è il vivavoce integrato: sia in casa - ad esempio quando si è indaffarati nelle faccende domestiche - che in ufficio - come quando si è al computer - consente di muoversi con la massima libertà.
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LA NUOVA ERA DEL MULTIFUNZIONECon ben 9 funzioni, Panasonic KX-MB2062 è una multifunzione laser di nuova concezione. KX-MB2062 incorpora segreteria e DECT (fino a 6 portatili), copia alla velocità di 24 ppm e può ricevere messaggi vocali e fax direttamente via e-mail; lo scanner di rete a colori è ad alta risoluzione (fino a 9.600 dpi interpolati); l'Easy Print Utility raccoglie e stampa i dati creati da differenti applicazioni. Compatta e sobria, la multifunzione Panasonic consente di guadagnare spazio in ufficio e di godere dei molti vantaggi della multi-communication.

UN DECT PER TUTTE LE OCCASIONI
Il telefono portatile Panasonic KX-TG6511 è l'ideale sia per la casa che per l'ufficio. Il vivavoce è funzionale in ogni occasione, ma il DECT offre anche un'ottima presa a spalla. L'ampio schermo LCD da 1,8” facilita la lettura di voci e funzioni, e unito al menù intuitivo favorisce l'accesso alle sue molteplici funzioni: risposta con qualsiasi tasto, ripetizione degli ultimi 10 numeri, 16 melodie, orologio, sveglia, tasto di ricerca portatile, indicatore di chiamata e di carica, compatibilità GAP.
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LUMINOSE EMOZIONI IN 3D
TH-152UX1 è lo strabiliante schermo 3D da 152'' annunciato da Panasonic. Il nuovo display non solo raddoppia l'efficienza luminosa dei precedenti modelli ma consuma anche la metà dell'energia. Inoltre il 3D è stato migliorato per consentire che le immagini siano riprodotte alternandosi alla frequenza di 60 frame al secondo (fps) per occhio. Il luminoso schermo riproduce contenuti dettagliati e immagini realistiche e quadruplica (4.096 x 2.160 pixel) la risoluzione dello schermo rispetto agli odierni Full HD (1.920 x 1.080 pixel).
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LA STAGIONE DEL 3D
Questo autunno verrà ricordato per l'avvento della tecnologia 3D. Panasonic Italia ha presentato le linee guida e gli obiettivi per rivoluzionare il mercato con la sua offerta di sofisticati TV, lettori Blu-ray, Home Cinema, videocamere e fotocamere 3D.Leggi la news

martedì 26 ottobre 2010

Perché gli hamburger McDonald’s “Happy Meal” non si decompongono?


Abbiamo ricevuto questo articolo nella newsletter di “Natural News” del 18 ottobre scorso, ma lo stesso è reperibile su internet alla voce “McDonald’s Happy Meal Hamburgers”. Alcuni termini contenuti nella lista degli ingredienti non sappiamo tradurli e li abbiamo lasciati nell’inglese originale. Potete indirizzarvi a “natural news” ed abbonarvi gratuitamente.




(NaturalNews) È sempre un evento divertente quando la stampa di tendenza “scopre” qualche cosa che essi ritengono nuova, anche se noi, seguaci della salute naturale, ne parlavamo da anni. Il New York Times, per esempio, ha pubblicato recentemente una storia dal titolo Quando le Medicine Causano i Problemi che Erano Intese a Prevenire. Lo stesso tasto noi lo stiamo battendo da anni, ripetendo come la chemioterapia causa il cancro, come le medicine per l’osteoporosi causano la frattura delle ossa, e come gli antidepressivi causano comportamenti suicidi.
L’ultima “nuova” scoperta dei giornali omologati è che gli hamburger McDonal’s Happy Meal con le relative patatine non si decompongono, anche se li tenete fuori per sei mesi. Questa storia è stata diffusa dalla CNN, dal Washington Post e da numerosi giornali a larga diffusione, tutti meravigliati che il cibo spazzatura prodotto dalle catene fast food è indeperibile.
Il ridicolo è che la comunità della salute naturale aveva trattato questa topica diversi anni fa. Chi ricorda il video di Len Foley “Bionic Burger”? Fu pubblicato nel 2007 ed alla fine totalizzò ben 2 milioni di passaggi su YouTube. Il video mostra un giovanotto che comprò i suoi hamburger McDonald’s nel 1989, i quali, dopo due decenni, ancora non si sono decomposti! Adesso costui raccoglie nel suo seminterrato un’intera collezione di hamburger non decomposti.

Ma la stampa di tendenza diede risalto a questa storia? Neanche una parola. La storia venne completamente ignorata. Soltanto nel 2010, quando un artista inviò una storia relativa ad un indecomponibile hamburger McDonald’s acquistato sei mesi prima i notiziari diffusero la notizia. Guardate il video allegato e potrete ammirare un intero museo di Big Macs - nessuno dei quali mostra tracce di deperimento. Ciò è particolarmente interessante perché il più recente “Happy Meal Project” che si propone di controllare per soli sei mesi lo stato dell’hamburger, ha attratto su di sé montagne di critiche da parte di alcuni osservatori, che asseriscono che gli hamburger andranno a male, se gli si dà il tempo sufficiente. Essi evidentemente non sanno nulla del museo degli hambuger mummificati, in servizio continuo dal 1989. Questa roba sembra proprio di non volere decomporsi mai!

