lunedì 15 novembre 2010

La mia prima volta!

di Luciano Zambianchi



Orologio del periodo ellenistico: 1° secolo avanti Cristo


Tutti noi, nei nostri comportamenti, siamo abbastanza prevedibili e alcune persone lo sono più di altre. Personalmente mi sono sempre considerato uno spirito libero e quindi originale ed imprevedibile nelle mie azioni. Immaginate la mia delusione quando, dopo aver letto il mio primo articolo sul mio nuovo hobby il “riparatore / restauratore di orologi antichi”, i miei amici mi hanno chiesto di mostrare i passaggi (che a loro parere avevo immortalato) della mia prima autopsia di un orologio. Lo avevo fatto veramente e non lo avevo detto a nessuno ! Per diverso tempo ho usato la macchina fotografica digitale come un quaderno di appunti su cui registrare ogni intervento, ma soprattutto per verificare lo stato dell’oggetto prima di ogni mio intervento: una specie di filo di Arianna che mi permettesse, in ogni momento di ritornare sui miei passi fino alla posizione di partenza. Ora non ne ho più bisogno e uso questo accorgimento solo quando ho a che fare con macchinari molto complicati ossia composti da molti pezzi. Prima di mostrarvi le immagini, che commenterò, devo confessarvi che nel mio articoletto non avevo detto tutto, nello scegliere l’orologio su cui esercitarmi oltre alla semplicità del movimento avevo deciso di dedicarmi ad un orologio che aveva un problema evidente (visibile ad occhio nudo): la molla a spirale del bilanciere era stata piegata in più punti e questo non permetteva al bilanciere di oscillare liberamente. A mia parziale discolpa confermo che la prima ragione della scelta era veramente la semplicità della macchina: era la mia prima volta e la scelta di una macchina semplice, con solo ottanta pezzi (foto 1) era fondamentale.


Foto 1 - L'orologio così come lo ho trovato

Ho iniziato con il fotografare l’orologio così come era, evidenziandone anche qualche difetto. La cassa ed il quadrante erano molto sporchi (foto 2); i libri che avevo già letto mi consigliavano di considerare l’orologio composto da cinque parti:

Foto 2 - Aperta la cassa si notano subito alcuni problemi

1. Una parte esterna, LA CASSA: in realtà composta da anello (in questo caso le anse posticce), corona, pendente (raccordo tra la corona e il castello), castello (il cerchio metallico in cui va inserito il movimento), cuvetta (il primo coperchio del movimento), fondo, lunetta (il cerchietto che regge il vetro), quadrante, vetro, lancette e qualche volta un coperchio anteriore, doppia cerniera, anello ferma vetro e molla di apertura del coperchio.

2. Una parte destinata a fornire energia al movimento, IL MOTORE : nel caso degli orologi meccanici una molla inserita in un barile ed agganciata ad un perno che riceve l’energia da una o più ruote di carica, che a loro volta funzionano grazie alla carica manuale fornita attraverso una chiave o una corona .
3. Una parte di controllo e regolazione del movimento, IL REGOLATORE: il bilanciere con il suo ponte, la molla, il volano, il perno (che negli orologi a cilindro è cavo e funziona anche come elemento principale della trasmissione), la staffa di regolazione, il caimano di fissaggio, la zeppa.

4. Un sistema di rotismi, LA TRASMISSIONE DEL MOVIMENTO: una ruota intermedia (a volte anche una ruota dei secondi) ed un gruppetto di ruote e ingranaggi, la centrale con i suoi tre ingranaggi ausiliari, di solito messi dal lato del quadrante, che demoltiplicano il movimento e fanno sì che ad ogni giro della ruota dei minuti corrisponda un dodicesimo di movimento della ruota delle ore (o un ventiquattresimo nel caso di orologi a 24 ore). Sull’alberino della ruota centrale (o sul perno della ruota centrale) di solito è sistemata una frizione che agisce sul rocchetto calzante .

5. Un meccanismo per rimettere l’ora, LA RIMESSA che, a seconda dei secoli e dei fabbricanti, da semplice trascinamento delle sfere con un dito o con una chiave, si è sviluppato in leveraggi, rotismi ecc...


Foto 3 - Liberato l’asse di carica ho potuto togliere il movimento
Ho iniziato liberando il movimento (foto 3) dal castello, poi ho tolto il quadrante ed il bilanciere con il suo ponte (foto 4). Ho liberato dal pitone la molla a spirale danneggiata estraendo la piccola zeppa (foto 5), qualche volta la molla a spirale è fermata da una vite.


Foto 4 - ho svitato il ponte del bilanciere e tolte le lancette e il quadrante

Foto 5 - Il bilanciere liberato dal ponte


Usando la lama di un giravite affilato ho fatto forza sulla virola (anellino d’ottone) a cui è fissata la molla a spirale. La virola è inserita a pressione sull’asse del bilanciere, in questo modo la molla si è staccata dal bilanciere (foto 6).


Foto 6 - con un giravite ho liberato la molla a spirale

Ho svitato tutti i ponti e liberato il barile con la molla di carica e tutti gli ingranaggi e le ruote (foto 7).

Foto 7 - Tolti i ponti e gli ingranaggi dalla platina


Ho tolto il coperchio del barile ed ho estratto la molla ed il perno (foto 8).


Foto 8 - Ho aperto il barile e estratto la molla di carica

Ho pulito e lucidato sia il quadrante che la cassa (foto 9).


Foto 9 - Il quadrante e la cassa dopo la pulitura

Mi sono anche messo alla ricerca di segni e marchi, ho trovato uno strano marchio (foto 10) ripetuto due volte sul coperchio della cassa e sul coperchio del movimento, non sono riuscito ad interpretarlo, sembrano due corpi avvinghiati in una posizione da Kamasutra.


Foto 10 - I marchi trovati sulla cassa


Foto 10a - I marchi trovati sulla cassa

Sarei grato a chi potesse fornirmi delle informazioni su questi marchi, se li avete già visti segnalatemelo scrivendo alla rivista “famigliamoderna”. Sul coperchio della cassa e sulla cuvetta ci sono diverse sigle e date di riparazioni eseguite, gli anni più leggibili sono: 1921, 1924 e 1944; il numero di serie 202082 è inciso sia sulla cassa che sul movimento (questo ci dice che il produttore è uno solo). Usando un piccolo “lava gioie” a vibrazione (modificato con dei vasi di vetro per resistere ai solventi) (foto 11), ho lavato per circa 30 minuti con benzina avio e discrostanti le minuterie meccaniche e anche la platina (il piatto di metallo che funziona da base per tutte le ruote e gli ingranaggi) che è il pezzo più pesante, e i ponti (naturalmente in vasche separate).


Foto 11 - Il lavagioie modificato

Quando il “lava gioie” è in funzione si formano sul solvente delle increspature (onde stazionarie) fitte o rade a seconda della frequenza di vibrazione (foto 12).


Foto 12 - Le onde stazionarie sul liquido di lavaggio

Mi sono dedicato alla molla a spirale e in un paio di giorni di lavoro la ho raddrizzata (per la parte recuperabile) (foto 13), poi ho messo la molla in una scatola con segatura di bosso che ho fatto scaldare su una lampada (questo è il miglior modo per sgrassarla completamente, foto 14).



Foto 13 - La spirale restaurata, la parte più difficile del lavoro

Foto 14 - La pulitura finale in segatura di bosso

Dopo aver estratto dai solventi tutte le parti del movimento le ho asciugate ed ispezionate una seconda volta alla ricerca di crepe sui rubini e di ruote danneggiate o alberini storti. Il montaggio è stato rapido e senza sorprese e così l’orologio è partito subito (foto 15) appena ho rimontato il bilanciere.


Foto 15 - Il movimento rimontato

Ho lubrificato, con olio ed oliatori speciali i punti di attrito del meccanismo, ho caricato la molla e rimesso l’ora (foto 16).


