lunedì 8 novembre 2010

Alta Fedeltà: la passione che ritorna


Dagli anni 70, se non mi sbaglio, sono passati quarant’anni, quanti la vita di un uomo. Eppure quegli anni 70 per molti di noi vivono ancora, e s’infiammano e divampano al primo minimo accenno di qualche immortale reminiscenza. Erano gli anni di un grande sogno, quelli dell’epopea dell’Alta Fedeltà, la nuova disciplina che la maggioranza di noi chiamava Hi-Fi, abbreviazione della dizione ufficiale anglosassone di Hiigh Fidelity Sound Reproduction, e cioè Riproduzione del Suono ad Alta Fedeltà. Per chi è giovane oggi è difficile immaginare  quale fosse il credo di questa religione. Oggi, in piena epoca di iPod e Blue Ray, è difficile se non impossibile immaginare quali fossero i problemi collegati alla cattiva riproduzione del suono. Ma la riproduzione del suono, sin dalle prime invenzioni di Edison (rulli) e Berliner (dischi) non era giudicata negativamente, ed anzi veniva accolta con meraviglia, stupore e riverenza, ed attorno alla discografia e alla fabbricazione di fonografi nacque e rapidamente si sviluppò l’industria del suono. Il problema della qualità del suono nacque nel 1902, quando in una sala del Grand Hotel Spatz di Milano (ove era morto Giuseppe Verdi l’anno precedente) una squadra di tecnici anglo-americani guidati da Fred Gaisberg registrò dieci brani che cambiarono il mondo. Erano cantati da Enrico Caruso.

Enriico CAruso
Il grammofono a tromba è tutt’ora l’archetipo retrospettivo di una bell’epoca che precede l’invenzione della radio e del cinema sonoro. Prima dell’avvento di Enrico Caruso, questi grammofoni, a rulli o a dischi, erano un’attrazione dei baracconi delle fiere e dei banchi dei mercatini rionali. E lì, per lo più, rimanevano. Ma dopo la messa in vendita dei primi dischi di Caruso, il mondo, letteralmente, cambiò: dischi e grammofoni che si vendevano a migliaia, d’improvviso si vendettero a milioni di pezzi. Accanto ai famosi (e famigerati) impressari teatrali cominciarono a fiorire, e poi ad imporsi, i “discografici”, gli ambasciatori delle grandi Case di produzione, che giravano il mondo a caccia dei più acclamati talenti teatrali. Caruso guadagnò cifre iperboliche con le sue esibizioni canore nei maggiori teatri di tutto il mondo, ma anncor più quattrini guadagnò con i suoi dischi, ancora in vendita a quasi cent’anni dalla sua morte.

Enrico Caruso è stato il più grande cantante lirico di tutti i tempi. Dico di tutti i tempi ed intendo: futuro compreso, poiché è morta la scuola di insegnanti italiani che dettavano legge in tutto il mondo. A quel tempo la voce di un cantante doveva essere “proiettata” nelle migliaia di metri cubi d’aria di una sala teatrale. La voce doveva arrivare senza mostrare alcuna forzatura alle ultime file di platea e di loggione. E ciò valeva tanto per lo squillo d’un tenore di forza, quanto per il sussurrato d’un tenore di grazia. A questa terribile scuola fu forgiato Caruso ed i suoi coetanei. La sua voce era mirabilmente equalizzata in tutti i gradi del suo “strumento” (così in gergo viene chiamata la “voce” di un cantante lirico) e…non voglio fare qui la storia di Caruso, ma aggiungo questo: un tenore del calibro di Alfredo Kraus o di Luciano Pavarotti può infilare ridendo i nove “do di petto” che si trovano nella Figlia del Regimento di Donizetti. Caruso: no. La forza di Caruso era nei toni medio-bassi della sua gamma. Fu definito: baritenore, cioè un connubio tra un tenore ed un baritono, e lui stesso, all’inizio della carriera, non sapeva se sarebbe diventato un baritono o un tenore. E questa fu la chiave del suo immediato successo come stella discografica.

Il phonograph a rulli di Edison

In quanto la tromba di quei grammofoni si sovrapponeva, deformandola, alla voce dei cantanti ed al suono degli strumenti musicali. Ma la struttura spettrale della voce di Caruso, per un puro miracolo divino, consonava (nel senso che era consonante) con quella del grammofono a tromba. I due fattori risultarono positivamente interferenti tra loro, si moltiplicavano a vicenda, e crearono un vero furore per i dischi di Caruso. E per la discografia in generale, che benedisse quel giovane tenore venuto da Napoli. Ma dopo la morte di Caruso (1921) furono inventati i microfoni, gli ampli-ficatori e gli altoparlanti elettrodinamici, ed i cantanti furono liberati da quel terribile allenamento che stroncava la loro carriera, che forgiava le loro corde vocali e poi le squarciava. Quando Caruso morì aveva 48 anni.

Ma con Caruso era comunque liniziata la corsa al bel suono, che culminò con la nascita dell’Alta Fedeltà negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando tornarono alla vita civile aviatori, marinai e genieri inglesi, americani e tedeschi che erano venuti a contatto con i maggiori e segretissimi progressi dell’elettronica militare. Un nome per tutti: il radar. Costoro furono in grado di mettere sul mercato amplificatori a bassa distorsione, a basso rumore di fondo, di inaudita potenza che, collegati a mostruosi altoparlanti in bass-reflex o a tromba esponenziale, creavano clangori inauditi. Io mi trovai avvantaggiato per il fatto di aver sposato una biondona svizzera che mi portò a vivere a casa sua a Winterthur nel Canton Zurigo, dove fui impiegato nella ditta Gebrüder Sulzer Ag, produttrice di grandi motori marini e di treni diesel elettrici, e che si  avvalse della mia opera nella progettazione del primo reattore nucleare elvetico. Poiché provenivo dall’università di Roma, che era stata l’Alma Mater di Enrico Fermi e dei “ragazzi di via Panisperna” i quali, ridendo e scherzando, avevano finito per costruire il primo reattore nucleare e la prima bomba atomica, ero tenuto in grandissima considerazione dai dirigenti della fabbrica e dai tecnici che lavoravano nel settori degli studi radiofonici e delle PTT (poste e telegrafi), negli studi discografici e nelle industrie elettroniche come Thorens, Revox, Nagra, Stellavox. Senza contare gli ingegneri e i tecnici che lavoravano nelle rappresentanze di grossi nomi stranieri come EMI, Leak, Goodmans, McIntosh, Quad, Marantz, Philips, EMT Franz e tanti altri, con cui ci incontravamo e discutevamo nelle fiere e nelle manifestazioni del settore elettro-musicale.


Il gramophone a dischi di Berliner

Quando tornavo a Roma per terminare i miei esami universitari, i miei colleghi di Fisica pendevano dalle mie labbra, ed in quel periodo ebbi una vera comunanza con uno la cui grandezza ho realizzato pienamente solo dopo la sua recente morte: Nicola Cabibbo. Nel settore di cui parlo l’Italia era infinitamente indietro rispetto alla Svizzera, paese sempre all’avanguardia nel campo delle telecomunicazioni, nella meccanica fine, nell’elettronica &c. La Svizzera, che si era mantenuta neutrale nella II Guerra Mondiale, poté iniziare lo sviluppo di una propria industria atomica, quando questa attività era tenuta congelata in Italia, paese sconfitto (anche se patria di Fermi, Rasetti, Segré). Il fatto che io potessi accedere ad un impiego nell’industria atomica svizzera era dovuto alla specialissima condizione di essere coniugato con una cittadina svizzera. I miei colleghi d’Università, ben più bravi di me, mi invidiavano questa posizione. Quuando ancora ero fidanzato di mia moglie, in Svizzera era già in circolazione il Telefonrundspruch, vale a dire la filodiffusione, che presto divenne stereofonica e costituiva una fonte di suono hi-fi in tutte le case. In Svizzera venne ben presto adottata la modulazione di frequenza per le trasmissione ad onde ultracorte, ed altrettanto presto le trasmissioni FM divennero anch’esse stereofoniche. Con la modulazione di frequenza le trasmissioni vennero liberate dalle interferenze atmosferiche, e le trasmissioni dei concerti dal vivo in FM divennero la migliiore sorgente possibile di suono hi-fi. E siccome, al contrario, di dischi LP in vinile erano pieni di difetti e facilmente deperibili, il 28 aprile 1962, in occasione del mio trentatreesimo compleanno, comprai il mio ultimo LP in vinile. Erano le Danze Slave di Dvorak, disco Decca, orchestra diretta da Fritz Reiner. Il disco presentava i soliti difetti degli LP e quindi diedi un addio a quel tiipo di hi-fi, e mi rifugiai nelle registrazioni con un registratore a nastro Revox, ed all’ascolto FM con un sintonizzatore Leak Throughline ed antenna sul tetto.