Perché gli hamburger McDonald’s non si decompongono?
Innanzi tutto, perché hamburgers e patatine dei fast food non si decompongono? La risposta che spesso viene istintivamente è questa: “Beh, devono contenere tanti di quegli additivi chimici che neanche la muffa se li mangia”. Ma questa è solo una parte della risposta, non tutta la storia. La verità è che molti cibi processati non si decompongono, e non vengono mangiati né dalla muffa, né dagli insetti, e neanche dai roditori. Provate a lasciare un vasetto di margarina in cortile e guardate se qualcuno è interessato a mangiarlo. Troverete che anche la margarina resta lì e sembra immortale! Le patatine chips possono durare decenni. Le pizze congelate resistono benissimo alla decomposizione. Avete presente quelle salsiccette di Natale e bocconcini di carne processati che si vendono per strada nel periodo delle feste? Li potete conservare per anni e loro non andranno mai a male.

Con i bocconcini di carne, la principale ragione per cui non si decompongono è costituita dal loro alto contenuto di sodio. Il sale è un grande conservante, come l’uomo sa da migliaia di anni. Le frittelle di carne sono assolutamente caricate a sale – al punto da poterle qualificare come carne “conservata”, senza contare l’eventuale aggiunta di additivi chimici. Per me la carne che non si decompone non cosituisce un grande mistero. Nel mio cervello la reale questione è perché non ammuffiscono i panini? Questo è il vero quesito terrorizzante, perché il pane sano comincia ad ammuffire entro pochi giorni. Che diavolo può esserci nei panini degli hamburger McDonald’s che può sopprimere la vita dei microorganismi per più di vent’anni? Come potete constatare, a meno che non siate un chimico esperto, non riuscirete a districarvi nella giungla costituuita dalla lista degli ingredienti. Eccovi l’elenco di quanto il sito McDonald’s sul web assicura che troverete nei loro panini:

Farina arricchita (farina di frumento sbiancata, farina d’orzo al malto, niacina, ferro ridotto, mononitrato di tiamina, riboflavina, acido folico, enzimi), acqua, sciroppo di granturco ad alto tenore di fruttosio, zucchero, lievito, olio di semi di soia e/o olio di semi di soia parzialmente idrogenato, contiene il 2% o meno dei seguenti componenti: sale, solfato di calcio, carbonato di calcio, glutine di frumento, solfato d’ammonio, cloruro d’ammonio, condizionatori dell’impasto (lattato steaorile di sodio, esteri dell’acido tartarico di mono- e digliceridi, acido ascorbico, azodicarbonamide, mono- e digliceridi, ethoxylated monoglycerides, fosfato monocalcico, enzimi, guarana, perossido di calcio, farina di soia), propionato di calcio e propionato di sodio (conservanti) e lecitina di soia.

Che bel campionario, no? Amerete specialmente lo sciroppo di granturco ad alto tenore di fruttosio (avanti i diabetici!), l’olio di semi di soia parzialmente idrogenato (avanti i cardiopatici!) e la lunga lista di prodotti chimici come il solfato d’ammonio ed il proprionato di sodio. Wow, mi viene l’acquolina in bocca solo a pensarci. Ma la vera parte scioccante viene adesso. Ecco quel che penso: penso che la ragion per cui nessuno vuol mangiare un panino McDonald’s (tranne l’uomo) è che non è un genere commestibile! Nessun animale normale percepisce un panino d’hamburger McDonald’s come un alimento. Per i loro sensi, non è roba da mandar giu. Questa è la ragione per cui questi panini bionici, appunto, non si decompongono.

Il che mi porta alla considerazione finale su questa ridicola vicenda: c’è una sola specie sul pianeta Terra che è così ingenua da pensare che un hamburger McDonald’s sia un alimento. Questa specie soffre di valori stratosferici di diabete, cancro, cardiopatia, demenza ed obesità. Questa specie proclama d’essere la più intelligente del pianeta, e si comporta così scioccamente da nutrire i propri bambini con prodotti chimici velenosi e con tali atroci non-alimenti che neanche i funghi vogliono ingerire (per vostra informazione, preferiscono il letame delle mucche). In questo caso la morale da trarre è che non sono gli hamburger McDonald’s a non volersi decomporre, ma è che la gente è così stupida da volerli mangiare. Ma troverete che la CNN non vorrà riraccontare questa storia un’altra volta.
Mike Adams










martedì 19 ottobre 2010

La storia di IWC 1a parte



Sciaffusa: cascata del Reno  (Photoprint by Photoglobe 1890-1900 Zürich)
Diversi anni fa, scrissi quest’articolo in tre puntate per la rivista Chrono World, e con vero stupore il mio amico Luciano Zambianchi, nel corso di sue ricerche su internet, l’ha ritrovato su un sito in cui veniva premiato dai lettori con il punteggio di cinque stelle su cinque. Quella del mio primo acquisto d’un orologio costoso, in condizioni romanzesche, è una storiella che, in vari contesti, avevo già servito, opportunamente riscaldata, più volte sulle colonne di Chrono World, per cui, in questa riedizione, avevo chiesto scusa al mio pubblico affezionato. Negli ultimo vent’anni molte cose sono cambiate, ma non la storia del mio acquisto, né la storia delle origini della maggiore marca prodotta nella Svizzera Tedesca. In compenso s’è trovata una fotografia del misterioso fondatore.