Foto 16 - L’orologio è riparato e Funziona!

Avevo finito! Se mi permettete un consiglio, non fate quello che avete visto fare da me, sui vostri orologi preferiti. Non ho avuto la possibilità di scrivere un trattato di orologeria e così vi ho fornito solo alcuni dei molti passaggi fatti, senza neppure parlare del “come” li stavo facendo. Sembra strano ma prima di smontare un orologio occorre imparare come tenerlo in mano mentre lo svitiamo, come tenere il giravite, come curare e tenere pulita l’attrezzatura, come rimontare un bilanciere, quali prodotti usare, quanto olio dare, ecc., ecc.,. In questo caso ci sono molti modi per fare tutte queste cose: purtroppo solo uno è il modo giusto, gli altri sono sbagliati, o almeno non giusti e possono produrre più danni che benefici al movimento su cui stiamo lavorando. Il vetro dell’orologio, che mancava già quando lo ho ricevuto, sono riuscito a trovarlo in fornitura per pochi euro. Sembra naturale e persino inutile dirlo, ma un orologio pulito ed oliato non può essere lasciato senza vetro, a meno di non custodirlo in un ambiente protetto dalla polvere: l’olio cattura la polvere e dopo pochi giorni l’orologio non protetto andrebbe lavato di nuovo, ma questo lo sapevate già.

(Tutte le foto sono dell'autore. Click per ingrandire)

venerdì 12 novembre 2010

Forza bimbi: arrivano i cartoni animati!


Anche se finora non abbiamo fatto niente o quasi niente per loro (siamo in fase di rodaggio) questo giornale è dedicato innanzitutto ai bambini, e non solo ai bambini prodigio, ma anche a quei bambini che, se non sono nati prodigiosi, lo diverranno col tempo: crescendo e studiando. Naturalmente abbiamo il problema della scelta, e su quali opere trasmettere senza ledere i diritti d’autore. Per questo seguitiamo ad appoggiarci a YouTube che questi problemi sembra averli risolti. Inoltre su YouTube c’è una vera miniera d’oro di materiale cui attingere: Sapete che su YouTube esiste una limitazione sulla durata temporale dei brani che vanno sul web. Finora questa limitazione è stata di 10 minuti, e recentemente è stata portata a 15 minuti, tempi piuttosto limitativi per film interi, ma ideali per i cartoni animati, la cui durata, in genere, è proprio attorno alla decina di minuti. E di cartoni animati su YouYube ce n’è a iosa, e tra essi ci sono i più antichi. Sapete quand’è nato Topolino? È nato nel 1928, un anno prima di quando sono nato io, ed infatti siamo stati bambini insieme. Ai miei tempi l’Italia era piena di giornaletti per bambini, e tra tutti i personaggi il più amato era proprio Topolino, che in americano si chiamava Mickey Mouse (il topo Michelino), perché era il vero eroe dei bimbi buoni: Era leale e coraggioso, non si fermava di fronte a nessun ostacolo, e con l’intelligenza sconfiggeva ogni avversario. Topolino non avrebbe mai detto una bugia, non avrebbe mai ingannato un amico, e non avrebbe mai voltato le spalle al pericolo. Walt Disney è il papà di Topolino, ma non lo disegnava, e non scriveva neanche le storie. Una volta fu circondato dai bambini delle scuole che gli rivolsero molte domande, e lui confessò che non era lui stesso il disegnatore. Un bambino gli disse: “Ho capito, tu scrivi le storie!”: “No, neanche”. “ Ma allora che fai?”. “Io sono come un’ape, che vola da un fiore all’altro. Scambio le idee con tutti”. In realtà Walt Disney era il capo dell’azienda che porta il suo nome, e per far fare i suoi cartoni animati il meglio possibile, ingaggiava i migliori disegnatori ed i migliori soggettisti. Il primo disegnatore che lavorò con lui fu Ub Iwerk, che non solo disegnò il primo cartone animato di Topolino, che si intitolava “Steamboat Willie” (Il Vaporetto Willie), ma disegnò anche la ben



arrotondata celebre firma che correda tutte le opere, anche quelle di oggigiorno, che escono dagli studios Walt Disney. A dire la verità non tutte le opere targate Walt Disney escono dai suoi studios: per un po’ Ub Iwerk seguitò a disegnare i cartoni animati. Ma Topolino era pubblicato anche sui giornaletti, e lì i disegni li faceva Floyd Gottfredson, il quale fu assunto per questo lavoro provvisorio, essendogli state promesse altre mansioni. Ma questo lavorò si dimostrò tutt’altro che provvisorio: Walt Disney vendette i diritti di pubblicazione sui giornali ad una grossa e potentissima organizzazione denominata King Features Sindycate, che aveva praticamente il monopolio delle storie illustrate pubblicate sui giornali, ed attenzione: ho detto giornali e non giornaletti, ed infatti non solo Topolino e gli altri personaggi di Walt Disney venivano pubblicati su giornaletti e album per bambini, ma, assieme ad altri celebri personaggi come Gordon, l’Agente Segreto X-9, Jim della Giungla, Cino e Franco, Mandrake, l’Uomo Mascherato


venivano pubblicati come strisce giornaliere sui quotidiani ad alta tiratura, e la domenica venivano pubblicate le tavole domenicali a colori E Floyd Gottfredson invece di abbandonare i disegni di Topolino e soci, seguitò a disegnarli per altri 45 anni! È lui che va considerato come il papà biologico di Topolino. Ebbene, bambini (o, se volete, giovanotti), nel nostro giornale troverete tutti i cartoni animati di Topolino, Pippo, Orazio e Clarabella, i Tre Porcellini e compagnia bella, a partire dai primissimi fino a quando le varianti apportate dai disegnatori successivi non hanno fatto perdere ai personaggi le caratteristiche originali, ma anche le storie di Braccio di Ferro, Tom e Jerry, ed anche opere più moderne e di bellissima reealizzazione come Heidi, e se sarà possibile, anche Sampei il ragazzo pescatore. E siccome io posseggo tutti i giornaletti ed album di Topolino, dall’inizio fino a che mi sono piaciuti, vedremo di trasmettervi anche questi. Ed inoltre vedremo di mandare in onda, anzi, mandare in rete, qualche film vero a lungo metraggio, vedendo di includere anche Charlie Chaplin (Charlot)….



giovedì 11 novembre 2010

Valentina Lisitsa e "la Campanella"



Valentina Lisitsa (click per ingrandire)