In italia le cose andavano a rilento. Le trasmissioni FM venivani effettuate sempre sotto la condizione di “in via sperimentale” e la filodiffusione era confinata nelle sale d’aspetto dei dentisti. E quindi, per diversi anni, rimasi assente dal mondo  dell’Alta Fedeltà. Ma nel 1972 in Italia era scoppiata, in ritardo, la passione per il bel suono e cominciarono a fioccare le riviste di settore. Ed a me si presentò l’occasione di fondarne una, col nome di Audiovisione (perché, oltre che di hi-fi, avevo l’intenzione di trattare anche la TV a colori e la videoregistrazione, due settori che  si stavano aprendo proprio in quei tempi). Gli inizi furono molto difficili, per via dell’estrema sottocapitalizzazione della nostra società. Ma ebbi la fortuna di trovare collaboratori straordinariamente bravi, che mi consentirono di introdurre una sorta di test estremamente scientifici (non alla portata dei nostri concorrenti), che in breve conquistarono la fiducia assoluta dei lettori e degli operatori del settore (inportatori, distributori, agenzie pubblicitarie, negozianti…) che non ci fecero mancare il loro solido appoggio. Quando lo stato maggiore della Matsushita di Osaka (oggi Panasonic) ci venne a far visita nella nostra sede di Olgiata, furono stupiti della nostra camera anecoica e della nostra dotazione di strumenti d’avanguardia. Dissero che un’attrezzatura simile non ce l’aveva neanche l’Università di Tokyo. Gli artefici della nostra ascesa tecnica furono dapprima l’ingegnere elettrotecnico Paolo Nuti. Poi il trio di fisici Stefano Sgandurra, Stella Marotta ed Egidio Mancianti, laureati con brillanti votazioni, uno di essi con 110 e lode. Con loro Audiovisione, oltre che test delle apparecchiature, cominciò a produrre anche ricerche scientifiche con l’ausilio dei centri di calcolo dell’Università, e fummo i primi ad utilizzare il computer. Questi tre fisici ebbero come successori un duo stra ordinario formato da Marco Bandiera e Mario Taccini, uno dei quali laureato in Fisica con 110 e lode, avendo presentato come tesi il progetto di un amplificatore digitale, una vera novità mondiale. Ma nel 1982 l’Italia fu colpita da una grossa crisi economica: l’inflazione superava il 20%, ed altrettanto faceva il rendimento dei Buoni del Tesoro. Il governo adottò severe misure restrittive, tra cui la tassazione del 16% sul valore di gmagazzino dei distributori. Inoltre sugli apparecchi hi-fi veniva imposta un’IVA del 35% come articoli di lusso. Le nostre entrate erano costituite quasi totalmente da introiti pubblicitari, ed in breve vedemmo che alle nostre fatture i nostri inserzionisti, anche i più antichi, i più fedeli ed affezionati, rispondevano con insoluti. Non avemmo il cuore di intentare causa a nessuno di loro, tanto sapevamo che si trattava di una situazione di disagio generale. Così mia moglie ed io, che non eravamo nati commercianti, declinammo ogni pressante offerta di aiuto da parte delle banche, e piuttosto che indebitarci preferimmo chiudere senza preavviso la bottega.

Ciò avveniva nel 1983, proprio quando l’alta fedeltà cambiava la sua struttura fondamentale. Prima di stampare l’ultimo numero, avevamo potuto annunciare ai lettori l’avvento del Compact Disc, il disco digitale che spazzava via tutto d’un colpo i difetti e le lamentazioni degli LP in vinile. Questa rivoluzione fu effettuata dalle ditte Philips e Sony con la mediazione del Maestro Herbert von Karajan, che era stato bravo ad ottenere sovvenzioni dal governo austriaco. Feci in tempo a vaticinare che con l’avvento del digitale l’Alta Fedeltà avrebbe fruito di tutti i vantaggi legati allo sviluppo dei computer. E fui un ottimo profeta.


I nuovi prodotti della rinascita hi-fi: il braccio tangenziale Thales di Micha Huber (Svizzera)
Credevo di aver chiuso i miei conti con l’Alta Fedeltà, quando, a trent’anni di distanza, il richiamo della foresta ha fatto sentire il suo ululato. Chiusa la mia rivista Audiovisione ed entrati sul mercato i CD, ne feci una scorpacciata, comprandone quasi tutti in un colpo circa seicento, quando di LP, in tutta la vita, non ne avevo comprato più di dieci. L’Alta Fedeltà diventava una denominazione storica, come l’Impressionismo, il Cubismo, il Divisionismo, il Futurismo &c. L’industria del suono progrediva insieme ai computer, come avevo previsto, e dopo il Cd erano sorti il DVD e l’iPod, quando, prima a livello di notizia curiosa, e poi come una precisa informazione industriale, si dovette constatare il ritorno sul mercato dell’Alta Fedeltà storica, con i giradischi, bracci e pick-up e, pensate un po’, i dischi in vinile! La notizia non mi rallegrò, ma dovetti constatare che il pubblico interessato a questo ritorno al passato esisteva e si faceva sentire. Avevo ritrovato un vecchio amico dei tempi passati, Paolo Corciulo, quando io pubblicavo Audiovisione e lui militava nel gruppo editoriale “Suono”, vale a dire presso i miei rivali ed avversari giornalistici. Lui, nel frattempo, aveva rilevato la testata proprio di Suono, la vecchia ammiraglia del gruppo, e ne era diventato direttore, Siccome voleva ampliare il settore culturale della rivista, mi offrì di collaborare con articoli non tecnici, che dapprima sembravano godere i favori dei lettori, che mi scrivevano assiduamente, ma poi si dileguarono sopraffatti da una maggioranza che pretendeva la pubblicazione di test e di notizie tecniche, come se veramente avessimo fatto un balzo all’indietro di trent’anni. E questo balzo all’indietro mi fu confermato da un altro vecchio amico col quale non avevo mai interrotto i rapporti: Carlo Capitta. Anche costui militava in campo avverso, ed era direttore di Stereoplay, altra testata del gruppo editoriale Suono, che poi, fra tutte, era la rivista più diffusa in tutte le edicole e che, al tempo della crisi, era stata acquistata all’estero e seguita ad essere pubblicata in Germania. Questo amico, anche lui dovette constatare che il passato stava ritornando con furore, talché, senza dire niente a nessuno, tutto da solo, si mise a realizzare un’opera ritenuta impossibile senza una forte organizzazione editoriale alle spalle: E cioè la pubblicazione di un enorme catalogo di ogni tipo di apparecchiatura attinente con l’alta fedeltà, vale a dire non solo i componenti di base fondamentali, ma anche ogni sorta di accessorio. La pubblicazione su web porta il titolo di Annuario Audio, ma è più veritiero il sottotitolo “La Grande Vetrina del Suono”, perché, a dire il vero, Annuario è una pubblicazione che si effettua una volta all’anno, mentre il catalogo di Capitta viene aggiornato in tempo reale, vale a dire istante per istante, registrando ogni minima novità che appare sul mercato. Un vanto di questa pubblicazione è l’imponente scenario storico di cui s’ammanta, fatto della puntigliosa raccolta delle vecchie testate, della ripubblicazione del test di apparecchiature famose e…Scusate, mi dimenticavo che basta fare un click sul suo striscione pubblicitario (detto banner in italiese) per farvi passare ore ed ore di interessante lettura. Quanto a noi, cari amici, vi annuncio che c’è un particolare settore dell’antica Alta Fedeltà che particolarmente mi interessa, in cui Audiovisione introdusse test mai effettuati da qualsiasi altra rivista al mondo, e che ritorna dì attualità proprio con questa rinascita di antiche passione. Di che si tratta ve lo dirò quando avrò avuto il tempo per scrivere il prossimo articolo. MM


Un altro esempio del neoesoterismo: il Da Vinci Monument (Svizzera)
(Foto Google di pubblico dominio. Click per ingrandire)


venerdì 5 novembre 2010

Panasonic annuncia la Lumix GF2

Panasonic ha finalmente rivelato l’ultima versione delle sue fotocamere Micro compatte senza specchio DMC-GF2, più piccole e leggere della capostipite GF1. La GF2 dovrà fronteggiare una forte competizione in questo segmento di mercato che si va rapidamente affollando, specialmente da parte della compagna di scuderia Lumix G1, dell’Olympus PEN-P1, della serie NEX della Sony e dei sistemi indipendenti visti in Ricoh GXR e Samsung NX10.