La forza motrice delle acque del Reno




Cari lettori, quando avrete letto le prime righe di questo articolo, resistete alla tentazione di voltare pagina e passare oltre: inizio, è vero, con una vecchia storia che vi ho narrato diverse volte, ma questa volta c'è un'importantissima ed inattesa variante, che certamente vi divertirà. La vecchia storia è sempre quella dell'estate del 1980: mi trovavo  a bordo della mia Alfetta 2000, avevo da poco varcato il confine svizzero con l’intento di farmi un mesetto di vacanza in territorio federale, quando mi accorsi di non avere più al polso il mio orologio, di cui non ricordo neanche la marca, e che, dopo molti mesi, riemerse spontaneamente dall’interno della vettura, mentre aveva eluso ogni mia affannata ricerca. Ero solo, perché mia moglie aveva deciso d’andare in crocera, e da solo mi toccò prendere la decisione di comprarmi un nuovo orologio. Se si pensa che proprio quell’anno festeggiavo il 25simo anno di matrimonio, si dirà che avevo l’età per prendere tale decisione, ma in famiglia avevamo l’abitudine di scegliere insieme ogni acquisto d’un certo valore, e quindi iniziai le mie ricerche carico di dubbi e d’incertezze. Mi trovavo nel cantone di Lucerna, il cui capoluogo è una vera capitale del turismo mondiale, il che significa che le sue vie sono un’incomparabile, unica, immensa e scintillante vetrina di gioiellieri ed orologiai. Se avessi avuto una piccola idea di ciò che volevo, avrei potuto risolvere la questione in una mattinata, ma di quello che volevo non avevo la minima idea. Marche d’orologi da me conosciute? Mio padre aveva uno Zenith automatico, in casa c’era anche un Longines. E poi, altri nomi da me conosciuti, erano Omega, Eterna, l’Alpina di mio suocero e...basta! E poi sorse anche la questione della spesa: secondo me un buon orologio in acciaio non avrebbe dovuto costare più di cento franchi, che a quel tempo saranno valsi sulle 50-60 mila lire. Ebbene, poiché questa storia già l’ho raccontata, saltiamo alle conclusioni: per effettuare la mia scelta impiegai diverse settimane: in fondo era un divertimento inerpicarmi tra i boschi montani di Engelberg la mattina, e poi scendere in città a fare il riccone nei negozi più lussuosi. Non solo setacciai tutti i negozi di Lucerna, riempiendomi di cataloghi e listini, ma feci puntate anche a Zurigo e a Winterthur, e questo per dire che la mia indagine fu veramente completa, ed i risultati veramente attendibili: i negozianti non mi riempivano la testa con centinaia di modelli. Poiché non mi presentavo come turista, bensì come fervido aspirante ad un acquisto profondamente ed incondizionatamente “elvetico”, essi furono unanimi nel confidarmi il loro Gotha della vera ed esclusiva nobiltà svizzera: Audemars Piguet, IWC, Patek Philippe, Piaget e Vacheron Constantin, in rigoroso ordine alfabetico. Non si tratta di una vera e propria classifica di merito: di orologi buoni o buonissimi ce ne sono molti di rispettabilissima marca al di fuori di questo ristretto florilegio, ma la tribuna d’onore rimane comunque riservata a questi nomi. E quali furono le conclusioni? Alla fine acquistai un IWC modello “Yacht Club II” in oro e acciaio al prezzo di 3.600 franchi, che oltre a piacermi istintivamente, mi veniva da più parti caldeggiato. Nel corso di quello stesso anno 1980 comprai l’identico modello, versione femminile, per mia figlia, e quello in oro massiccio (compreso il bracciale), per mia moglie. Come dissi, in effetti avevamo il 25simo anno di matrimonio da festeggiare. E veniamo all’inaspettata e divertente variante di questo racconto.