In un precedente articolo intitolato “Venus Victrix”, dedicato alla mia del tutto casuale scoperta di Valentina Lisitsa, dissi che io stavo cercando su Internet La Campanella di Paganini-Liszt suonata da Arturo Benedetti Michelangeli per farla scoltare ad un amico. Lì per lì non la ritrovai, e quindi seguitai la ricerca su YouTube, ove inaspettatamente mi sono imbattuto in una Campanella suonata nientemeno che da Ferruccio Busoni, il mostruoso pianista italiano morto nel 1924. Mi aspettavo una registrazione arcaica del suono, ed invece mi trovai di fronte ad una fantasmagoria musicale srepitosa e scintillante. Rimasi stupito, ma poi capii che si trattava non di un’incisione discografica, ma di un rullo perforato per pianoforti automatici Welde Mignon. Nel frattempo il cursore s’era fermato su una Campanella suonata da Valentina Lisitsa. E così conobbi per la prima volta questa prodigiosa ed avvenente pianista ukraina. Ancora mi domando come mai né io né i mei amici non l’avessimo mai sentita prima d’ora. Ma presi atto del fatto che la lettura delle recensioni dei dischi, ed anche dell’annuario della Penguin Book, era diventato completamente inutile, e che la vera ricerca andava fatta su YouTube, il luogo del Web in cui si trova anche l’introvabile. Anzi, specie l’introvabile: poco fa, senza nessuna speranza, ho cercato il nome di Carlo Zecchi, ed ecco spuntare una manciata di sue registrazioni degli trenta e quaranta, cioè del periodo in cui tutti gli amanti di musica pianistica lo sentivano suonare nei concerti ed alla radio, e lo reputavano il rivale più accredidato di Arturo Benedetti Michelangeli. Poi sparì dalla circolazione, e si sussurrava che avesse avuto un incidente che gli aveva fatto perdere l’uso di una mano o di tutte e due. E circolava anche la voce che stava benissimo, ma per riscuotere un’ingente assicurazione… Tutte voci, ma comunque, col tempo la gente si domandò se Carlo Zecchi era veramente esistito o se ce l’eravamo sognato. Non era un sogno: Lo ricordavamo come l’esecutore principe delle sonate di Domenico Scarlatti. E puntuale YouTube, con una qualità del suono incredibilmente buona, fa risorge Carlo Zecchi, e non solo lui. Non conosco (ancora) i meccanismi del funzionamento di YouTube: chi gli manda tutto questo patrimonio musicale, e quanto durerà, prima che i pezzi che abbiamo registrato svaniranno senza preavviso? Nessun collezionista, nessun ricercatore ha a disposizione tanti brani musicali, alcuni rarissimi, alcuni giudicati inesistenti, quanti ne fornisce YouTube.



YouTube è dunque l’albero della cuccagna specie per gli amanti della musica classica, ma non senza inconvenienti. Nell’articolo “Venus Victrix” in cui annunciavamo la scoperta di Valentina Lisitsa, concludevamo invitando i lettori (ma per i nostri lettori dobbiamo annoverare non solo chi legge, ma anche chi sente e chi vede, e quindi li dovremo chiamare: spettatori), quindi preciso: ad assistere all’esecuzione della prima delle sue due interpretazioni della sonata Hammerklavier di Beethoven. Ma in YouTube vigeva l’impegno di non oltrepassare il limite di 10 minuti di durata per ogni brano mandato in rete. Ultimamente questo limite è stato esteso a 15 minuti, ma non è entrato in vigore automaticamente. Il nuovo limite sarà osservato da ora in avanti, mentre per il passato non è prevista una revisione. Cosicché l’Hammerklavier che volevamo includere nel nostro giornale era suddivisa in 5 brani, ed ogni movimento veniva interrotto improvvisamente, anche a metà di una battuta. E siccome non abbiamo amcora imparato a fare una “Play List” (lista sequenziale dei brani da suonare), il nostro proposito è finora rimasto nel cassetto dei sogni proibiti. Ma provvederemo. Ed un provvedimento l’abbiamo già preso, e cioè quello di evitare brani troppo lunghi e limitarci a quanto finora consentito. Così abbiamo fatto per i due brani brevi di Aimi Kobayashi. E così cominciamo a fare per la Lisitsa, con la quale vogliamo ricominciare da capo: abbiamo detto che l’abbiamo conosciuta attraverso un’incredibile "Campanella" di Liszt? Ebbene, acoltiamola tutti insieme in una esecuzione in studio. Ma poi vediamola anche nel suo sensazionale abito rosso, in un bis durante un concerto a Seoul. La prima di queste esecuzioni va considerata perfetta ed imbattibile. La seconda è mozzafiato, specie per chi non aveva mai visto Valentina. Da questo momento cominciate a fare i vostri commenti scrivendoci all’indirizzo info@famigliamoderna.com ed intitolando. “Caro Direttore”. MM

martedì 9 novembre 2010

Sun Valley Serenade (Serenata a Vallechiara)



L'orchestra Glenn Miller

Alla fine della seconda guerra mondiale (maggio 1945), molti italiani erano tristi per la sconfitta, altri invece gioivano per la riconquistata libertà, e nessuno si crucciava della perdita di una terra “italianissima” come l'Istria. Noi liceali avevamo i nostri travagli spirituali oltre che materiali, ma ogni tanto, qualche genere di conforto veniva come un soffio di spensieratezza a farci dimenticare la tristezza prevalente. E non parlo delle sigarette e del whisky-and-soda. Parlo invece della musica Jazz e dei film di Hollywood. Fino a quel momento l’Italia era stata la massima esportatrice di musica nel mondo, non solo in virtù delle opere di Bellini, Rossini, Donizetti, Verdi e Puccini, e dei nostri cantanti lirici (un nome per tutti: Caruso), ma anche per le nostre canzoni e canzonette, in prima linea quelle napoletane e classiche, i cui autori (Tosti, De crescenzo…) ebbero onori regali nel mondo anglosassone. Ed avrà pur qualche significato il fatto che io, senza essere un collezionista, ho una ventina di edizioni internazionali di “Ciribiribin” di Alberto Pestalozza , suonata in tutto il mondo da stelle del teatro come Mario Lanza, Jeanette MacDonald e Nelson Eddy, Lucrezia Bori, Erna sack (in tedesco)…con accompagnamento di orchestre sinfoniche, ma anche e specialmente, da orchestre e cantanti Jazz popolarissimi come Bing Crosby e le Andrews Sisters, Frank Sinatra, Dean Martin, Duke Ellington, Harry James, Glenn Miller, Benny Goodman, Louis Armstrong e…gli altri nomi aggiungeteli voi (è strano, nella traduzione americana la vicenda ha come protagonista un gondoliere…napoletano! L’esecuzione migliore, è quella delle Andrews Sisters nella quale Bing Crosby canta l’ultimo refrain in un italiano sbalorditivo). Un’altra canzone che spopolò, e la cito perché nessuno se lo sarebbe aspettato, è la “Bella Piccinina” di Panzeri/Di Lazzaro, cantata, per esempio, dalle Andrew Sisters col nome di “Ferry Boat Serenade”.
Ma dicevamo: i film di Hollywwod ed il Jazz portarono una boccata d’aria fresca ad una popolazione che aveva una gran voglia (o meglio, un gran bisogno) di dimenticare, e sembrava che tanto il cinema, quanto la musica, l’avessero inventata gli americani. Sembrava, inoltre, che gli artisti americani, nati sotto la bandiera della libertà, si esprimessero, lapalissianamente, più liberamente, con maggior vigore, e con maggiore creatività. Se c’è una verità inoppugnabile è quella che attribuisce agli americani vigore e creatività, ma questa virtù gli americani la possono esercitare solo a dispetto della censura (un tempo) e delle lobbies (oggi). Quando gli americani entrarono a Roma, l’Italia fascista aveva esercitato, cinematograficamente parlando, una censura contro i films (a quel tempo: pellicole) stranieri rei di trattare soggetti che, solo a parlarne, provocavano corruzione: droga e prostituzione, schiavitù e razzismo contro i negri e gli ebrei... Ma la censura americana era estremamente più feroce nei confronti della decenza (il codice Hayes vietava di fotografare l’interno delle cosce delle donne) e dell’ordine pubblico (lo stesso codice vietava che nello stesso fotogramma potesse apparire un malvivente che punta una pistola contro un agente di polizia), e non vi dico che cosa vietava contro i reati d’opinione. Anzi ve lo dico: Charlie Chaplin, che da solo aveva vinto la prima guerra mondiale facendo propaganda ai buoni del tesoro americani (in pratica: prestiti di guerra), e la seconda con il film “Il Dittatore”, fu costretto a fuggire clandestinamente dagli USA, perché non condannò, durante il periodo di persecuzioni Maccartiste (dal nome del senatore del Wiskonsin Joseph McCarthy, repubblicano), i comunisti. Chaplin sosteneva che le madri comuniste avevano lo stesso diritto di piangere i loro figli morti in guerra al pari delle madri americane. Una anaoga tesi sosteneva Albert Einstein, che si era rifugiato in USA a seguito delle persecuzioni naziste subite in patria, ed anche lui fu accusato di antiamericanismo. In confronto, la censura fascista era di assoluta manica larga. Basta pensare che al filosofo Benedetto Croce, simbolo di una acclamato antifascismo, l’enciclopedia Treccani dedicava un ampio spazio obiettivamente laudativo, concludendo che, nonostante l’avvento del fascismo, Benedetto Croce era rimasto legato al liberalismo democratico che era alla base della sua cultura. Ancor più di manica larga era la censura, consentendo all’attrice Clara Calamai di esporre le sue zinn, scusate volevo dire popp, cioè seni con le punte volte in su, nel film di Blasetti La Cena delle Beffe. Cosa che in America non sarebbe stata mai consentita fino alla recente caduta di ogni barriera. Qualcuno mi ricorda che il genio matematico e scienziata di grido che brevettò un sistema di criptazione per le trasmissioni radio, vitale in tempo di guerra, definita prima come la donna più bella d’Europa, e poi del Mondo, e cioè Hedy Lamarr, nel 1933, all’età di ventiquattr’anni, appariva completamente nuda nel film “Estasi”. Sì, ma in Cecoslovacchia. Non certo in America.