Panasonic afferma che la sua nuovissima fotocamera digitale Micro Quattro Terzi è la più piccola e leggera di tutte quelle del sistema ad obiettivi intercambiabili presenti sul mercato. L’affermazione è confermata dal fatto che la GF2 è più leggera del 7% e più piccola del 19% del modello precedente. Nonostante la riduzione in peso e dimensioni la GF2 ha un lampeggiatore incorporato.


il campionario dei colori



È stata effettuata una riprogettazione della sua interfaccia utente ed ora la GF2 vanta uno schermo tattile da 3” (7,5 cm). È disponibile una serie di modi di autofocalizzazione (AF) che comprendono il riconoscimento del volto ed una sorta di tracciamento AF che facillita la ripresa di soggetti in movimento.

Una gradita novità della GF2 è la sua compatibilità col nuovo obiettivo 3D introdotto dalla Panasonic, il Lumix G 2,5mm/F12, in modo che gli acquirenti possano riprendere fotogrammi 3D. La GF2 vanta un sensore Live MOS da 12,1 megapixel e può girare video full HD 1920x1080 in formato AVCHD (Advanced Video Codec High Definition).

Un dispositivo detto ”Intelligent Scene Selector” (selettore intelligente di scenario) fa sì che la fotocamera automaticamente si commuti sul modo più appropriato in accordo col soggetto “toccato”. Per esempio, il tocco su un volto commuta sul modo “ritratto”, ed un tocco su background (sfondo) o scenery (scenario) commuta sul modo scenery. La Lumix GF2 sarà disponibile a gennaio 2011 ed il listino prezzi sarà annunciato circa trenta giorni prima dell’inizio delle consegne.
David Gilbert

(Da TrustedReviews, rivista tecnica inglese di test e novità. Abbonatevi gratis. È quotidiana)

Aimi Kobayashi: il do diesis di Dio

(click per ingrandire. Per Mac ulteriore ingrandimento da tastiera)


Nel primo articolo musicale apparso su questo giornale, attribuivo, e seguito ad attribuire, una singolare omnipotenza pianistica a Valentina Lisitsa, una pianista ukraina di cui non avevo mai sentito parlare. La sua tecnica è eccezionale e la pone ai vertici della classifica mondiale di tutti i tempi. Ma quello che mi aveva maggiormente colpito, più che la tecnica, era la mancanza di ogni forma di sfoggio da parte sua. Certi libri sono scritti benissimo, ma vi si vede, appunto, lo sfoggio della propria bravura letteraria da parte dell’autore. Mentre altri hanno uno stile apparentemente dimesso, ma che ha il pregio di risultare più veritiero. Il De Bello Gallico di Giulio Cesare è scritto volutamente in questo stile humilis, che rende la narrazione, priva di ogni forma di autoincensamento e di vanagloria, straordinariamente realistica. E pensare che viene chiamato cesarismo proprio il palese autoriferimento. Ebbene, di fronte alla Lisitsa è nata una nuova stella, una meraviglia giapponese che, apparentemente, sembra proprio l’opposto di Valentina: piccola invece che gigantesca, una giovanetta di quindici anni, invece che una signora di quarantuno. Quello che le unisce è una tecnica prodigiosa ed una profondità interpretativa che mi lascia senza parole (le troverò, le troverò). La bambina prodigiosa è Aimi Kobayashi, che ha già fatto il giro del mondo come concertista. Il fatto straordinario ed irripetibile è che su YouTube, ed in generale su tutta la rete, la vita pianistica di Aimi è fedelmente registrata a partire dal suo esordio concertistico all’età di anni tre. È quindi possibile vedere questa bambina, sempre nella stessa sala da concerto, prima montare su un seggiolino munito di pantografo per alzarla all’altezza della tastiera, e poi poggiare i piedini su una “cassetta dei congegni”, munita di rimandi, manovelle, molle, cinghiette e differenziali per consentirle di agire sui pedali con i piedini che non ci arrivano. Siccome poi è piccola di natura, questi congegni l’accompagneranno fino ad oltre i dieci anni, rafforzando la sua icona di bimba prodigio.

Aimi è nata il 23 settembre 1995 nella città di Ube, prefettura di Yamaguchi, ed è ivi vissuta fino al 2007, anno in cui si è traferita a Tokyo. Ha cominciato gli studi pianistici a tre anni, ed ha suonato con l’orchestra all’età di sette, e dall’età di otto anni è sotto la guida di Yuko Ninomiya, un’insegnante invero straordinaria come la sua piccola allieva. Ha vinto tre volte (vale a dire ogni volta che ha parttecipato) il premio “Glory Culture Prize” della Prefettura di Yamaguchi. Ha ricevuto l’entusiastico sostegno della AADGT, cioè della American Association for Development of the Giftet and Talented (Associazione Americana per lo Sviluppo dei Dotati e dei Talenti).

Le interpretazioni di Aimi Kobayashi sono impressionanti per la loro “consapevolezza”. Non è tanto il virtuosismo ciò che desta ammirazione, ma è il “rigore”, la perfetta attinenza al testo, la mancanza di orpelli ed abbellimenti. In una parola. la “maturità”. Quella maturità che un bravo musicista costruisce in sé lungo anni ed anni di carriera e che Aimi Kobayashi possiede sin dalla nascita come dono celeste. Sin dalle sue prime esibizioni in pubblico, su un pianoforte da concerto, pur cominciando con brani d’una certa semplicità, le sue interpretazioni sono state sempre “adeguate”, nel senso che “quel” determinato brano neanche Arturo Benedetti Michelangeli l’avrebbe suonato meglio. Ci sono le prove. Prendiamo un pezzo che più che da concerto è da saggio annuale degli insegnanti privati, perché non essendo trascendente come difficoltà, fa  comunque una bellissima figura. Parlo dell’Improvviso op. 90 n. 2 di Schubert. Ho la fortuna di possedere l’esecuzione veramente straordinaria di Dinu Lipatti, il pianista romeno morto troppo prematuramente nel 1950 a soli 33 anni, avendo dimostrato di essere un gioiello di inestimabile caratura. Questo brano lo potete trovare su YouTube, e mi darete ragione se pensate che la sua interpretazione è d’altri tempi, e geni così non se ne incontrano più (questo è quello che pensavo anche io). Questo Improvviso è articolato su due forme musicali: la prima costituita da una serie di fluide sestine da eseguire alla velocità della…luce. Che culminano in un brano cadenzato basato su accordi. Ebbene, Aimi lo esegue alla stessa velocità, ma mentre Lipatti, arrivato agli accordi, li monumentalizza stagliandoli ed indugiandovi sopra con forza un po’ troppo accentuata, Aimi li esegue più agevolmente, contenendoli, domandoli in una perfetta linea melodica. Lipatti merita almeno 9,5, ed Aimi guadagna un bel 10. Aimi aveva 7 anni e le sue spallucce erano quelle di una bambina gracile.





La prova del fuoco è costituita dall’esecuzione della sonata Waldstein (detta anche Aurora) di Beethoven: qui il punto di riferimento assoluto, incontestabile, è rappresentato dall’esecuzione di Walter Gieseking del 1938 (in studio), mentre l’esecuzione di Aimi Kobayashi reperibile su YouTube non è ufficiale, perché avviene nel salone di una casa privata, alcuni giorni prima del suo concerto alla Carnegie Hall di New York. Devo dire che da quando avevo undici o dodici anni, e cioè da quasi settant’anni, ho cercato un’esecuzione di questa sonata che fosse paragonabile a quella di Walter Gieseking, che era posseduta in una serie di dischi da 30 cm a 78 giri, dal nostro più bravo e più ricco della classe, a casa del quale ci radunavamo per ascoltare e riascoltare la Waldstein (che noi chiamavamo Aurora). Ebbene, mentre l’intera nomenclatura del pianismo di questo pianeta è sempre risultata deludente al confronto di Gieseking, Aimi Kobayashi esegue questa sonata, che per esplodere in tutto il suo incomparabile fulgore deve essere tenuta sotto un sovrumano controllo dalla prima all’ultima nota, che dicevo? Ah, che Aimi Kobayashi esegue questa sonata… come Gieseking! Ci sono alcuni errori, non ha ancora la forza per il glissato del Prestissimo, perde alcuni centesimi di secondo nelle rampe ascendenti del Rondò, e di fronte al 10 assoluto di Gieseking arriva comunque ad un 9,6, che dimostra come la piccola principessina non è più il gracile fantolino di quando aveva 7 anni. Adesso ne ha 12. (Prima di chiudere il paragrafo vi dirò che su un parco di almeno venti pianisti da me ascoltati, il terzo classificato è Friedrich Gulda con 8,6. E comunque, con i moderni metodi di registrazione digitale, Aimi e la Lisitsa valgono potenzialmente 11/10).