   Origini
L'antica sede in Baumgartnerstrasse





Può darsi che se avessi svolto la mia inchiesta nei cantoni occidentali di lingua francese, dove c’è Ginevra e la Vallée de Joux, assieme al 90% dell’industria orologiaria elevetica, i risultati sarebbero stati alquanto differenti, almeno in un punto specifico, e cioè nella beatificazione di IWC che, avendo sede in Sciaffusa, nella Svizzera nord-orientale, gode dell’incondizionato appoggio dei cantoni tedeschi della Svizzera interna. Ma si tratta di sottigliezze: i cantoni tedeschi rappresentano la stragrande maggioranza dell’etnia svizzera, ed hanno ogni titolo per parlare a nome dell’intera nazione. Ebbene, avendo acquisito tanti titoli nobiliari alla borsa valori del Gotha svizzero, potete immaginare il mio stato d’attesa quando, nella mia serie di profili aziendali delle più famose marche mondiali, è venuto il momento della International Watch Company, la maison svizzera di cui mi sento azionista onorario. Ebbene, vi dico subito che la prima impressione, alla lettura del libro di Manfred Fritz sulla “Grande Complication” e sulla storia della IWC (disponibile anche in italiano, Edition Stemmle), è stata quella di una profonda delusione. Niente di simile alle origini “eroiche”, ed anche aristocratiche, di Breguet, Vacheron Constantin, Patek Philippe. D’altra parte, anche le famiglie Colonna e Torlonia, prima di diventare roccaforti della nobiltà pontificia, erano dedite al brigantaggio! Nel caso di IWC, il fondatore viene dall’America con l’intento di compiere un’operazione molto simile a quelle che, ai miei tempi, venivano chiamate, appunto, truffe all’americana. Non ci riesce, e fallisce. Il suo successore, anch’egli americano, fugge con la cassa... E per fortuna il finale è a lieto fine! Ma veniamo alla storia vera, come viene ricostruita nel libro di Manfred Fritz. Quale fu il primo passo? Nel 1867-68 l’orologiaio americano Florentine Ariosto Jones, dopo aver lavorato a Boston presso le fabbriche E. Howard Watch & Clock e G.P.Reed, parte per la Svizzera. Il giovane americano di 27 anni non aveva preso la sua decisione alla leggera: prima aveva svolto, come si direbbe oggi, un’accurata indagine di mercato sulle possibilità d’insediamento e sviluppo in Europa. I risultati di questa ricerca lo avevano convinto che sarebbe stato economicamente interessante, ed assai stimolante da un punto di vista tecnico, combinare due dimensioni produttive ideali per il settore orologiero: la competenza americana in fatto di meccanizzazione e l’accuratezza svizzera per le lavorazioni d’alta precisione, già allora leggendaria in America. Fu dunque così che F.A.Jones, insieme all’amico e stretto collaboratore Charles Kidder, giunse - probabilmente a cavallo del 1867-68 - nella Svizzera Occidentale, con l’intenzione di meccanizzare l’industria orologiera del Giura, a quell’epoca basata prevalentemente su lavorazioni manuali, e quindi piuttosto “arretrata”, secondo i criteri americani. È facile immaginare come questo progetto causasse ovunque gravi preoccupazioni, per l’implicita minaccia ai posti di lavoro nel settore orologiero. Un giorno, sempre alla ricerca del modo adeguato per realizzare i suoi piani imprenditoriali, Jones incontra - probabilmente a Ginevra - l’orologiaio e industriale Johann Heinrich Moser. Costui, attivissimo nipote dell’orologiaio di Sciaffusa Erhard Moser, aveva appena ultimato nella sua città natale la costruzione di un costoso impianto idraulico sul Reno, in grado di fornire energia meccanica a diverse aziende, tramite enormi cinghie di trasmissione. Con questa prospettiva Heinrich Moser convinse l’americano a dar vita alle sue idee nella Svizzera nord-orientale, e cioè a Sciaffusa anziché nel Giura. Nasceva così, nel 1868, la “International Watch Co., Schaffhausen, New York” insediata inizialmente in alcuni locali e laboratori presi in affitto e collegati alla rete di distribuzione dell’energia idraulica. Qui il signor Jones installò la maggior parte delle macchine per la produzione di componenti d’orologi, che aveva fatto arrivare dagli Stati Uniti. Riguardo al preciso anno di nascita della ditta, le ricerche svolte in occasione della compilazione del libro storico sulla IWC, pubblicato nel 1986, avevano convinto gli autori ad accettare come prova dell’anno di fondazione 1869 il certificato emesso dal Controllo Residenti. Una deduzione che oggi non è più sostenibile alla luce di nuovi reperti: recentemente la IWC è venuta in possesso di orologi con “calibro Jones” recanti l’indicazione dell’anno di produzione 1868. L’autenticità delle sigle è stata scrupolosamente accertata.

La storia non ci ha tramandato nessun ritratto di F.A.Jones, ma il suo primo orologio ne riflette pienamente il carattere e la filosofia. All’interno, il “Calibro Jones” rivela incontestabilmente la data di fondazione dell’IWC: 1868.
Truffa all'americana
L’indicazione fornita da questo materiale viene indirettamente confermata anche da un’inserzione, pubblicata nel 1874, nella quale si offrono azioni per una società da costituire. Il documento riporta: “Dopo essersi personalmente dedicato ad un esame approfondito dell’orologeria americana e svizzera, il signor F.A.Jones, già direttore della fabbrica d’orologi F. Howard Watch Co.’s Movements di Boston & New York, ha iniziato sei anni or sono la costituzione di una fabbrica meccanizzata per la produzione di orologi a Sciaffusa...”. Facendo un semplice calcolo, risulta chiaro che l’anno di fondazione è il 1868. Jones aveva probabilmente bisogno di ampliare la sua base economica per poter continuare con successo le sue attività imprenditoriali. Ma ciò che mi ha fatto balenare l’idea della “truffa all’americana” è un curioso annuncio pubblicitario apparso sulla rivista americana “The Watchmaker and Jeweler” nel maggio 1873, che mostra un imponente stabilimento di Sciaffusa con l’insegna “International Watch Co., United States”. Naturalmente questo ciclopico edificio era del tutto inesistente. Nel testo sottostante si leggeva: “La International Watch Co., allo scopo di unire gli eccellenti sistemi meccanici americani alla più alta abilità artigianale svizzera, ha fondato la propria manifattura di orologi a Sciaffusa, Svizzera, ed è ora pronta a commercializzare orologi affidabili con tutti i vantaggi della perfezione meccanica, nonché artisticamente rifiniti...”. Venivano poi reclamizzati anche i grandi pregi del nuovo sistema di carica a corona, al quale Jones aveva lavorato quando era alle dipendenze di Howard a Boston, e che a quei tempi cominciava a sostituire lo scomodo caricamento a chiavetta negli orologi da taschino. Se lo stabilimento IWC, raffigurato nell’illustrazione dell’annuncio, esisteva solo nella fantasia di F.A.Jones, nondimeno il testo dell’inserzione, che si rivolgeva al mercato americano, esprimeva con molta chiarezza gli intendimenti dell’azienda: produrre orologi che offrissero sia i più moderni ritrovati tecnici dell’epoca, sia la proverbiale accuratezza artigianale dell’antica ed esperta orologeria svizzera. La brillante idea avuta da Jones, di conquistare il vivace e ricettivo mercato americano con un prodotto che recasse l’impronta della qualità svizzera, fu però duramente ostacolata dal governo di Washington, che per molti anni si rifiutò di abbassare gli esorbitanti diritti doganali stabiliti nel 1864, al tempo della Guerra di Secessione, ed applicati anche sull’importazione di orologi. Ben il 25% del valore di ogni IWC che entrava in USA finiva nelle casse dello Stato.