Ma torniamo a Clara Calamai, che apparve anche nel film di Visconti “Ossessione”, che fu giudicato come il primo film neorealistico del cinema italiano, e che io giudico, comunque, il miglior film di Luchino Visconti. Ebbene, entrambe queste prestazioni di questa grande artista furono osannate da certa stampa, e rimasero acquisite nell’opinione pubblica, come sfide lanciate contro il regime fascista. Tuttavia rimane il fatto che la censura postfascista successiva impedì la reiterazione di queste imprese. La Calamai, sposata al nobiluomo Leonardo Bonzi, non fu accettata dall’alta società e conobbe un triste declino. Ma sebbene la cinematografia statunitense soffrisse di tutte le restrizioni puritane di una censura ben più limitativa di quella italiana, la forza creativa, il vigore e l’ottimismo americano risultavano irresistibili con i film di Charlie Chaplin, di Fred Astaire e Ginger Roger, di Mikey Ronney e Judy Garland…. Ma c'è una clausola del codice Hays che non conoscevo sino a poco fa. Ed è che in uno stesso fotogramma cinematografico non potessero apparire bianchi e negri su un piede di parità. Ok per la padrona e la serva, per il padrone ed il facchino e il cameriere. Questa clausa limitativa l’ho conosciuta in una biografia di Louis Armstrong, in cui si narra che nel film St. Louis Blues tutte le scene girate con Louis Armstrong e Martha Raye furono tagliate proprio a causa di questa promiscuità (devo controllare i nomi e le date, perché di film dal nome di St. Louis Blues ne sono stati girati parecchi).

Ma quello che volevo dirvi sin dal principio, e che noi liceali, ma non solo: tutto il pubblico italiano dai più grandi ai più piccini, fu mesmerizzato (consultate un dizionario) dal film “Serenata a Vallechiara”. Più dei film di Fred e Ginger, ciò che fece maggiormente impressione fu l'orchestra di Glenn Miller, col suo nuovo suono fondato su una diversa composizione delle varie sezioni dell'orchestra e della "Front Line", la prima  linea dei solisti. Si trattava di trovare un nuovo equilibrio tra legni ed ottoni, e tra gli ottoni un nuovo equilibrio di forze tra trombe, tromboni e sassofoni. Queste questione sono, però, argomenti da Enciclopedia del Jazz. Il pubblico fu colpito innanzitutto dal bel suono dell'orchestra, e poi dalle inaspettate trovate musicali e scenografiche del più famoso boogie-woogie di tutti i tempi: "In the Mood", che significa nientemeno che: "Nella giusta disposizione mentale" (o anche "Nel giusto stato d'animo", anche se la prima versione è più classica). Ebbene, il film è un vero e proprio spettacolo musicale, gradito anche da chi non amava il jazz. Persino in America esistevano forti prevenzioni nei confronti del jazz, basta pensare che nel primo film sonoro del 1927: "The Jazz Singer", (il "Cantante di Jazz") interpretato dal Al Jolson, di jazz non se ne parla e non se ne sente, perché per "Cantante di Jazz" si intendeva un canzonettista di strada, e si sottintendeva: un fallito.

"Serenata a Vallechiara" contava su numerose attrazioni. Accanto a John Payne, che faceva la parte del pianista dell'orchestra, si esibiva la giovanissima pattinatrice sul ghiaccio medaglia d'oro alle Olimpiadi, la biondina Sonja Henje, che divenne celebre come Esther Williams e Johnny Weissmuller (Tarzan), campioni dello sport passati dalle arene agli studi di posa.  Ci sarebbe da citare il complesso dei Modernaires, e tanti altri solisti, ma veramente sensazionale, alla fine del brano "Chattanooga Choo Choo", è l'esibizione della Venere negra Dorothy Dandridge e del duo di ballerini acrobatici Nicholas Brothers. Esibizione in cui tutt'oggi tutti possono constatare che, in omaggio alle leggi razziali americane, all'apparire di questi artisti negri c'è un cambio d'inquadratura: sullo schermo rimangono solo loro (meglio così) e tutti gli altri scompaiono. E così, questo film in bianco e nero, da bianco diventa nero.
Marino Mariani




lunedì 8 novembre 2010

Alta Fedeltà: la passione che ritorna


Dagli anni 70, se non mi sbaglio, sono passati quarant’anni, quanti la vita di un uomo. Eppure quegli anni 70 per molti di noi vivono ancora, e s’infiammano e divampano al primo minimo accenno di qualche immortale reminiscenza. Erano gli anni di un grande sogno, quelli dell’epopea dell’Alta Fedeltà, la nuova disciplina che la maggioranza di noi chiamava Hi-Fi, abbreviazione della dizione ufficiale anglosassone di Hiigh Fidelity Sound Reproduction, e cioè Riproduzione del Suono ad Alta Fedeltà. Per chi è giovane oggi è difficile immaginare  quale fosse il credo di questa religione. Oggi, in piena epoca di iPod e Blue Ray, è difficile se non impossibile immaginare quali fossero i problemi collegati alla cattiva riproduzione del suono. Ma la riproduzione del suono, sin dalle prime invenzioni di Edison (rulli) e Berliner (dischi) non era giudicata negativamente, ed anzi veniva accolta con meraviglia, stupore e riverenza, ed attorno alla discografia e alla fabbricazione di fonografi nacque e rapidamente si sviluppò l’industria del suono. Il problema della qualità del suono nacque nel 1902, quando in una sala del Grand Hotel Spatz di Milano (ove era morto Giuseppe Verdi l’anno precedente) una squadra di tecnici anglo-americani guidati da Fred Gaisberg registrò dieci brani che cambiarono il mondo. Erano cantati da Enrico Caruso.

Enriico CAruso
Il grammofono a tromba è tutt’ora l’archetipo retrospettivo di una bell’epoca che precede l’invenzione della radio e del cinema sonoro. Prima dell’avvento di Enrico Caruso, questi grammofoni, a rulli o a dischi, erano un’attrazione dei baracconi delle fiere e dei banchi dei mercatini rionali. E lì, per lo più, rimanevano. Ma dopo la messa in vendita dei primi dischi di Caruso, il mondo, letteralmente, cambiò: dischi e grammofoni che si vendevano a migliaia, d’improvviso si vendettero a milioni di pezzi. Accanto ai famosi (e famigerati) impressari teatrali cominciarono a fiorire, e poi ad imporsi, i “discografici”, gli ambasciatori delle grandi Case di produzione, che giravano il mondo a caccia dei più acclamati talenti teatrali. Caruso guadagnò cifre iperboliche con le sue esibizioni canore nei maggiori teatri di tutto il mondo, ma anncor più quattrini guadagnò con i suoi dischi, ancora in vendita a quasi cent’anni dalla sua morte.