E veniamo ai nostri giorni, cioè alla Aimi Kobayashi dell’anno 2010. Lei è 15enne, e tutte le tracce di sensualità interpretativa, anticipate nelle sue precedenti esecuzioni, ora assumono le sembianze di una evidente, precoce donnitudine. Da piccola nel suo cervello in via di conformazione si affollavano i feltrini di un pianismo intellettuale oscillante tra le tre corde ed il sordino. Ora interviene il cuore e la marea dell’amore. Ha già suonato tutti i tipi di musica da concerto, ma vediamola in un bis che, prima di adesso, ha già suonato altre tre volte reperibili su YouTube, e quindi chiunque può fare le proprie considerazioni sulle fasi del suo sviluppo. Il brano in questione è un brano facile che, come dico spesso, viene suonato in tutti i saggi annuali degli insegnanti privati. Trattasi del Notturno n. 20 in do diesis minore, opera postuma di Chopin. Difficoltà tecnica: nessuna. Valore musicale: dipende dall’interpretazione. Aimi lo suona con una tale intensità, con un tale rapimento, da creare un vero e proprio turbamento nell’auditorio. Quel do diesis, che nel corso del brano interviene due volte, e si riconosce perché è la nota più alta che viene suonata, è come una freccia scoccata a trafiggerle il grembo e l’apre all’estasi mistica di Santa Teresa d’Avila. Più che un’interpretazione è una vicissitudine, una passione che la isola dal resto del mondo. Come giudicheremmo un Daniel Baremboim, un Alfred Brendel, un Maurizio Pollini che suonassero così? Oltre che impossibile, sarebbe inappropriato. C’è una musica che è fatta solo per donne vere.
Marino Mariani





Orologio di famiglia


Orologio del periodo ellenistico, I° secolo a.c.


La passione è quanto unisce gli “amatori” degli orologi antichi (o semplicemente vecchi) ma la miccia che la fa esplodere è estremamente personale. Come molti primogeniti nella generazione del primo dopoguerra, quando me ne sono andato dalla casa paterna ho “ereditato” l’orologio d’oro di mio padre: per me questa è stata la prima volta in cui un oggetto (l’orologio) assumeva la valenza di un testimone, al di là del valore venale dell’oggetto. Quell’orologio mi venne poi rubato una ventina di anni fa dal mio ufficio in Largo Forano a Roma, lasciandomi un vuoto dentro, non giustificato dal rapporto che avevo, o avevo avuto, con mio padre. Da allora è come se lo stessi ancora cercando, era un cronometro “Universal” in oro rosa. Ho detto “come se lo stessi cercando” perché mi son ben guardato dal ricomprarlo: nel mercato specializzato se ne trovano di identici, in buonissime condizioni, per un prezzo che varia dai 400,00 ai 900,00 Euro (foto 1). 

Crono Universal anni 50, oro rosa
Un amico psicologo, mio quasi coetaneo, ha confermato con il suo comportamento che il “rapporto” con l’orologio di famiglia è particolare. Questo amico, quando è venuto a sapere della mia passione per i restauri mi ha affidato l’orologio di un suo zio, un Longines da tasca calibro 19 in argento. Questo orologio per lui ancora bambino era un oggetto tentatore da esplorare, di grande fascino, purtroppo una volta in una di queste “esplorazioni” l’orologio sfuggì alle manine del mio amico e cadde a terra rompendosi (mancava una parte dello smalto del quadrante e la cassa aveva il gambo che regge la corona di carica staccato) . L’orologio era poi stato riparato alla buona, con delle saldature che negli anni avevano ceduto e con un poco di colla avevano riattaccato i pezzi del quadrante; in aggiunta a questi danni estetici erano crepati un paio di rubini e un asse si era piegato. Revisionarlo e mettere a nuovo la macchina non è stato difficile, per la cassa il problema era diverso, occorreva togliere i residui delle precedenti saldature a stagno e far risaldare in argento, ribattere i “bozzi” e poi c’era il quadrante, ormai inguardabile in un orologio lucidato e rimesso completamente a nuovo, così ho fatto rifare il quadrante, sempre di smalto. Tutto questo spendendo più di quanto sarebbe costato in internet comprare un identico orologio in buone condizioni. Quando ho riportato, come mio regalo, il risultato di un mese di lavoro al mio amico, lui mi ha ringraziato ma ho visto nei suoi occhi un’ombra di tristezza, come se non fosse più l’oggetto che conosceva, evidentemente le riparazioni erano state “troppo” radicali ed avevano cancellato la storia degli incidenti, senza che lo zio ormai morto potesse di nuovo autenticare l’originalità dell’oggetto. L’orologio di famiglia così come l’ ho presentato in queste righe ha il massimo della sua diffusione nella seconda metà dell’Ottocento fino ai primi anni del dopoguerra con la nascita e lo sviluppo della classe media. Ho trovato dei cataloghi, specialmente americani (foto 2-3-4), in cui era il cliente a scegliere la macchina e poi la cassa, un monogramma aggiungeva un ulteriore tocco di unicità a quello che sarebbe diventato il simbolo del gusto, ma anche dello stato sociale della famiglia.



foto 2 foto 3 foto 4
A volte questi “pezzi unici” avevano altre origini, altre storie. Mi viene in mente il caso degli orologi con due o tre marchi, un esempio per tutti gli orologi destinati da Georges Favre-Jacot, poi Zenith (1911) dalla cittadina di Billodes, al mercato islamico (foto 5) tra il 1870 e il 1890. Il mercato era marginale e non giustificava la creazione di un nuovo marchio con cui contrassegnare il macchinario, così abbiamo il macchinario e la cassa marcati “Billodes” (foto 6), il marchio che in quegli anni usava il signor Favre-Jacot, e il quadrante “ K. Serkisoff & Co Costantinople” (foto 7) e addirittura una terza firma, quella del referente turco del marchio, colui che in una casa editrice potrebbe essere il distributore locale (foto 8).

Zenith Turco in argento, seconda metà ottocento

Naturalmente anche la concorrenza a quello che per semplificare chiamerò “Zenith” in quegli anni ha lo stesso comportamento per i mercati marginali. I macchinari diventano pressoché identici (prodotti in Svizzera dalla stessa fabbrica con calibri diversi con marchi e sottomarchi diversi) ma sempre con la stessa logica. La costruzione della macchina era molto legata al gusto estetico del mercato a cui era destinata (quello turco ed egiziano), così ecco controrubini cabochon sorretti da staffe in acciaio lucidate a specchio, uno spettacolo di pietre e specchietti (foto 9). Per chi volesse approfondire, “Georges Favre-Jacot” era un signore che forniva anche Faberge ed il mercato russo della corte dello Zar, come innovatore è stato tra i primi a realizzare macchine a 36000 alternanze, è facile trovare in Internet la sua biografia. L’alternanza è il numero di oscillazioni che un bilanciere compie in un’ora, maggiore è il numero di oscillazioni e maggiore è la precisione di un orologio.

foto 6 foto 7
foto 8 foto 9

Anche gli americani Elgin e Walthman avevano macchine prodotte in Svizzera, ma di questo mi andrebbe di parlare in un prossimo articoletto, in cui scoprire che anche aziende come la Longines per superare i problemi posti dalle Corporazioni dei produttori di orologi svizzeri (che erano una potentissima gilda) e i dazi doganali (altissimi negli USA sugli orologi svizzeri e non sui macchinari) esportavano in America macchine che poi venivano incassate negli Stati Uniti o in America Latina e non sempre con i marchi originali del fabbricante. Una morale? Se avete il vostro orologio di famiglia pensateci bene prima di farlo rimettere a nuovo!
Luciano Zambianchi

(Tutte le foto sono dell'autore. Per ingrandire: click su foto. Per Mac ulteriore ingrandimento su tastiera) 


mercoledì 3 novembre 2010

Innovativo Master dell’Università di Bologna

Claudio Tentoni, Pasqualino Maietta Latessa e Giovanni Paruto
La promozione dell’attività fisica e lo sviluppo di un ambiente fisico e sociale favorevole al vantaggio della salute pubblica è diventato anche un obiettivo a livello Europeo, come dimostrano le recenti iniziative della Commissione e del Parlamento Europeo. Un esempio è dato dal Libro Bianco della Commissione Europea dal titolo “Una strategia europea sugli aspetti sanitari connessi all’alimentazione, al sovrappeso e all’obesità” (2007), che ha come obiettivo la definizione di un approccio integrato europeo destinato a ridurre i problemi sanitari causati da un’alimentazione scorretta, dal sovrappeso e dall’obesità. Questo documento, che sottolinea l’importanza di adottare misure preventive e dinamiche per arrestare il calo dell’attività fisica riscontrata negli ultimi decenni è stato la base di un’idea: quella di formare soggetti con caratteristiche manageriali nel settore della promozione della salute.