Gli "americani" fasulli
Inoltre, nello stesso periodo, anche i fabbricanti americani cominciavano ad imparare la costruzione di orologi da taschino di miglior qualità. Perciò Jones e la sua IWC si trovarono a dover combattere su due fronti: da un lato contro le elevate tasse d’importazione americane che annullavano i vantaggi del minor costo della mano d’opera in Svizzera; dall’altro contro la temibile concorrenza dei produttori locali. Si verificò, poi, una terza circostanza sfavorevole: alcuni importatori americani di pochi scrupoli, cominciarono a distribuire, negli Stati Uniti, ingenti quantitativi di orologi molto scadenti provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dalla Svizzera, camuffandoli con nomi americani puramente inventati, o addirittura con nomi di orologi esistenti, prodotti sul mercato locale. Questi orologi di terz’ordine, ben presto scoperti e messi al bando come “fake americans” (americani fasulli) minarono il buon nome dell’orologeria europea negli Stati Uniti. Proprio Mr Jones, l’americano di Sciaffusa, divenne la vittima innocente di questa situazione, a dispetto del proposito con cui aveva fondato la sua azienda in Svizzera: quello di stabilire un nuovo standard qualitativo, unendo i moderni metodi di produzione alla tradizionale precisione elvetica. La IWC, che in quegli anni indirizzava la sua produzione esclusivamente al mercato americano, dovette così registrare un preoccupante regresso. Le cifre di quel periodo parlano chiaro: l’esportazione di orologi svizzeri negli Stati Uniti - 366.000 unità nel 1872 - era scesa quattro anni più tardi a soli 65.000 esemplari.


Addio, Mr Jones
In fabbrica sono ancora disponibili i pezzi di ricambio dei
primi orologi prodotti  oltre un secolo fa.


Si delineava così la prima crisi finanziaria della IWC, ormai trasformatasi in società per azioni con propria sede in un moderno edificio nella Baumagartnerstrasse di Sciaffusa, in cui è installata anche una macchina a vapore per la forza motrice. In questa situazione già precaria, Jones stipula, senza informare il consiglio d’amministrazione, un contratto per la fornitura di 9.000 orologi all’anno ad una ditta svizzera di La Chaux-de-Fonds. I prodotti, invece della marca IWC, recano nomi di fantasia come “Greenleaf” o “Stuyvesant”. A parte il fatto dell’insufficienza di tale misura d’emergenza nel risanamento dell’azienda, il comportamento di Jones incrina il suo rapporto di fiducia con gli altri soci. Dopo sei anni dal suo arrivo a Sciaffusa, quando la IWC è costretta a dichiarare fallimento, Jones se ne torna in America, lasciandosi dietro una fabbrica moderna e completa, creata e portata avanti nonostante le molte avversità. Numerose innovazioni e brevetti portano la sua firma e quelle dei suoi molti collaboratori, soprattutto riguardo ai dispositivi per la regolazione di precisione della marcia, a quell’epoca punto focale degli sforzi del settore per migliorare la qualità dell’orologio. Già a Boston Jones aveva partecipato all’invenzione della carica a corona, introducendo poi questa innovazione negli orologi da taschino prodotti a Sciaffusa. Una caratteristica del cosiddetto “calibro Jones” di quei tempi è la racchetta eccezionalmente lunga per la regolazione di precisione del gruppo oscillante, che garantiva una qualità eccellente. È molto probabile che, una volta risolte le problematiche aziendali, il nostro americano sarebbe riuscito a concretizzare l’ambizione comune ad ogni orologiaio: produrre orologi da taschino “complicati”. Tale sogno non fu però mai realizzato. Anche negli anni successivi, nei quali l’azienda si trovò a fronteggiare una nuova crisi, le attività vennero concentrate nella produzione di orologi semplici ma di eccellente qualità meccanica, e nel continuo perfezionamento dei particolari costruttivi. Dopo lo smacco subito da Jones, la storia che precede la nascita della “Grande Complication” di Sciaffusa, si svolgerà, per diversi anni ancora, sul filo dell’avventura e del rischio. Nel 1873 la Banca Commerciale di Sciaffusa rileva, al prezzo irrisorio di 143.000 franchi, l’azienda in fallimento. Viene costituita una nuova società con un nuovo nome: “Internationale Uhrenfabrik”, ed un altro americano, Frederik Frank Seeland, ne diventa direttore generale. MM