Enrico Caruso è stato il più grande cantante lirico di tutti i tempi. Dico di tutti i tempi ed intendo: futuro compreso, poiché è morta la scuola di insegnanti italiani che dettavano legge in tutto il mondo. A quel tempo la voce di un cantante doveva essere “proiettata” nelle migliaia di metri cubi d’aria di una sala teatrale. La voce doveva arrivare senza mostrare alcuna forzatura alle ultime file di platea e di loggione. E ciò valeva tanto per lo squillo d’un tenore di forza, quanto per il sussurrato d’un tenore di grazia. A questa terribile scuola fu forgiato Caruso ed i suoi coetanei. La sua voce era mirabilmente equalizzata in tutti i gradi del suo “strumento” (così in gergo viene chiamata la “voce” di un cantante lirico) e…non voglio fare qui la storia di Caruso, ma aggiungo questo: un tenore del calibro di Alfredo Kraus o di Luciano Pavarotti può infilare ridendo i nove “do di petto” che si trovano nella Figlia del Regimento di Donizetti. Caruso: no. La forza di Caruso era nei toni medio-bassi della sua gamma. Fu definito: baritenore, cioè un connubio tra un tenore ed un baritono, e lui stesso, all’inizio della carriera, non sapeva se sarebbe diventato un baritono o un tenore. E questa fu la chiave del suo immediato successo come stella discografica.

Il phonograph a rulli di Edison

In quanto la tromba di quei grammofoni si sovrapponeva, deformandola, alla voce dei cantanti ed al suono degli strumenti musicali. Ma la struttura spettrale della voce di Caruso, per un puro miracolo divino, consonava (nel senso che era consonante) con quella del grammofono a tromba. I due fattori risultarono positivamente interferenti tra loro, si moltiplicavano a vicenda, e crearono un vero furore per i dischi di Caruso. E per la discografia in generale, che benedisse quel giovane tenore venuto da Napoli. Ma dopo la morte di Caruso (1921) furono inventati i microfoni, gli ampli-ficatori e gli altoparlanti elettrodinamici, ed i cantanti furono liberati da quel terribile allenamento che stroncava la loro carriera, che forgiava le loro corde vocali e poi le squarciava. Quando Caruso morì aveva 48 anni.

Ma con Caruso era comunque liniziata la corsa al bel suono, che culminò con la nascita dell’Alta Fedeltà negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando tornarono alla vita civile aviatori, marinai e genieri inglesi, americani e tedeschi che erano venuti a contatto con i maggiori e segretissimi progressi dell’elettronica militare. Un nome per tutti: il radar. Costoro furono in grado di mettere sul mercato amplificatori a bassa distorsione, a basso rumore di fondo, di inaudita potenza che, collegati a mostruosi altoparlanti in bass-reflex o a tromba esponenziale, creavano clangori inauditi. Io mi trovai avvantaggiato per il fatto di aver sposato una biondona svizzera che mi portò a vivere a casa sua a Winterthur nel Canton Zurigo, dove fui impiegato nella ditta Gebrüder Sulzer Ag, produttrice di grandi motori marini e di treni diesel elettrici, e che si  avvalse della mia opera nella progettazione del primo reattore nucleare elvetico. Poiché provenivo dall’università di Roma, che era stata l’Alma Mater di Enrico Fermi e dei “ragazzi di via Panisperna” i quali, ridendo e scherzando, avevano finito per costruire il primo reattore nucleare e la prima bomba atomica, ero tenuto in grandissima considerazione dai dirigenti della fabbrica e dai tecnici che lavoravano nel settori degli studi radiofonici e delle PTT (poste e telegrafi), negli studi discografici e nelle industrie elettroniche come Thorens, Revox, Nagra, Stellavox. Senza contare gli ingegneri e i tecnici che lavoravano nelle rappresentanze di grossi nomi stranieri come EMI, Leak, Goodmans, McIntosh, Quad, Marantz, Philips, EMT Franz e tanti altri, con cui ci incontravamo e discutevamo nelle fiere e nelle manifestazioni del settore elettro-musicale.


Il gramophone a dischi di Berliner

Quando tornavo a Roma per terminare i miei esami universitari, i miei colleghi di Fisica pendevano dalle mie labbra, ed in quel periodo ebbi una vera comunanza con uno la cui grandezza ho realizzato pienamente solo dopo la sua recente morte: Nicola Cabibbo. Nel settore di cui parlo l’Italia era infinitamente indietro rispetto alla Svizzera, paese sempre all’avanguardia nel campo delle telecomunicazioni, nella meccanica fine, nell’elettronica &c. La Svizzera, che si era mantenuta neutrale nella II Guerra Mondiale, poté iniziare lo sviluppo di una propria industria atomica, quando questa attività era tenuta congelata in Italia, paese sconfitto (anche se patria di Fermi, Rasetti, Segré). Il fatto che io potessi accedere ad un impiego nell’industria atomica svizzera era dovuto alla specialissima condizione di essere coniugato con una cittadina svizzera. I miei colleghi d’Università, ben più bravi di me, mi invidiavano questa posizione. Quuando ancora ero fidanzato di mia moglie, in Svizzera era già in circolazione il Telefonrundspruch, vale a dire la filodiffusione, che presto divenne stereofonica e costituiva una fonte di suono hi-fi in tutte le case. In Svizzera venne ben presto adottata la modulazione di frequenza per le trasmissione ad onde ultracorte, ed altrettanto presto le trasmissioni FM divennero anch’esse stereofoniche. Con la modulazione di frequenza le trasmissioni vennero liberate dalle interferenze atmosferiche, e le trasmissioni dei concerti dal vivo in FM divennero la migliiore sorgente possibile di suono hi-fi. E siccome, al contrario, di dischi LP in vinile erano pieni di difetti e facilmente deperibili, il 28 aprile 1962, in occasione del mio trentatreesimo compleanno, comprai il mio ultimo LP in vinile. Erano le Danze Slave di Dvorak, disco Decca, orchestra diretta da Fritz Reiner. Il disco presentava i soliti difetti degli LP e quindi diedi un addio a quel tiipo di hi-fi, e mi rifugiai nelle registrazioni con un registratore a nastro Revox, ed all’ascolto FM con un sintonizzatore Leak Throughline ed antenna sul tetto.