In questi giorni è stato pubblicato sul sito dell’Università degli Studi di Bologna il bando per la partecipazione al Master Annuale di II Livello “Sviluppo dell’Attività Motoria e Promozione della Salute”. Il Master, nato da un’idea del dott. Fausto Felli, Presidente dell’Equity in Health Institute, è stato presentato, per la sua realizzazione, al prof. Carlo Bottari, Preside della Facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Bologna e successivamente approvato dal Consiglio di Facoltà e dagli Organi Accademici dell’Ateneo Bolognese.

La titolarità dei corsi che caratterizzano il master è stata affidata ad esperti di chiara fama e specialisti di settore. Inoltre, sono stati previsti alcuni seminari tematici e su temi specifici e caratterizzanti ad integrazione dei moduli di insegnamento. Al fine di perfezionare la preparazione dei partecipanti è stata inoltre prevista una formazione in aziende del settore.

Il master intende formare una nuova figura manageriale, lo “Equity in Health Manager”, la cui competenza sarà quella di collocarsi nell’azione dei distretti consentendogli di governare la graduale crescita di una funzione indispensabile nell’era della longevità di massa.Le figure professionali di riferimento sono i Medici e laureati in Scienze Motorie, Giuridiche ed Economiche che operano già in strutture pubbliche o private.Il Piano Didattico si compone di Materie di Insegnamento e Seminari, che sono parte integrante e qualificante del Master.

Le Materie di Insegnamento sono: Povertà e Salute; La Disciplina del Benessere Fisico; Municipalità e Produzione della Salute; Produzione della Salute nel Servizio Sanitario Nazionale; Attività Motoria e Benessere Fisico; Produzione della Salute su Larga Scala; Urbanistica e Salute; Impatto del Produrre Salute nel Settore Sanitario; Come Promuovere l’Equità della Salute; L’Attività Motoria come Nuovo Modello del Servizio Sanitario Nazionale.Le Materie dei Seminari sono: La fondazione della ricerca scientifica e la medicina generale: progetti possibili; La qualità del management quale fattore di successo dei programmi di Health Promotion su Larga Scala; Health Promotion nel governo degli eventi prevedibili ed evitabili; Le Medicine Non Convenzionali nel Programma Salute dell’Unione Europea; Health Promotion: il ruolo propulsore dell’Europa; L’associazionismo quale valore aggiunto del produrre salute su larga scala; Produrre salute su larga scala: l’approccio sistemico al management; Il ruolo del medico di medicina generale nel produrre salute su larga scala; L’architettura funzionale di SSN, SSR e ASL; Ilprodurre salute nel paziente anziano complesso: la nutrizione.La struttura proponente e sede delle lezioni del Master è la Facoltà di Scienze Motorie in via San Vitale, 38.

Il master approfondirà la funzione terapeutica dell’attività motoria, analizzerà e svilupperà le strategie che aumentano la diffusione dell’attività fisica quali obiettivi di sanità pubblica importanti che possono essere raggiunti attraverso politiche sanitarie mirate, individuando le competenze e le responsabilità. Il master inoltre svilupperà progetti di integrazione socio-sanitaria in ambiente termale e curerà le caratteristiche, le doti e le qualità che il manager in sanità pubblica deve avere.Verranno inoltre analizzate le tecniche per affrontare il tema della salute nell’ambito delle scelte di finanza pubblica mediante l’inquadramento della salute come rilevante segmento della spesa pubblica (attraverso una panoramica dei modelli e dell’impatto quantitativo sui conti pubblici). In questo quadro saranno approfonditi gli effetti della crisi del welfare sulla domanda e sull’offerta di salute e le distorsioni ipotizzabili. Successivamente verrà inquadrato il tema delle risorse destinate alla tutela della salute nella decisione di finanza pubblica attraverso la descrizione dei principali passaggi normativi e temporali del sistema italiano, con particolare riferimento alla evoluzione della forma di stato (federalismo fiscale, piani di rientro, modalità di finanziamento).

A livello europeo verranno analizzate in particolare sia le azioni che gli Stati dell’Unione intraprenderanno, sia la le ricadute sui diversi paesi. Verrà inoltre fornito il quadro giuridico generale della politica dell’Unione Europea sulla Sanità Pubblica basata sul Trattato dell’Unione Europea.Il master intende formare manager che progettino un modello di sanità accanto al cittadino, che lavorino per l’introduzione di un terzo pilastro nei sistemi di gestione della sanità, promuovendo il miglioramento dei sistemi di gestione per l’efficienza sanitaria, attraverso misure preventive rivolte alla riduzione delle diseguaglianze nella salute.

La direzione del Master è stata affidata dal consiglio scientifico al prof. Claudio Tentoni, Associato di Metodi e Didattiche delle Attività Motorie, da anni sostenitore, insieme al dott. Fausto Felli, dello sviluppo dell’attività motoria e della promozione della salute su larga scala.
Tutors del Master sono il prof. Pasqualino Maietta Latessa, Associato di Metodi e Didattiche delle Attività Motorie e il dr. Giovanni Paruto, Coordinatore della Facoltà di Scienze Motorie.

Riferimenti:
Scadenza bando: venerdì 10 dicembre 2010
Crediti formativi: 60 CFU; stage 12 CFU; prova finale 4 CFU
Numero minimo: 15 iscritti; prevista anche la partecipazioni di cinque uditori.
Per informazioni 051.2095554 giovanni.paruto@unibo.it


Per i cittadini italiani interessati a questo corso, precisiamo il significato di alcuni termini:
Caratteristiche manageriali: capacità direttive
Master: corso di perfezionamento
Equity in health: equità nella salute
Equity in health master: dirigente d’equità nella salute
Management: amministrazione
Health promotion: promozione della salute
Welfare: benessere (pubblico)
Tutor: assistente
Stage: stadio, grado

giovedì 28 ottobre 2010

Panasonic Italia Newsletter (02)

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DECT SEGRETERIA E VIVAVOCE: PARLA LIBERAMENTE
Il nuovo cordelss DECT Panasonic KX-TG7521 con segreteria telefonica è perfetto sia per l'ufficio che per la casa. L'ampio schermo LCD da 2,1” retroilluminato di bianco permette una facile lettura del display anche al buio. Oltre alla rubrica da 100 voci, dispone di diverse utili funzioni: sveglia, orologio e indicatore livello batteria; ma l'elemento in più è il vivavoce integrato: sia in casa - ad esempio quando si è indaffarati nelle faccende domestiche - che in ufficio - come quando si è al computer - consente di muoversi con la massima libertà.
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LA NUOVA ERA DEL MULTIFUNZIONECon ben 9 funzioni, Panasonic KX-MB2062 è una multifunzione laser di nuova concezione. KX-MB2062 incorpora segreteria e DECT (fino a 6 portatili), copia alla velocità di 24 ppm e può ricevere messaggi vocali e fax direttamente via e-mail; lo scanner di rete a colori è ad alta risoluzione (fino a 9.600 dpi interpolati); l'Easy Print Utility raccoglie e stampa i dati creati da differenti applicazioni. Compatta e sobria, la multifunzione Panasonic consente di guadagnare spazio in ufficio e di godere dei molti vantaggi della multi-communication.