sabato 16 ottobre 2010

Elettricità per domani


Vedete quant’è bella, moderna, nitida e pulita questa centrale nucleare svizzera? Essa non esiste, perchè la foto che pubblichiamo, e che viene ampiamente diffusa dalle autorità elvetiche, è un’elaborazione al computer delle innovazioni da apportare alla vecchia centrale nucleare di Beznau. La quale vecchia centrale di Beznau, che ha sede su un’isola artificiale sita in mezzo al fiume Aare nel canton Argovia, fu il primo impianto nucleare svizzero di carattere commerciale, la cui costruzione fu iniziata nel 1964, fu completata in soli quattr’anni, e nel 1969 fu collegata alla rete. Ma vi dirò di più: nel 1955 furono liberalizzati i segreti bellici sulla produzione di energia nucleare da parte americana, e la conferenza internazionale inneggiante all’“Atomo per la Pace” si concluse con la pubblicazione in numerosi volumi di tutte le procedure industriali adottate supersegretissimamente nel “Manhattan Project”, un’impresa tra USA, UK e Canada avente la finalità di produrre la bomba atomica. Il Progetto fu sviluppato sotto il controllo dell’esercito americano con a capo il generale Leslie R. Grooves e sotto la direzione scientifica del fisico J. Robert Oppenheimer. Costituite le cariche ufficiali, la bomba fu poi fabbricata da Enrico Fermi (lasciateci passar: siamo romani!)

Bene, nel 1956 le eminenti ditte svizzere Brown Boveri di Baden e la Gebrüder Sulzer di Winterthur stabilirono un accordo con la Nordostschweizerische Kraftwerke AG (Società per Azioni Impianti Energetici della Svizzera Nord Orientale, in breve: NOK) per l’allestimento di un progetto di reattore nucleare, inizialmente destinato a Würenlingen, localita prossima a Beznau. Ed io, che l’anno precedente mi ero sposato a Roma con una biondona di Winterthur, ero andato ad abitare a casa sua proprio a Winterthur! E quindi, accompagnato da lei, mi presentai alla Sulzer, in particolare al cospetto di Peter Sulzer capo dell’Atom Gruppe, che subito mi assunse, sicuro di aver messo le mani sul naturale successore di Enrico Fermi. Inizialmente facevo un lavoro interessantissimo: quello di studiare attentamente i fascicoli che ci erano pervenuti dall’America per l’analisi spettroscopica veloce di vari elementi strategici e cercare di applicare quelle istruzioni. A tal uopo mi avvalevo di uno spettroscopio automatico Honeywell che occupava un grande salone e serviva non solo ai miei esperimenti, ma anche a tutte le fonderie dell’enorme stabilimento. Mi si stringeva il cuore a pensare allo spettroscopio Adams su cui feci le mie esercitazioni all’Istituto di Fisica dell’Università di Roma. Ma poi fui “promosso” ad un gruppo teorico, dove dovevo fare interminabili serie di calcoli su una macchinetta Fazit a manovella. Finita la festa mi eclissai quando il progetto, terminato, passò all’esame del Governo. Comunque il progetto del nostro impianto nucleare, dopo un decennio fu approvato e costruito, ed io vi avevo dato il mio contributo. Molto maggiore fu il contributo che quell’esperienza atomica diede a me, i cui orizzonti, precedentemente, si limitavano ad una carriera universitaria, cui rinunciai di buon grado in cambio di una vita più intraprendente.

Quanto precede l’ho raccontato per introdurre un nuovo motivo d’interesse nel nostro giornale: dato che in Italia si è riaperto il discorso sulle fonti energetiche con riattualizzazione del nucleare, ho deciso di pubblicare un opuscolo svizzero intitolato, appunto “Elettricità per domani” in cui tutti gli aspetti dell’eolico, del fotovoltaico, dell’idroelettrico e del nucleare vengono esposti con più profondità e pacatezza di quanto non avvenga in Italia, dove il dibattito maggiormente assomiglia ad una lite tra testate giornalistiche. Ho anche una raccolta di arretrati di questo bollettino, che voglio mettere a disposizione dei lettori. Su questo bollettino, redatto in italiano, è anche indicato il modo per abbonarsi in proprio, gratuitamente. MM



elettricita per domani
Gli ambientalisti criticano l’energia derivata dal vento e dall’acqua.
Quale contributo dalle nuove energie rinnovabili?