In italia le cose andavano a rilento. Le trasmissioni FM venivani effettuate sempre sotto la condizione di “in via sperimentale” e la filodiffusione era confinata nelle sale d’aspetto dei dentisti. E quindi, per diversi anni, rimasi assente dal mondo  dell’Alta Fedeltà. Ma nel 1972 in Italia era scoppiata, in ritardo, la passione per il bel suono e cominciarono a fioccare le riviste di settore. Ed a me si presentò l’occasione di fondarne una, col nome di Audiovisione (perché, oltre che di hi-fi, avevo l’intenzione di trattare anche la TV a colori e la videoregistrazione, due settori che  si stavano aprendo proprio in quei tempi). Gli inizi furono molto difficili, per via dell’estrema sottocapitalizzazione della nostra società. Ma ebbi la fortuna di trovare collaboratori straordinariamente bravi, che mi consentirono di introdurre una sorta di test estremamente scientifici (non alla portata dei nostri concorrenti), che in breve conquistarono la fiducia assoluta dei lettori e degli operatori del settore (inportatori, distributori, agenzie pubblicitarie, negozianti…) che non ci fecero mancare il loro solido appoggio. Quando lo stato maggiore della Matsushita di Osaka (oggi Panasonic) ci venne a far visita nella nostra sede di Olgiata, furono stupiti della nostra camera anecoica e della nostra dotazione di strumenti d’avanguardia. Dissero che un’attrezzatura simile non ce l’aveva neanche l’Università di Tokyo. Gli artefici della nostra ascesa tecnica furono dapprima l’ingegnere elettrotecnico Paolo Nuti. Poi il trio di fisici Stefano Sgandurra, Stella Marotta ed Egidio Mancianti, laureati con brillanti votazioni, uno di essi con 110 e lode. Con loro Audiovisione, oltre che test delle apparecchiature, cominciò a produrre anche ricerche scientifiche con l’ausilio dei centri di calcolo dell’Università, e fummo i primi ad utilizzare il computer. Questi tre fisici ebbero come successori un duo stra ordinario formato da Marco Bandiera e Mario Taccini, uno dei quali laureato in Fisica con 110 e lode, avendo presentato come tesi il progetto di un amplificatore digitale, una vera novità mondiale. Ma nel 1982 l’Italia fu colpita da una grossa crisi economica: l’inflazione superava il 20%, ed altrettanto faceva il rendimento dei Buoni del Tesoro. Il governo adottò severe misure restrittive, tra cui la tassazione del 16% sul valore di gmagazzino dei distributori. Inoltre sugli apparecchi hi-fi veniva imposta un’IVA del 35% come articoli di lusso. Le nostre entrate erano costituite quasi totalmente da introiti pubblicitari, ed in breve vedemmo che alle nostre fatture i nostri inserzionisti, anche i più antichi, i più fedeli ed affezionati, rispondevano con insoluti. Non avemmo il cuore di intentare causa a nessuno di loro, tanto sapevamo che si trattava di una situazione di disagio generale. Così mia moglie ed io, che non eravamo nati commercianti, declinammo ogni pressante offerta di aiuto da parte delle banche, e piuttosto che indebitarci preferimmo chiudere senza preavviso la bottega.

Ciò avveniva nel 1983, proprio quando l’alta fedeltà cambiava la sua struttura fondamentale. Prima di stampare l’ultimo numero, avevamo potuto annunciare ai lettori l’avvento del Compact Disc, il disco digitale che spazzava via tutto d’un colpo i difetti e le lamentazioni degli LP in vinile. Questa rivoluzione fu effettuata dalle ditte Philips e Sony con la mediazione del Maestro Herbert von Karajan, che era stato bravo ad ottenere sovvenzioni dal governo austriaco. Feci in tempo a vaticinare che con l’avvento del digitale l’Alta Fedeltà avrebbe fruito di tutti i vantaggi legati allo sviluppo dei computer. E fui un ottimo profeta.


I nuovi prodotti della rinascita hi-fi: il braccio tangenziale Thales di Micha Huber (Svizzera)
Credevo di aver chiuso i miei conti con l’Alta Fedeltà, quando, a trent’anni di distanza, il richiamo della foresta ha fatto sentire il suo ululato. Chiusa la mia rivista Audiovisione ed entrati sul mercato i CD, ne feci una scorpacciata, comprandone quasi tutti in un colpo circa seicento, quando di LP, in tutta la vita, non ne avevo comprato più di dieci. L’Alta Fedeltà diventava una denominazione storica, come l’Impressionismo, il Cubismo, il Divisionismo, il Futurismo &c. L’industria del suono progrediva insieme ai computer, come avevo previsto, e dopo il Cd erano sorti il DVD e l’iPod, quando, prima a livello di notizia curiosa, e poi come una precisa informazione industriale, si dovette constatare il ritorno sul mercato dell’Alta Fedeltà storica, con i giradischi, bracci e pick-up e, pensate un po’, i dischi in vinile! La notizia non mi rallegrò, ma dovetti constatare che il pubblico interessato a questo ritorno al passato esisteva e si faceva sentire. Avevo ritrovato un vecchio amico dei tempi passati, Paolo Corciulo, quando io pubblicavo Audiovisione e lui militava nel gruppo editoriale “Suono”, vale a dire presso i miei rivali ed avversari giornalistici. Lui, nel frattempo, aveva rilevato la testata proprio di Suono, la vecchia ammiraglia del gruppo, e ne era diventato direttore, Siccome voleva ampliare il settore culturale della rivista, mi offrì di collaborare con articoli non tecnici, che dapprima sembravano godere i favori dei lettori, che mi scrivevano assiduamente, ma poi si dileguarono sopraffatti da una maggioranza che pretendeva la pubblicazione di test e di notizie tecniche, come se veramente avessimo fatto un balzo all’indietro di trent’anni. E questo balzo all’indietro mi fu confermato da un altro vecchio amico col quale non avevo mai interrotto i rapporti: Carlo Capitta. Anche costui militava in campo avverso, ed era direttore di Stereoplay, altra testata del gruppo editoriale Suono, che poi, fra tutte, era la rivista più diffusa in tutte le edicole e che, al tempo della crisi, era stata acquistata all’estero e seguita ad essere pubblicata in Germania. Questo amico, anche lui dovette constatare che il passato stava ritornando con furore, talché, senza dire niente a nessuno, tutto da solo, si mise a realizzare un’opera ritenuta impossibile senza una forte organizzazione editoriale alle spalle: E cioè la pubblicazione di un enorme catalogo di ogni tipo di apparecchiatura attinente con l’alta fedeltà, vale a dire non solo i componenti di base fondamentali, ma anche ogni sorta di accessorio. La pubblicazione su web porta il titolo di Annuario Audio, ma è più veritiero il sottotitolo “La Grande Vetrina del Suono”, perché, a dire il vero, Annuario è una pubblicazione che si effettua una volta all’anno, mentre il catalogo di Capitta viene aggiornato in tempo reale, vale a dire istante per istante, registrando ogni minima novità che appare sul mercato. Un vanto di questa pubblicazione è l’imponente scenario storico di cui s’ammanta, fatto della puntigliosa raccolta delle vecchie testate, della ripubblicazione del test di apparecchiature famose e…Scusate, mi dimenticavo che basta fare un click sul suo striscione pubblicitario (detto banner in italiese) per farvi passare ore ed ore di interessante lettura. Quanto a noi, cari amici, vi annuncio che c’è un particolare settore dell’antica Alta Fedeltà che particolarmente mi interessa, in cui Audiovisione introdusse test mai effettuati da qualsiasi altra rivista al mondo, e che ritorna dì attualità proprio con questa rinascita di antiche passione. Di che si tratta ve lo dirò quando avrò avuto il tempo per scrivere il prossimo articolo. MM


Un altro esempio del neoesoterismo: il Da Vinci Monument (Svizzera)
(Foto Google di pubblico dominio. Click per ingrandire)


venerdì 5 novembre 2010

Panasonic annuncia la Lumix GF2

Panasonic ha finalmente rivelato l’ultima versione delle sue fotocamere Micro compatte senza specchio DMC-GF2, più piccole e leggere della capostipite GF1. La GF2 dovrà fronteggiare una forte competizione in questo segmento di mercato che si va rapidamente affollando, specialmente da parte della compagna di scuderia Lumix G1, dell’Olympus PEN-P1, della serie NEX della Sony e dei sistemi indipendenti visti in Ricoh GXR e Samsung NX10.

Panasonic afferma che la sua nuovissima fotocamera digitale Micro Quattro Terzi è la più piccola e leggera di tutte quelle del sistema ad obiettivi intercambiabili presenti sul mercato. L’affermazione è confermata dal fatto che la GF2 è più leggera del 7% e più piccola del 19% del modello precedente. Nonostante la riduzione in peso e dimensioni la GF2 ha un lampeggiatore incorporato.


il campionario dei colori



È stata effettuata una riprogettazione della sua interfaccia utente ed ora la GF2 vanta uno schermo tattile da 3” (7,5 cm). È disponibile una serie di modi di autofocalizzazione (AF) che comprendono il riconoscimento del volto ed una sorta di tracciamento AF che facillita la ripresa di soggetti in movimento.