UN DECT PER TUTTE LE OCCASIONI
Il telefono portatile Panasonic KX-TG6511 è l'ideale sia per la casa che per l'ufficio. Il vivavoce è funzionale in ogni occasione, ma il DECT offre anche un'ottima presa a spalla. L'ampio schermo LCD da 1,8” facilita la lettura di voci e funzioni, e unito al menù intuitivo favorisce l'accesso alle sue molteplici funzioni: risposta con qualsiasi tasto, ripetizione degli ultimi 10 numeri, 16 melodie, orologio, sveglia, tasto di ricerca portatile, indicatore di chiamata e di carica, compatibilità GAP.
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LUMINOSE EMOZIONI IN 3D
TH-152UX1 è lo strabiliante schermo 3D da 152'' annunciato da Panasonic. Il nuovo display non solo raddoppia l'efficienza luminosa dei precedenti modelli ma consuma anche la metà dell'energia. Inoltre il 3D è stato migliorato per consentire che le immagini siano riprodotte alternandosi alla frequenza di 60 frame al secondo (fps) per occhio. Il luminoso schermo riproduce contenuti dettagliati e immagini realistiche e quadruplica (4.096 x 2.160 pixel) la risoluzione dello schermo rispetto agli odierni Full HD (1.920 x 1.080 pixel).
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LA STAGIONE DEL 3D
Questo autunno verrà ricordato per l'avvento della tecnologia 3D. Panasonic Italia ha presentato le linee guida e gli obiettivi per rivoluzionare il mercato con la sua offerta di sofisticati TV, lettori Blu-ray, Home Cinema, videocamere e fotocamere 3D.Leggi la news

martedì 26 ottobre 2010

Perché gli hamburger McDonald’s “Happy Meal” non si decompongono?


Abbiamo ricevuto questo articolo nella newsletter di “Natural News” del 18 ottobre scorso, ma lo stesso è reperibile su internet alla voce “McDonald’s Happy Meal Hamburgers”. Alcuni termini contenuti nella lista degli ingredienti non sappiamo tradurli e li abbiamo lasciati nell’inglese originale. Potete indirizzarvi a “natural news” ed abbonarvi gratuitamente.




(NaturalNews) È sempre un evento divertente quando la stampa di tendenza “scopre” qualche cosa che essi ritengono nuova, anche se noi, seguaci della salute naturale, ne parlavamo da anni. Il New York Times, per esempio, ha pubblicato recentemente una storia dal titolo Quando le Medicine Causano i Problemi che Erano Intese a Prevenire. Lo stesso tasto noi lo stiamo battendo da anni, ripetendo come la chemioterapia causa il cancro, come le medicine per l’osteoporosi causano la frattura delle ossa, e come gli antidepressivi causano comportamenti suicidi.
L’ultima “nuova” scoperta dei giornali omologati è che gli hamburger McDonal’s Happy Meal con le relative patatine non si decompongono, anche se li tenete fuori per sei mesi. Questa storia è stata diffusa dalla CNN, dal Washington Post e da numerosi giornali a larga diffusione, tutti meravigliati che il cibo spazzatura prodotto dalle catene fast food è indeperibile.
Il ridicolo è che la comunità della salute naturale aveva trattato questa topica diversi anni fa. Chi ricorda il video di Len Foley “Bionic Burger”? Fu pubblicato nel 2007 ed alla fine totalizzò ben 2 milioni di passaggi su YouTube. Il video mostra un giovanotto che comprò i suoi hamburger McDonald’s nel 1989, i quali, dopo due decenni, ancora non si sono decomposti! Adesso costui raccoglie nel suo seminterrato un’intera collezione di hamburger non decomposti.

Ma la stampa di tendenza diede risalto a questa storia? Neanche una parola. La storia venne completamente ignorata. Soltanto nel 2010, quando un artista inviò una storia relativa ad un indecomponibile hamburger McDonald’s acquistato sei mesi prima i notiziari diffusero la notizia. Guardate il video allegato e potrete ammirare un intero museo di Big Macs - nessuno dei quali mostra tracce di deperimento. Ciò è particolarmente interessante perché il più recente “Happy Meal Project” che si propone di controllare per soli sei mesi lo stato dell’hamburger, ha attratto su di sé montagne di critiche da parte di alcuni osservatori, che asseriscono che gli hamburger andranno a male, se gli si dà il tempo sufficiente. Essi evidentemente non sanno nulla del museo degli hambuger mummificati, in servizio continuo dal 1989. Questa roba sembra proprio di non volere decomporsi mai!

Perché gli hamburger McDonald’s non si decompongono?
Innanzi tutto, perché hamburgers e patatine dei fast food non si decompongono? La risposta che spesso viene istintivamente è questa: “Beh, devono contenere tanti di quegli additivi chimici che neanche la muffa se li mangia”. Ma questa è solo una parte della risposta, non tutta la storia. La verità è che molti cibi processati non si decompongono, e non vengono mangiati né dalla muffa, né dagli insetti, e neanche dai roditori. Provate a lasciare un vasetto di margarina in cortile e guardate se qualcuno è interessato a mangiarlo. Troverete che anche la margarina resta lì e sembra immortale! Le patatine chips possono durare decenni. Le pizze congelate resistono benissimo alla decomposizione. Avete presente quelle salsiccette di Natale e bocconcini di carne processati che si vendono per strada nel periodo delle feste? Li potete conservare per anni e loro non andranno mai a male.

Con i bocconcini di carne, la principale ragione per cui non si decompongono è costituita dal loro alto contenuto di sodio. Il sale è un grande conservante, come l’uomo sa da migliaia di anni. Le frittelle di carne sono assolutamente caricate a sale – al punto da poterle qualificare come carne “conservata”, senza contare l’eventuale aggiunta di additivi chimici. Per me la carne che non si decompone non cosituisce un grande mistero. Nel mio cervello la reale questione è perché non ammuffiscono i panini? Questo è il vero quesito terrorizzante, perché il pane sano comincia ad ammuffire entro pochi giorni. Che diavolo può esserci nei panini degli hamburger McDonald’s che può sopprimere la vita dei microorganismi per più di vent’anni? Come potete constatare, a meno che non siate un chimico esperto, non riuscirete a districarvi nella giungla costituuita dalla lista degli ingredienti. Eccovi l’elenco di quanto il sito McDonald’s sul web assicura che troverete nei loro panini:

Farina arricchita (farina di frumento sbiancata, farina d’orzo al malto, niacina, ferro ridotto, mononitrato di tiamina, riboflavina, acido folico, enzimi), acqua, sciroppo di granturco ad alto tenore di fruttosio, zucchero, lievito, olio di semi di soia e/o olio di semi di soia parzialmente idrogenato, contiene il 2% o meno dei seguenti componenti: sale, solfato di calcio, carbonato di calcio, glutine di frumento, solfato d’ammonio, cloruro d’ammonio, condizionatori dell’impasto (lattato steaorile di sodio, esteri dell’acido tartarico di mono- e digliceridi, acido ascorbico, azodicarbonamide, mono- e digliceridi, ethoxylated monoglycerides, fosfato monocalcico, enzimi, guarana, perossido di calcio, farina di soia), propionato di calcio e propionato di sodio (conservanti) e lecitina di soia.

Che bel campionario, no? Amerete specialmente lo sciroppo di granturco ad alto tenore di fruttosio (avanti i diabetici!), l’olio di semi di soia parzialmente idrogenato (avanti i cardiopatici!) e la lunga lista di prodotti chimici come il solfato d’ammonio ed il proprionato di sodio. Wow, mi viene l’acquolina in bocca solo a pensarci. Ma la vera parte scioccante viene adesso. Ecco quel che penso: penso che la ragion per cui nessuno vuol mangiare un panino McDonald’s (tranne l’uomo) è che non è un genere commestibile! Nessun animale normale percepisce un panino d’hamburger McDonald’s come un alimento. Per i loro sensi, non è roba da mandar giu. Questa è la ragione per cui questi panini bionici, appunto, non si decompongono.