venerdì 15 ottobre 2010

L'orologiaio

di Luciano Zambianchi

Orologio del periodo ellenistico, I° secolo avanti Cristo

Alcune professioni, con il passare degli anni, sono diventate come le stagioni: non sono più quelle di una volta! Tra le tante che hanno subito questa sorte c’è sicuramente l’OROLOGIAIO, o meglio la professione del riparatore di orologi. Basta frequentare una qualsiasi bottega di orologeria per scoprire che tra i venti clienti che entrano in una giornata, dieci chiedono di cambiare le batterie a quei “cosi” che definirei computer segnatempo da polso, altri cinque vogliono cambiare i cinturini e gli ultimi cinque devono far riparare (leggi: sostituire il macchinario) a orologi da cucina e finti pendoli. Che cosa c’entra questo con la mia nuova passione di collezionista e conservatore di orologi antichi? Presto detto: per tenere in ordine gli orologi che possiedo ho da tempo trovato un artigiano capace, in grado di ricostruire i pezzi guasti che non si trovano più nelle normali forniture e questo è l’aspetto positivo; di negativo c’è che purtroppo in otto mesi per i suoi interventi ho dovuto spendere circa 3000,00 euro. Oltre a ciò i tempi di attesa sono cresciuti in modo esponenziale così (avendo decisamente più tempo libero) ho pensato di improvvisarmi riparatore di orologi sperando di aver più soldi da dedicare alla ricerca di nuovi esemplari. Il mio percorso parte dalla teoria: ho incominciato col leggere diverse pubblicazioni di inizio novecento e di fine ottocento sull’arte di fabbricare e riparare orologi, poi ho preso un orologio di poco valore e lo ho smontato riducendolo ai minimi termini, e poi l’ho rimontato. Ho incominciato a riconoscere i passaggi critici, le parti più sensibili e delicate, ed a capire quale poteva essere l’attrezzatura minima per non produrre danni, dopo diverse operazioni l’orologio funzionava ancora. Così mi sono dedicato agli orologi guasti e, con un poco di logica, seguendo il percorso del movimento, individuavo i problemi riuscendo quasi sempre a porvi rimedio. Oggi, dopo centinaia di interventi, non mi sento ancora un “meccanico di orologi” ma sicuramente un “apprendista evoluto”!


Foto 1: orologio russo, seconda metà '800
Non credo di dover spiegare che cosa spinge a collezionare gli orologi, e soprattutto ad amarli. Ho conosciuto centinaia di persone con la mia stessa passione ma motivazioni estremamente diverse. Lo stesso oggetto della collezione si presta a queste differenziazioni: c’è chi colleziona orologi prodotti da una o due aziende per le particolari evoluzioni tecnologiche e la forma dei modelli (ad esempio solo Seiko o solo Swatch), chi si interessa alle complicazioni, alla storia dell’orologeria, alla particolarità di una macchina divenuta unica con il passare degli anni, all’arte espressa nei ceselli o negli smalti, alla moda, ecc.



Foto 2: i ponti e la platina decorati con incisioni
Personalmente attraverso gli orologi da tasca faccio lo Sherlock Holmes della nostra storia e della capacità tecnologica espressa dall’umanità. Per me è emozionante scoprire la passione messa da un artigiano orologiaio (produttore di orologi) nella Russia di fine ottocento, nel decorare una macchina (nata come orologio da taschino) poi trasformata in orologio da polso grazie alla applicazione di due anse (foto 1).


Foto 3: "in ricordo dal figlio al padre"
Uno spettacolo di incisioni e virtuosismi (foto 2) ma altrettanto emozionante è leggere la dedica con l’aiuto di un amico esperto di cirillico. In questo caso è una scritta sottile incisa con una punta sulla cassa d’argento: “Per ricordo dal figlio al padre” (foto 3); più avanti un’altra mano ha scritto: “1945 la guerra è finita” (foto 4). Per me, la storia è un tessuto con mille trame ed intrecci, ogni punto è buono per passare dalla microstoria alla grande storia, partiamo per esempio da questo orologio. Nella seconda metà dell’ottocento in Russia ha fondato il suo impero il fabbricante di orologi Heinrich Moser (Sciaffusa 12-12-1805, Badenweil 23-10-1874. Foto 5) che già nel 1840 aveva a San Pietroburgo un laboratorio con oltre 50 tecnici ed era fornitore ufficiale della famiglia dello Zar. La sua storia è densa come un romanzo e la riservo per un prossimo articolo. Essa si intreccia indissolubilmente con la storia della città di Sciaffusa, della IWC (International Watch Co.), della Paul Girard (Girard-Perregaux), della Jaeger-Le Coultre, in pratica investe tutto il Gotha dell’orologeria moderna. Chi ha fretta di saperne di più può già ora trovare molte informazioni nell’articolo di Marino Mariani apparso su Chrono World di maggio del 2007 (vedi articolo). 


Foto 4: "1945 la guerra è finita"
Basti ora sapere che è anche da personaggi come H. Moser che nasce la precisione e la cura che ha portato la Svizzera ad essere la patria dei migliori orologi del mondo. Non c’era esemplare uscito dalla sua bottega che non venisse scrupolosamente sottoposto a test e verificato da Moser stesso o dai suoi più stretti collaboratori, e questo indipendentemente dal costo dell’oggetto; ogni esemplare veniva firmato per esteso con il nome di Heinrich Moser proprio per sottolineare questa garanzia. 