Una gradita novità della GF2 è la sua compatibilità col nuovo obiettivo 3D introdotto dalla Panasonic, il Lumix G 2,5mm/F12, in modo che gli acquirenti possano riprendere fotogrammi 3D. La GF2 vanta un sensore Live MOS da 12,1 megapixel e può girare video full HD 1920x1080 in formato AVCHD (Advanced Video Codec High Definition).

Un dispositivo detto ”Intelligent Scene Selector” (selettore intelligente di scenario) fa sì che la fotocamera automaticamente si commuti sul modo più appropriato in accordo col soggetto “toccato”. Per esempio, il tocco su un volto commuta sul modo “ritratto”, ed un tocco su background (sfondo) o scenery (scenario) commuta sul modo scenery. La Lumix GF2 sarà disponibile a gennaio 2011 ed il listino prezzi sarà annunciato circa trenta giorni prima dell’inizio delle consegne.
David Gilbert

(Da TrustedReviews, rivista tecnica inglese di test e novità. Abbonatevi gratis. È quotidiana)

Aimi Kobayashi: il do diesis di Dio

(click per ingrandire. Per Mac ulteriore ingrandimento da tastiera)


Nel primo articolo musicale apparso su questo giornale, attribuivo, e seguito ad attribuire, una singolare omnipotenza pianistica a Valentina Lisitsa, una pianista ukraina di cui non avevo mai sentito parlare. La sua tecnica è eccezionale e la pone ai vertici della classifica mondiale di tutti i tempi. Ma quello che mi aveva maggiormente colpito, più che la tecnica, era la mancanza di ogni forma di sfoggio da parte sua. Certi libri sono scritti benissimo, ma vi si vede, appunto, lo sfoggio della propria bravura letteraria da parte dell’autore. Mentre altri hanno uno stile apparentemente dimesso, ma che ha il pregio di risultare più veritiero. Il De Bello Gallico di Giulio Cesare è scritto volutamente in questo stile humilis, che rende la narrazione, priva di ogni forma di autoincensamento e di vanagloria, straordinariamente realistica. E pensare che viene chiamato cesarismo proprio il palese autoriferimento. Ebbene, di fronte alla Lisitsa è nata una nuova stella, una meraviglia giapponese che, apparentemente, sembra proprio l’opposto di Valentina: piccola invece che gigantesca, una giovanetta di quindici anni, invece che una signora di quarantuno. Quello che le unisce è una tecnica prodigiosa ed una profondità interpretativa che mi lascia senza parole (le troverò, le troverò). La bambina prodigiosa è Aimi Kobayashi, che ha già fatto il giro del mondo come concertista. Il fatto straordinario ed irripetibile è che su YouTube, ed in generale su tutta la rete, la vita pianistica di Aimi è fedelmente registrata a partire dal suo esordio concertistico all’età di anni tre. È quindi possibile vedere questa bambina, sempre nella stessa sala da concerto, prima montare su un seggiolino munito di pantografo per alzarla all’altezza della tastiera, e poi poggiare i piedini su una “cassetta dei congegni”, munita di rimandi, manovelle, molle, cinghiette e differenziali per consentirle di agire sui pedali con i piedini che non ci arrivano. Siccome poi è piccola di natura, questi congegni l’accompagneranno fino ad oltre i dieci anni, rafforzando la sua icona di bimba prodigio.

Aimi è nata il 23 settembre 1995 nella città di Ube, prefettura di Yamaguchi, ed è ivi vissuta fino al 2007, anno in cui si è traferita a Tokyo. Ha cominciato gli studi pianistici a tre anni, ed ha suonato con l’orchestra all’età di sette, e dall’età di otto anni è sotto la guida di Yuko Ninomiya, un’insegnante invero straordinaria come la sua piccola allieva. Ha vinto tre volte (vale a dire ogni volta che ha parttecipato) il premio “Glory Culture Prize” della Prefettura di Yamaguchi. Ha ricevuto l’entusiastico sostegno della AADGT, cioè della American Association for Development of the Giftet and Talented (Associazione Americana per lo Sviluppo dei Dotati e dei Talenti).

Le interpretazioni di Aimi Kobayashi sono impressionanti per la loro “consapevolezza”. Non è tanto il virtuosismo ciò che desta ammirazione, ma è il “rigore”, la perfetta attinenza al testo, la mancanza di orpelli ed abbellimenti. In una parola. la “maturità”. Quella maturità che un bravo musicista costruisce in sé lungo anni ed anni di carriera e che Aimi Kobayashi possiede sin dalla nascita come dono celeste. Sin dalle sue prime esibizioni in pubblico, su un pianoforte da concerto, pur cominciando con brani d’una certa semplicità, le sue interpretazioni sono state sempre “adeguate”, nel senso che “quel” determinato brano neanche Arturo Benedetti Michelangeli l’avrebbe suonato meglio. Ci sono le prove. Prendiamo un pezzo che più che da concerto è da saggio annuale degli insegnanti privati, perché non essendo trascendente come difficoltà, fa  comunque una bellissima figura. Parlo dell’Improvviso op. 90 n. 2 di Schubert. Ho la fortuna di possedere l’esecuzione veramente straordinaria di Dinu Lipatti, il pianista romeno morto troppo prematuramente nel 1950 a soli 33 anni, avendo dimostrato di essere un gioiello di inestimabile caratura. Questo brano lo potete trovare su YouTube, e mi darete ragione se pensate che la sua interpretazione è d’altri tempi, e geni così non se ne incontrano più (questo è quello che pensavo anche io). Questo Improvviso è articolato su due forme musicali: la prima costituita da una serie di fluide sestine da eseguire alla velocità della…luce. Che culminano in un brano cadenzato basato su accordi. Ebbene, Aimi lo esegue alla stessa velocità, ma mentre Lipatti, arrivato agli accordi, li monumentalizza stagliandoli ed indugiandovi sopra con forza un po’ troppo accentuata, Aimi li esegue più agevolmente, contenendoli, domandoli in una perfetta linea melodica. Lipatti merita almeno 9,5, ed Aimi guadagna un bel 10. Aimi aveva 7 anni e le sue spallucce erano quelle di una bambina gracile.





La prova del fuoco è costituita dall’esecuzione della sonata Waldstein (detta anche Aurora) di Beethoven: qui il punto di riferimento assoluto, incontestabile, è rappresentato dall’esecuzione di Walter Gieseking del 1938 (in studio), mentre l’esecuzione di Aimi Kobayashi reperibile su YouTube non è ufficiale, perché avviene nel salone di una casa privata, alcuni giorni prima del suo concerto alla Carnegie Hall di New York. Devo dire che da quando avevo undici o dodici anni, e cioè da quasi settant’anni, ho cercato un’esecuzione di questa sonata che fosse paragonabile a quella di Walter Gieseking, che era posseduta in una serie di dischi da 30 cm a 78 giri, dal nostro più bravo e più ricco della classe, a casa del quale ci radunavamo per ascoltare e riascoltare la Waldstein (che noi chiamavamo Aurora). Ebbene, mentre l’intera nomenclatura del pianismo di questo pianeta è sempre risultata deludente al confronto di Gieseking, Aimi Kobayashi esegue questa sonata, che per esplodere in tutto il suo incomparabile fulgore deve essere tenuta sotto un sovrumano controllo dalla prima all’ultima nota, che dicevo? Ah, che Aimi Kobayashi esegue questa sonata… come Gieseking! Ci sono alcuni errori, non ha ancora la forza per il glissato del Prestissimo, perde alcuni centesimi di secondo nelle rampe ascendenti del Rondò, e di fronte al 10 assoluto di Gieseking arriva comunque ad un 9,6, che dimostra come la piccola principessina non è più il gracile fantolino di quando aveva 7 anni. Adesso ne ha 12. (Prima di chiudere il paragrafo vi dirò che su un parco di almeno venti pianisti da me ascoltati, il terzo classificato è Friedrich Gulda con 8,6. E comunque, con i moderni metodi di registrazione digitale, Aimi e la Lisitsa valgono potenzialmente 11/10).