Il che mi porta alla considerazione finale su questa ridicola vicenda: c’è una sola specie sul pianeta Terra che è così ingenua da pensare che un hamburger McDonald’s sia un alimento. Questa specie soffre di valori stratosferici di diabete, cancro, cardiopatia, demenza ed obesità. Questa specie proclama d’essere la più intelligente del pianeta, e si comporta così scioccamente da nutrire i propri bambini con prodotti chimici velenosi e con tali atroci non-alimenti che neanche i funghi vogliono ingerire (per vostra informazione, preferiscono il letame delle mucche). In questo caso la morale da trarre è che non sono gli hamburger McDonald’s a non volersi decomporre, ma è che la gente è così stupida da volerli mangiare. Ma troverete che la CNN non vorrà riraccontare questa storia un’altra volta.
Mike Adams










martedì 19 ottobre 2010

La storia di IWC 1a parte



Sciaffusa: cascata del Reno  (Photoprint by Photoglobe 1890-1900 Zürich)
Diversi anni fa, scrissi quest’articolo in tre puntate per la rivista Chrono World, e con vero stupore il mio amico Luciano Zambianchi, nel corso di sue ricerche su internet, l’ha ritrovato su un sito in cui veniva premiato dai lettori con il punteggio di cinque stelle su cinque. Quella del mio primo acquisto d’un orologio costoso, in condizioni romanzesche, è una storiella che, in vari contesti, avevo già servito, opportunamente riscaldata, più volte sulle colonne di Chrono World, per cui, in questa riedizione, avevo chiesto scusa al mio pubblico affezionato. Negli ultimo vent’anni molte cose sono cambiate, ma non la storia del mio acquisto, né la storia delle origini della maggiore marca prodotta nella Svizzera Tedesca. In compenso s’è trovata una fotografia del misterioso fondatore.


La forza motrice delle acque del Reno




Cari lettori, quando avrete letto le prime righe di questo articolo, resistete alla tentazione di voltare pagina e passare oltre: inizio, è vero, con una vecchia storia che vi ho narrato diverse volte, ma questa volta c'è un'importantissima ed inattesa variante, che certamente vi divertirà. La vecchia storia è sempre quella dell'estate del 1980: mi trovavo  a bordo della mia Alfetta 2000, avevo da poco varcato il confine svizzero con l’intento di farmi un mesetto di vacanza in territorio federale, quando mi accorsi di non avere più al polso il mio orologio, di cui non ricordo neanche la marca, e che, dopo molti mesi, riemerse spontaneamente dall’interno della vettura, mentre aveva eluso ogni mia affannata ricerca. Ero solo, perché mia moglie aveva deciso d’andare in crocera, e da solo mi toccò prendere la decisione di comprarmi un nuovo orologio. Se si pensa che proprio quell’anno festeggiavo il 25simo anno di matrimonio, si dirà che avevo l’età per prendere tale decisione, ma in famiglia avevamo l’abitudine di scegliere insieme ogni acquisto d’un certo valore, e quindi iniziai le mie ricerche carico di dubbi e d’incertezze. Mi trovavo nel cantone di Lucerna, il cui capoluogo è una vera capitale del turismo mondiale, il che significa che le sue vie sono un’incomparabile, unica, immensa e scintillante vetrina di gioiellieri ed orologiai. Se avessi avuto una piccola idea di ciò che volevo, avrei potuto risolvere la questione in una mattinata, ma di quello che volevo non avevo la minima idea. Marche d’orologi da me conosciute? Mio padre aveva uno Zenith automatico, in casa c’era anche un Longines. E poi, altri nomi da me conosciuti, erano Omega, Eterna, l’Alpina di mio suocero e...basta! E poi sorse anche la questione della spesa: secondo me un buon orologio in acciaio non avrebbe dovuto costare più di cento franchi, che a quel tempo saranno valsi sulle 50-60 mila lire. Ebbene, poiché questa storia già l’ho raccontata, saltiamo alle conclusioni: per effettuare la mia scelta impiegai diverse settimane: in fondo era un divertimento inerpicarmi tra i boschi montani di Engelberg la mattina, e poi scendere in città a fare il riccone nei negozi più lussuosi. Non solo setacciai tutti i negozi di Lucerna, riempiendomi di cataloghi e listini, ma feci puntate anche a Zurigo e a Winterthur, e questo per dire che la mia indagine fu veramente completa, ed i risultati veramente attendibili: i negozianti non mi riempivano la testa con centinaia di modelli. Poiché non mi presentavo come turista, bensì come fervido aspirante ad un acquisto profondamente ed incondizionatamente “elvetico”, essi furono unanimi nel confidarmi il loro Gotha della vera ed esclusiva nobiltà svizzera: Audemars Piguet, IWC, Patek Philippe, Piaget e Vacheron Constantin, in rigoroso ordine alfabetico. Non si tratta di una vera e propria classifica di merito: di orologi buoni o buonissimi ce ne sono molti di rispettabilissima marca al di fuori di questo ristretto florilegio, ma la tribuna d’onore rimane comunque riservata a questi nomi. E quali furono le conclusioni? Alla fine acquistai un IWC modello “Yacht Club II” in oro e acciaio al prezzo di 3.600 franchi, che oltre a piacermi istintivamente, mi veniva da più parti caldeggiato. Nel corso di quello stesso anno 1980 comprai l’identico modello, versione femminile, per mia figlia, e quello in oro massiccio (compreso il bracciale), per mia moglie. Come dissi, in effetti avevamo il 25simo anno di matrimonio da festeggiare. E veniamo all’inaspettata e divertente variante di questo racconto.


   Origini
L'antica sede in Baumgartnerstrasse





Può darsi che se avessi svolto la mia inchiesta nei cantoni occidentali di lingua francese, dove c’è Ginevra e la Vallée de Joux, assieme al 90% dell’industria orologiaria elevetica, i risultati sarebbero stati alquanto differenti, almeno in un punto specifico, e cioè nella beatificazione di IWC che, avendo sede in Sciaffusa, nella Svizzera nord-orientale, gode dell’incondizionato appoggio dei cantoni tedeschi della Svizzera interna. Ma si tratta di sottigliezze: i cantoni tedeschi rappresentano la stragrande maggioranza dell’etnia svizzera, ed hanno ogni titolo per parlare a nome dell’intera nazione. Ebbene, avendo acquisito tanti titoli nobiliari alla borsa valori del Gotha svizzero, potete immaginare il mio stato d’attesa quando, nella mia serie di profili aziendali delle più famose marche mondiali, è venuto il momento della International Watch Company, la maison svizzera di cui mi sento azionista onorario. Ebbene, vi dico subito che la prima impressione, alla lettura del libro di Manfred Fritz sulla “Grande Complication” e sulla storia della IWC (disponibile anche in italiano, Edition Stemmle), è stata quella di una profonda delusione. Niente di simile alle origini “eroiche”, ed anche aristocratiche, di Breguet, Vacheron Constantin, Patek Philippe. D’altra parte, anche le famiglie Colonna e Torlonia, prima di diventare roccaforti della nobiltà pontificia, erano dedite al brigantaggio! Nel caso di IWC, il fondatore viene dall’America con l’intento di compiere un’operazione molto simile a quelle che, ai miei tempi, venivano chiamate, appunto, truffe all’americana. Non ci riesce, e fallisce. Il suo successore, anch’egli americano, fugge con la cassa... E per fortuna il finale è a lieto fine! Ma veniamo alla storia vera, come viene ricostruita nel libro di Manfred Fritz. Quale fu il primo passo? Nel 1867-68 l’orologiaio americano Florentine Ariosto Jones, dopo aver lavorato a Boston presso le fabbriche E. Howard Watch & Clock e G.P.Reed, parte per la Svizzera. Il giovane americano di 27 anni non aveva preso la sua decisione alla leggera: prima aveva svolto, come si direbbe oggi, un’accurata indagine di mercato sulle possibilità d’insediamento e sviluppo in Europa. I risultati di questa ricerca lo avevano convinto che sarebbe stato economicamente interessante, ed assai stimolante da un punto di vista tecnico, combinare due dimensioni produttive ideali per il settore orologiero: la competenza americana in fatto di meccanizzazione e l’accuratezza svizzera per le lavorazioni d’alta precisione, già allora leggendaria in America. Fu dunque così che F.A.Jones, insieme all’amico e stretto collaboratore Charles Kidder, giunse - probabilmente a cavallo del 1867-68 - nella Svizzera Occidentale, con l’intenzione di meccanizzare l’industria orologiera del Giura, a quell’epoca basata prevalentemente su lavorazioni manuali, e quindi piuttosto “arretrata”, secondo i criteri americani. È facile immaginare come questo progetto causasse ovunque gravi preoccupazioni, per l’implicita minaccia ai posti di lavoro nel settore orologiero. Un giorno, sempre alla ricerca del modo adeguato per realizzare i suoi piani imprenditoriali, Jones incontra - probabilmente a Ginevra - l’orologiaio e industriale Johann Heinrich Moser. Costui, attivissimo nipote dell’orologiaio di Sciaffusa Erhard Moser, aveva appena ultimato nella sua città natale la costruzione di un costoso impianto idraulico sul Reno, in grado di fornire energia meccanica a diverse aziende, tramite enormi cinghie di trasmissione. Con questa prospettiva Heinrich Moser convinse l’americano a dar vita alle sue idee nella Svizzera nord-orientale, e cioè a Sciaffusa anziché nel Giura. Nasceva così, nel 1868, la “International Watch Co., Schaffhausen, New York” insediata inizialmente in alcuni locali e laboratori presi in affitto e collegati alla rete di distribuzione dell’energia idraulica. Qui il signor Jones installò la maggior parte delle macchine per la produzione di componenti d’orologi, che aveva fatto arrivare dagli Stati Uniti. Riguardo al preciso anno di nascita della ditta, le ricerche svolte in occasione della compilazione del libro storico sulla IWC, pubblicato nel 1986, avevano convinto gli autori ad accettare come prova dell’anno di fondazione 1869 il certificato emesso dal Controllo Residenti. Una deduzione che oggi non è più sostenibile alla luce di nuovi reperti: recentemente la IWC è venuta in possesso di orologi con “calibro Jones” recanti l’indicazione dell’anno di produzione 1868. L’autenticità delle sigle è stata scrupolosamente accertata.