Foto 5: Heinrich Moser
Oggi possiamo ancora ammirare i suoi capolavori e i più fortunati possono acquistarli ad esempio dagli eredi degli ufficiali della guardia dello Zar che ricevevano, alla loro nomina, un orologio di H. Moser con i simboli imperiali (foto 6) in dono dallo Zar in persona. Nel 1917 (a causa della rivoluzione sovietica) la ditta H.Moser & Co lascia la Russia ma continua a produrre orologi in Svizzera ed in altre parti del mondo. Alla luce di tutto questo diventa comprensibile la voglia di strafare dell’artigiano che ha prodotto (sempre a S. Pietroburgo) l’orologio che vi ho mostrato: aveva come competitore uno degli orologiai migliori del mondo. 


Foto 6: il sigillo dello Zar
Posso anche pensare che il “figlio” che ha donato al padre l’orologio l’abbia fatto spinto dallo sbalzo sulla cassa d’argento (foto 7) che rappresenta un agricoltore che con un aratro, trascinato da due buoi, traccia il solco. Qui c’è in pieno la metafora dell’educatore riconosciuto dal “figlio” come colui che ha tracciato la strada poi seguita dal figlio stesso. Oppure il “padre” era realmente un agricoltore che aveva fatto studiare il figlio privandosi di tutto, e proprio per questo ne aveva ottenuto la riconoscenza. Come direbbero i miei amici, abituali vittime delle mie elucubrazioni e dei miei racconti: “A pensarci bene era solo un vecchio orologio e per giunta rotto”. LZ




Foto 7: decorazione sul coperchio esterno della cassa


(foto 5: Google, tutte le altre sono dell'autore)

martedì 12 ottobre 2010

E' morta Joan Sutherland

Ah, non credea mirarti!
E cosi, dopo 33 anni d'attesa, Joan Sutherland è andata a raggiungere in Paradiso sua sorella e rivale  Maria Meneghini Callas. Con la Callas, Joan Sutherland è stata la massima interprete dell'Opera italiana dei nostri tempi, ed ora, insieme ad Enrico Caruso e a Titta Ruffo, su in cielo potranno formare il perfetto quartetto di voci per il Requiem di Verdi. Joan Sutherland, nata in Australia, è morta ad 83 anni a Les Avents, nel Canton Vaud, nella "Riviera Svizzera" sulle sponde del lago di Ginevra.

giovedì 7 ottobre 2010

Panasonic Italia Newsletter



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VT20, I PLURIPREMIATI TV 3D
I TV VIERA 3D Full HD della serie VT20 ti proiettano in una nuova dimensione dell’entertainment. La combinazione di immagini e suoni di altissima qualità esprime la sintesi tra la tecnologia proprietaria NeoPDP e il sistema di elaborazione 3D ad alte prestazioni. Un esperienza visiva 3D mozzafiato (ma la riproduzione dei blockbuster in 2D non è da meno) che ha fatto incetta di riconoscimenti e di eccellenti recensioni da parte della stampa specializzata europea.
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 VIDEOCAMERA 3D CONSUMER
La prima videocamera consumer 3D al mondo. Montando le apposite lenti di conversione 3D, la camcorder HDC-SDT750 permette di effettuare riprese tridimensionali da rivedere su un televisore Viera 3D. La registrazione 1080/60p (Full HD 1.920 x 1.080 progressiva, a 60 fps) raccoglie il doppio delle informazioni di una registrazione interlacciata 1080i. È una tecnologia senza precedenti per il mercato consumer che consente di avere a casa le stesse immagini delle sale cinematografiche.
SISTEMA HOME CINEMA 3D
SC-BFT800 è un sistema home cinema 3D completo composto da un lettore Blu-ray Disc™ FULL HD 3D che riproduce filmati di qualità analoga ai film originali, una soundbar a due canali con subwoofer wireless dedicato per la riproduzione di bassi potenti e profondi. Il sistema è ultracompatto e ideale per il montaggio a muro e in più consente di alloggiare ipod e iPhone nella dock station universale per poter gestire a video i tuoi contenuti multimediali.
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OBIETTIVI LUMIX
Panasonic lancia una nuova gamma di obiettivi ad altissime prestazioni per le sue Lumix. La serie comprende il potentissimo zoom 100-300 mm stabilizzato (H-FS100300) e il prestigioso obiettivo Pancake (H-H014), un grandangolo da 14 mm sottilissimo e ultracompatto costruito con ben 3 lenti asferiche per elevare al massimo le prestazioni ottiche. Ma il fiore all'occhiello è H-FT012, il primo obiettivo intercambiabile 3D al mondo che consente di effettuare riprese tridimensionali.
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LA TERZA DIMENSIONE DELL'HOME CINEMA
Panasonic presenta due nuovi sistemi Home Cinema FULL HD 3D Blu-ray Disc™. SC-BTT755 e SC-BTT350 riproducono le immagini 3D di ultima generazione con estrema fedeltà, trasformando il salotto di casa in una sala cinematografica...
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LUMIX DMC-GH2: TOCCHI DI CREATIVITA'
LUMIX DMC-GH2 è l'ultima nata tra le LUMIX G Micro System, fotocamere con sistema G Micro caratterizzate da un corpo macchina compatto a ottiche intercambiabili e funzioni avanzate. E una volta montato l'obiettivo H-FT012, la new entry è capace di incredibili riprese in 3D...
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