E veniamo ai nostri giorni, cioè alla Aimi Kobayashi dell’anno 2010. Lei è 15enne, e tutte le tracce di sensualità interpretativa, anticipate nelle sue precedenti esecuzioni, ora assumono le sembianze di una evidente, precoce donnitudine. Da piccola nel suo cervello in via di conformazione si affollavano i feltrini di un pianismo intellettuale oscillante tra le tre corde ed il sordino. Ora interviene il cuore e la marea dell’amore. Ha già suonato tutti i tipi di musica da concerto, ma vediamola in un bis che, prima di adesso, ha già suonato altre tre volte reperibili su YouTube, e quindi chiunque può fare le proprie considerazioni sulle fasi del suo sviluppo. Il brano in questione è un brano facile che, come dico spesso, viene suonato in tutti i saggi annuali degli insegnanti privati. Trattasi del Notturno n. 20 in do diesis minore, opera postuma di Chopin. Difficoltà tecnica: nessuna. Valore musicale: dipende dall’interpretazione. Aimi lo suona con una tale intensità, con un tale rapimento, da creare un vero e proprio turbamento nell’auditorio. Quel do diesis, che nel corso del brano interviene due volte, e si riconosce perché è la nota più alta che viene suonata, è come una freccia scoccata a trafiggerle il grembo e l’apre all’estasi mistica di Santa Teresa d’Avila. Più che un’interpretazione è una vicissitudine, una passione che la isola dal resto del mondo. Come giudicheremmo un Daniel Baremboim, un Alfred Brendel, un Maurizio Pollini che suonassero così? Oltre che impossibile, sarebbe inappropriato. C’è una musica che è fatta solo per donne vere.
Marino Mariani





Orologio di famiglia


Orologio del periodo ellenistico, I° secolo a.c.


La passione è quanto unisce gli “amatori” degli orologi antichi (o semplicemente vecchi) ma la miccia che la fa esplodere è estremamente personale. Come molti primogeniti nella generazione del primo dopoguerra, quando me ne sono andato dalla casa paterna ho “ereditato” l’orologio d’oro di mio padre: per me questa è stata la prima volta in cui un oggetto (l’orologio) assumeva la valenza di un testimone, al di là del valore venale dell’oggetto. Quell’orologio mi venne poi rubato una ventina di anni fa dal mio ufficio in Largo Forano a Roma, lasciandomi un vuoto dentro, non giustificato dal rapporto che avevo, o avevo avuto, con mio padre. Da allora è come se lo stessi ancora cercando, era un cronometro “Universal” in oro rosa. Ho detto “come se lo stessi cercando” perché mi son ben guardato dal ricomprarlo: nel mercato specializzato se ne trovano di identici, in buonissime condizioni, per un prezzo che varia dai 400,00 ai 900,00 Euro (foto 1). 

Crono Universal anni 50, oro rosa
Un amico psicologo, mio quasi coetaneo, ha confermato con il suo comportamento che il “rapporto” con l’orologio di famiglia è particolare. Questo amico, quando è venuto a sapere della mia passione per i restauri mi ha affidato l’orologio di un suo zio, un Longines da tasca calibro 19 in argento. Questo orologio per lui ancora bambino era un oggetto tentatore da esplorare, di grande fascino, purtroppo una volta in una di queste “esplorazioni” l’orologio sfuggì alle manine del mio amico e cadde a terra rompendosi (mancava una parte dello smalto del quadrante e la cassa aveva il gambo che regge la corona di carica staccato) . L’orologio era poi stato riparato alla buona, con delle saldature che negli anni avevano ceduto e con un poco di colla avevano riattaccato i pezzi del quadrante; in aggiunta a questi danni estetici erano crepati un paio di rubini e un asse si era piegato. Revisionarlo e mettere a nuovo la macchina non è stato difficile, per la cassa il problema era diverso, occorreva togliere i residui delle precedenti saldature a stagno e far risaldare in argento, ribattere i “bozzi” e poi c’era il quadrante, ormai inguardabile in un orologio lucidato e rimesso completamente a nuovo, così ho fatto rifare il quadrante, sempre di smalto. Tutto questo spendendo più di quanto sarebbe costato in internet comprare un identico orologio in buone condizioni. Quando ho riportato, come mio regalo, il risultato di un mese di lavoro al mio amico, lui mi ha ringraziato ma ho visto nei suoi occhi un’ombra di tristezza, come se non fosse più l’oggetto che conosceva, evidentemente le riparazioni erano state “troppo” radicali ed avevano cancellato la storia degli incidenti, senza che lo zio ormai morto potesse di nuovo autenticare l’originalità dell’oggetto. L’orologio di famiglia così come l’ ho presentato in queste righe ha il massimo della sua diffusione nella seconda metà dell’Ottocento fino ai primi anni del dopoguerra con la nascita e lo sviluppo della classe media. Ho trovato dei cataloghi, specialmente americani (foto 2-3-4), in cui era il cliente a scegliere la macchina e poi la cassa, un monogramma aggiungeva un ulteriore tocco di unicità a quello che sarebbe diventato il simbolo del gusto, ma anche dello stato sociale della famiglia.



foto 2 foto 3 foto 4
A volte questi “pezzi unici” avevano altre origini, altre storie. Mi viene in mente il caso degli orologi con due o tre marchi, un esempio per tutti gli orologi destinati da Georges Favre-Jacot, poi Zenith (1911) dalla cittadina di Billodes, al mercato islamico (foto 5) tra il 1870 e il 1890. Il mercato era marginale e non giustificava la creazione di un nuovo marchio con cui contrassegnare il macchinario, così abbiamo il macchinario e la cassa marcati “Billodes” (foto 6), il marchio che in quegli anni usava il signor Favre-Jacot, e il quadrante “ K. Serkisoff & Co Costantinople” (foto 7) e addirittura una terza firma, quella del referente turco del marchio, colui che in una casa editrice potrebbe essere il distributore locale (foto 8).

Zenith Turco in argento, seconda metà ottocento

Naturalmente anche la concorrenza a quello che per semplificare chiamerò “Zenith” in quegli anni ha lo stesso comportamento per i mercati marginali. I macchinari diventano pressoché identici (prodotti in Svizzera dalla stessa fabbrica con calibri diversi con marchi e sottomarchi diversi) ma sempre con la stessa logica. La costruzione della macchina era molto legata al gusto estetico del mercato a cui era destinata (quello turco ed egiziano), così ecco controrubini cabochon sorretti da staffe in acciaio lucidate a specchio, uno spettacolo di pietre e specchietti (foto 9). Per chi volesse approfondire, “Georges Favre-Jacot” era un signore che forniva anche Faberge ed il mercato russo della corte dello Zar, come innovatore è stato tra i primi a realizzare macchine a 36000 alternanze, è facile trovare in Internet la sua biografia. L’alternanza è il numero di oscillazioni che un bilanciere compie in un’ora, maggiore è il numero di oscillazioni e maggiore è la precisione di un orologio.

foto 6 foto 7
foto 8 foto 9

Anche gli americani Elgin e Walthman avevano macchine prodotte in Svizzera, ma di questo mi andrebbe di parlare in un prossimo articoletto, in cui scoprire che anche aziende come la Longines per superare i problemi posti dalle Corporazioni dei produttori di orologi svizzeri (che erano una potentissima gilda) e i dazi doganali (altissimi negli USA sugli orologi svizzeri e non sui macchinari) esportavano in America macchine che poi venivano incassate negli Stati Uniti o in America Latina e non sempre con i marchi originali del fabbricante. Una morale? Se avete il vostro orologio di famiglia pensateci bene prima di farlo rimettere a nuovo!
Luciano Zambianchi

(Tutte le foto sono dell'autore. Per ingrandire: click su foto. Per Mac ulteriore ingrandimento su tastiera)