La storia non ci ha tramandato nessun ritratto di F.A.Jones, ma il suo primo orologio ne riflette pienamente il carattere e la filosofia. All’interno, il “Calibro Jones” rivela incontestabilmente la data di fondazione dell’IWC: 1868.
Truffa all'americana
L’indicazione fornita da questo materiale viene indirettamente confermata anche da un’inserzione, pubblicata nel 1874, nella quale si offrono azioni per una società da costituire. Il documento riporta: “Dopo essersi personalmente dedicato ad un esame approfondito dell’orologeria americana e svizzera, il signor F.A.Jones, già direttore della fabbrica d’orologi F. Howard Watch Co.’s Movements di Boston & New York, ha iniziato sei anni or sono la costituzione di una fabbrica meccanizzata per la produzione di orologi a Sciaffusa...”. Facendo un semplice calcolo, risulta chiaro che l’anno di fondazione è il 1868. Jones aveva probabilmente bisogno di ampliare la sua base economica per poter continuare con successo le sue attività imprenditoriali. Ma ciò che mi ha fatto balenare l’idea della “truffa all’americana” è un curioso annuncio pubblicitario apparso sulla rivista americana “The Watchmaker and Jeweler” nel maggio 1873, che mostra un imponente stabilimento di Sciaffusa con l’insegna “International Watch Co., United States”. Naturalmente questo ciclopico edificio era del tutto inesistente. Nel testo sottostante si leggeva: “La International Watch Co., allo scopo di unire gli eccellenti sistemi meccanici americani alla più alta abilità artigianale svizzera, ha fondato la propria manifattura di orologi a Sciaffusa, Svizzera, ed è ora pronta a commercializzare orologi affidabili con tutti i vantaggi della perfezione meccanica, nonché artisticamente rifiniti...”. Venivano poi reclamizzati anche i grandi pregi del nuovo sistema di carica a corona, al quale Jones aveva lavorato quando era alle dipendenze di Howard a Boston, e che a quei tempi cominciava a sostituire lo scomodo caricamento a chiavetta negli orologi da taschino. Se lo stabilimento IWC, raffigurato nell’illustrazione dell’annuncio, esisteva solo nella fantasia di F.A.Jones, nondimeno il testo dell’inserzione, che si rivolgeva al mercato americano, esprimeva con molta chiarezza gli intendimenti dell’azienda: produrre orologi che offrissero sia i più moderni ritrovati tecnici dell’epoca, sia la proverbiale accuratezza artigianale dell’antica ed esperta orologeria svizzera. La brillante idea avuta da Jones, di conquistare il vivace e ricettivo mercato americano con un prodotto che recasse l’impronta della qualità svizzera, fu però duramente ostacolata dal governo di Washington, che per molti anni si rifiutò di abbassare gli esorbitanti diritti doganali stabiliti nel 1864, al tempo della Guerra di Secessione, ed applicati anche sull’importazione di orologi. Ben il 25% del valore di ogni IWC che entrava in USA finiva nelle casse dello Stato.

Gli "americani" fasulli
Inoltre, nello stesso periodo, anche i fabbricanti americani cominciavano ad imparare la costruzione di orologi da taschino di miglior qualità. Perciò Jones e la sua IWC si trovarono a dover combattere su due fronti: da un lato contro le elevate tasse d’importazione americane che annullavano i vantaggi del minor costo della mano d’opera in Svizzera; dall’altro contro la temibile concorrenza dei produttori locali. Si verificò, poi, una terza circostanza sfavorevole: alcuni importatori americani di pochi scrupoli, cominciarono a distribuire, negli Stati Uniti, ingenti quantitativi di orologi molto scadenti provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dalla Svizzera, camuffandoli con nomi americani puramente inventati, o addirittura con nomi di orologi esistenti, prodotti sul mercato locale. Questi orologi di terz’ordine, ben presto scoperti e messi al bando come “fake americans” (americani fasulli) minarono il buon nome dell’orologeria europea negli Stati Uniti. Proprio Mr Jones, l’americano di Sciaffusa, divenne la vittima innocente di questa situazione, a dispetto del proposito con cui aveva fondato la sua azienda in Svizzera: quello di stabilire un nuovo standard qualitativo, unendo i moderni metodi di produzione alla tradizionale precisione elvetica. La IWC, che in quegli anni indirizzava la sua produzione esclusivamente al mercato americano, dovette così registrare un preoccupante regresso. Le cifre di quel periodo parlano chiaro: l’esportazione di orologi svizzeri negli Stati Uniti - 366.000 unità nel 1872 - era scesa quattro anni più tardi a soli 65.000 esemplari.


Addio, Mr Jones
In fabbrica sono ancora disponibili i pezzi di ricambio dei
primi orologi prodotti  oltre un secolo fa.


Si delineava così la prima crisi finanziaria della IWC, ormai trasformatasi in società per azioni con propria sede in un moderno edificio nella Baumagartnerstrasse di Sciaffusa, in cui è installata anche una macchina a vapore per la forza motrice. In questa situazione già precaria, Jones stipula, senza informare il consiglio d’amministrazione, un contratto per la fornitura di 9.000 orologi all’anno ad una ditta svizzera di La Chaux-de-Fonds. I prodotti, invece della marca IWC, recano nomi di fantasia come “Greenleaf” o “Stuyvesant”. A parte il fatto dell’insufficienza di tale misura d’emergenza nel risanamento dell’azienda, il comportamento di Jones incrina il suo rapporto di fiducia con gli altri soci. Dopo sei anni dal suo arrivo a Sciaffusa, quando la IWC è costretta a dichiarare fallimento, Jones se ne torna in America, lasciandosi dietro una fabbrica moderna e completa, creata e portata avanti nonostante le molte avversità. Numerose innovazioni e brevetti portano la sua firma e quelle dei suoi molti collaboratori, soprattutto riguardo ai dispositivi per la regolazione di precisione della marcia, a quell’epoca punto focale degli sforzi del settore per migliorare la qualità dell’orologio. Già a Boston Jones aveva partecipato all’invenzione della carica a corona, introducendo poi questa innovazione negli orologi da taschino prodotti a Sciaffusa. Una caratteristica del cosiddetto “calibro Jones” di quei tempi è la racchetta eccezionalmente lunga per la regolazione di precisione del gruppo oscillante, che garantiva una qualità eccellente. È molto probabile che, una volta risolte le problematiche aziendali, il nostro americano sarebbe riuscito a concretizzare l’ambizione comune ad ogni orologiaio: produrre orologi da taschino “complicati”. Tale sogno non fu però mai realizzato. Anche negli anni successivi, nei quali l’azienda si trovò a fronteggiare una nuova crisi, le attività vennero concentrate nella produzione di orologi semplici ma di eccellente qualità meccanica, e nel continuo perfezionamento dei particolari costruttivi. Dopo lo smacco subito da Jones, la storia che precede la nascita della “Grande Complication” di Sciaffusa, si svolgerà, per diversi anni ancora, sul filo dell’avventura e del rischio. Nel 1873 la Banca Commerciale di Sciaffusa rileva, al prezzo irrisorio di 143.000 franchi, l’azienda in fallimento. Viene costituita una nuova società con un nuovo nome: “Internationale Uhrenfabrik”, ed un altro americano, Frederik Frank Seeland, ne diventa direttore generale. MM